Renzo Cavalieri
La libertà religiosa in Cina
Diritti Umani e Religioni:
il ruolo della libertà religiosa

Riflessioni ed osservazioni di uno spettatore esterno

di Claudio Simeoni

La Cina, i Gesuiti e la contesa ideologica sui Riti

La religione pagana e l'Università Ca' Foscari 2008

 

Renzo Cavalieri

 

Riflessioni relative al Convegno di Studio dal titolo "Diritti Umani e Religioni: il ruolo della libertà religiosa" tenuto a Venezia dal 4 al 6 dicembre 2008 e organizzato dal CIRDU (Centro Interdipartimentale di Ricerca sui Diritti Umani) dell'Università Ca' Foscari di Venezia.

 

L'intervento del professor Renzo Cavalieri dell'università Ca' Foscari di Venezia viene commentato partendo dalla registrazione e dagli appunti in sala.

Ho registrato soltanto 27 minuti dell'intervento del professor Renzo Cavalieri (oltre a qualche appunto a mano). In ogni caso, mi sembrano sufficienti per fornire un quadro della situazione in Cina dal quale trarre alcune considerazioni.

Il professor Cavalieri è giurista e tende a trattare la questione della libertà in Cina dal punto di vista legislativo.

Il professor Cavalieri premette che anche in materia di libertà religiosa la Cina è diversa dall'occidente. E' importante tenere in considerazione la necessità di confrontarsi con le esperienze culturali e civili diverse dalla nostra. Il primo elemento che diversifica la Cina dall'occidente è un'assoluta tolleranza nei confronti della fede individuale. La cultura cinese è una cultura estremamente flessibile ed estremamente tollerante se vista in rapporto alla nostra storia religiosa. A questa tolleranza corrisponde una aspirazione dello Stato al controllo totale della religione intesa come dimensione politica.

L'impero cinese non ha mai consentito, nella sua storia, la formazione di poteri alternativi al proprio; né economici, né militari, né territoriali, né religiosi. C'è stato un momento in cui i monasteri buddisti hanno avuto un grande peso economico, ma mai si è formato un potere religioso alternativo per costruire un'alternativa al potere politico.

Il sincretismo è un gioco di relazioni non esclusivistico. Il cinese tradizionale poteva essere taoista o buddista in privato, o un po' per tutti e due a seconda se si trattava di medicina o dei morti, ma di giorno, nella dimensione politica, tutti erano Confuciani. Tutti i cinesi avevano il culto degli antenati di Confucio. Poi c'era una grande tradizione popolare. Tuttavia, la cultura cinese e d'elite non era mai stata attratta dalla metafisica. Quella cinese è una cultura che non ha una distinzione fra il fisico e il metafisico, ha una distinzione fra YIN e YANG, ma non ha corrispondenze con la dialettica occidentale.

A partire dal 17° secolo la Cina entra in contatto con le religioni monoteiste.

Già prima c'era stato un impatto con l'Islam ma era inteso come estraneo alla cultura cinese. Era legato principalmente ad elementi etnicamente diversi dalla massa cinese e circoscritto nelle grandi moschee dell'ovest della Cina. Tutte quelle moschee hanno una stele imperiale e tutte sono state costruite con fondi imperiali. Fondi elargiti per favorire il culto di quelle popolazioni che meritano la benevolenza dell'imperatore. C'è anche una piccola presenza ebraica.

Una prima fase dell'espansionismo cristiano in Cina si ha con Ricci fino alla questione dei riti. E poi ebbe un periodo di collaborazioe attiva col colonialismo.

La Cina, i Gesuiti e la questione dei riti

Ho dovuto informarmi sulla questione dei riti a cui il professor Cavalieri ha fatto accenno come la fine del primo periodo di tentativo di penetrazione del cristianesimo in Cina. La questione dei riti fu affrontata dall'imperatore Kang Hsi il quale impose ai portoghesi di arrestare e internare a Macao il legato pontificio. Che morì in prigione nel 1710.

In cosa consisteva la questione dei riti?

I cristiani si chiesero se era lecito a quei cinesi che si erano convertiti al cristianesimo di partecipare ai riti pubblici in onore degli antenati come da sempre usavano i cinesi nella devozione confuciana. La questione verteva nel chiedersi se quei riti erano religiosi oppure civili. I cristiani proibiscono ai loro seguaci di partecipare a riti religiosi che non siano cristiani, ma c'era il dubbio che potessero essere riti civili. Così, per risolvere il dubbio, intervenne il sant'ufficio che nel 1704 proibì ai cattolici cinesi di partecipare ai riti. Nel frattempo, per risolvere la questione, i gesuiti si erano rivolti anche all'imperatore Kang Hsi. Il sant'ufficio aveva inviato in Cina monsignor Tournon il quale, giungendo a Pechino il 4 dicembre del 1705, fornì a Kang Hsi l'occasione di sentir parlare per la prima volta del papa. L'imperatore non nascose la propria sorpresa nell'apprendere che i cristiani della Cina dovessero prestare obbedienza ad un sovrano straniero, che poteva decidere per loro quel che era permesso e quel che non lo era, senza neppure consultarlo.

Kang Hsi, che era un letterato estremamente preparato, comprese immediatamente il senso delle missioni: conquistare le persone per conquistare il suo paese. Le missioni cattoliche stavano svolgendo un'azione militare, non stavano svolgendo un'azione religiosa. A quell'azione militare Kang Hsi rispose in modo adeguato. Kang Hsi ha messo in guardia il figlio contro il cristianesimo, a sua avviso falso e contrario agli insegnamenti dei maestri cinesi. Non erano i riti che Kang Hsi metteva in discussione nel suo testamento, ma la dottrina, vale a dire la Trinità, l'Incarnazione, la resurrezione, lo status familiare, ecc. La Cina del XVIII secolo invidiava all'Europa solamente le scienze matematiche, comprese l'astronomia e la cartografia. Per il resto, essa sentiva di detenere il possesso della verità, della saggezza e delle migliori norme di vita.

La questione dei riti ha solo svelato le intenzioni dei cristiani che ben più drammatiche appariranno nelle rivolte dei Boxer e nelle guerre per spacciare oppio in Cina.

Nota: notizie storiche tratte da Henri-Charles Puech "Storia del cristianesimo".

Sulla questione della storia religiosa in relazione alla Cina, il professor Cavalieri taglia corto. Nasconde il ruolo dei cristiani e dei cattolici nella rivoluzione cinese e nell'occupazione giapponese della Cina.

Mao tollera l'esistenza di religioni per qualche anno, dice Cavalieri, ma poi, già a partire della metà degli anni '50 e soprattutto negli anni '60, ogni riferimento ad ogni forma religiosa, anche privata, viene considerato controrivoluzionario e dunque da correggere per mezzo del lavoro o sanzioni. Nel 1979 inizia la riforma economica, l'apertura all'estero e la Cina riscopre la questione religiosa.

E' un processo graduale che si svolge in concomitanza della crescita del pluralismo della società cinese. Si sviluppa sebbene in forma embrionale un nuovo approccio al fenomeno spirituale.

La sovrapposizione fra la questione religiosa da un lato e le questioni etniche e politiche sarà una costante. In Cina la questione religiosa riguarda delle situazioni anomale, come il Tibet per i lamaisti o nel Turchestan orientale e Sinkiang per l'islam. Ma anche la reazione inconsulta che il governo cinese ha avuto negli ultimi nove o 10 anni nei confronti di sette di ispirazione buddista e taoista sul territorio della Repubblica Popolare è da contestualizzare dal punto di vista politico.

Naturalmente, il professor Cavalieri non accenna al fatto che il Dalai Lama fu sovvenzionato dalla CIA americana per fomentare delle rivolte in Cina all'interno di un progetto di destabilizzazione della Cina. Il professor Cavalieri omette di accennare alla diaspora tibetana come conseguenza di un tentativo insurrezionale finanziato dall'estero. Pertanto, semmai, il problema riguarda i diritti politici o la repressione del terrorismo, non certo il diritto di libertà religiosa.

Il professor Cavalieri afferma che il presupposto alla libertà religiosa in Cina consiste innanzitutto nel carattere leninista dello Stato cinese. Naturalmente, sta dimenticando le aggressioni ce la Cina ha subito ad opera dei missionari cristiani e dei buddisti lamaisti a meno che non affermi che l'imperatore Kang Hsi sia stato un marxista leninista.

Il professor Cavalieri afferma che non si può pensare alla Cina solo per le merci o per altre cose formali dimenticandoci che la Cina è una repubblica popolare la cui struttura è identica a quella disegnata da Stalin con la costituzione del 37. E' uno stato leninista che si basa sull'unità dello stato e del centralismo democratico. E' uno stato leninista, ma che dice di sé stesso di essere uno stato socialista e di mercato. Noi, dice il professor Cavalieri, consideriamo quest'espressione un assurdo.

Vorrei far notare che se il professor Cavalieri fosse stato o avesse conosciuto il marxismo leninismo non troverebbe assolutamente contraddittoria tale affermazione in quanto, il marxismo leninismo, a differenza della verità assoluta del dio padrone dei cristiani, non può assolutamente non tener conto della realtà oggettiva in cui si manifesta: il marxismo leninismo non è un'ideologia assolutista!

Comunque, afferma il professor Cavalieri, i cinesi non conoscono la contraddizione nel senso aristotelico del termine, dunque, considerano perfettamente compatibile la cosa. [Trattato sulle contraddizioni di Mao Tse Tung].

Mio appunto: i cinesi conoscono la contraddizione in termini marxiani: Mao ha scritto un piccolo trattato in merito. [Trattato sulle contraddizioni di Mao Tse Tung]

In Cina c'è un pluralismo crescente anche religioso, ma nel quadro di un approccio leninista alle religioni. La questione religiosa è considerata dal governo e dalla classe politica cinese una sovrastruttura.

Per continuare il discorso il professor Cavalieri cita un articolo scaricato da internet che gli consente di delineare la strategia del governo cinese nei confronti delle religioni. Si tratta di un articolo, da quanto ho capito, del responsabile dell'organo governativo di controllo delle religioni: AMMINISTRAZIONE DI STATO PER GLI AFFARI RELIGIOSI.

Secondo tale documento, le religioni desistenti devono far di più per la riunificazione patria, per lo sviluppo economico e l'unità nazionale. Un documento dell'Amministrazione di Stato per gli Affari religiosi che entra in vigore il 1 marzo 2005 traccia le linee guida del governo cinese in materia religiosa.

Io non ho trovato il documento citato dal professor Cavalieri, ma ho trovato un articolo di cattolici che mentre commenta le disposizioni e le affermazioni dell'organo cinese fa qualche citazione. Io, che sono un persona religiosa e che agisce nel Veneto italiano, e che subisco impedimenti nell'esercizio della mia religione ad opera del terrorismo cattolico, devo dire che il documento Cinese, che leggo commentato da un prete cattolico, in Italia, in presenza della mafia cattolica, nemmeno ce lo sogniamo. La libertà religiosa che quel documento garantisce è l'essenza della nostra stessa Costituzione e trovo ridicolo il commento del prete cattolico che spaccia per attività religiosa il controllo politico e personale dei cittadini Italiani.

Dice l'articolo che ho trovato scritto da un prete cattolico, Bernardo Cervellera, diffuso attraverso l'agenzia del Pontificio Istituto delle Missioni Straniere (PIME) AsiaNews, di cui è direttore, il 21 dicembre 2004

"Il capitolo I della nuova normativa di Pechino afferma l'impegno dello Stato a "garantire la libertà religiosa, l'armonia fra le religioni e nella società". Allo stesso modo, dichiara che in Cina nessuno deve essere discriminato per la sua fede o per il fatto di non averne una.

"Senza dare alcuna definizione di cos'è una religione – avverte il sacerdote –, si fissano i confini di tale libertà: ‘promuovere l'unità dello stato, la solidarietà del popolo, la stabilità della società'; seguire i principi delle tre autonomie (di gestione, di finanza, di organizzazione), senza sottomettersi al potere di paesi esteri (nb: il Vaticano, o meglio la Santa Sede è considerata un Paese estero)".

Di seguito vengono citate le condizioni per aprire luoghi di culto, strutture educative ed attività religiose, per la quale è necessaria la registrazione presso gli uffici competenti.

"Un elemento nuovo di questi regolamenti è che essi stabiliscono l'iter burocratico in modo specifico, coinvolgendo i Governi locali, provinciali, nazionale" e "stabilendo termini di presentazione delle domande e delle risposte, che devono avvenire entro 30 giorni dalla domanda"."

Il professor Cavalieri continua dicendo che secondo le direttive del governo cinese le religioni devono essere degli strumenti che lo stato deve usare per gli obbiettivi che esse autodeterminano. Sottolinea che nel documento che entra in vigore il 1 marzo 2005 dice che nessuno in Cina può essere discriminato per la sua fede o per la fede che non ha.

Il professor Cavaliere dice anche che, secondo quel documento, devono controllare le reincarnazioni dei Lama buddisti, la nomina dei vescovi cattolici e bloccare l'attività dei protestanti cinesi con gli stranieri. Quello che descrive in parte è stato codificato nel dicembre del 2007 dal partito comunista. Hu Jintao aveva definito le linee del partito nei confronti delle religioni. In Cina partito e stato sono in relazione anche se non si sovrappongono. Lo stato come strumento usato dal partito.

Dice il professor Cavalieri che lo stato cinese l'utilizza gli aspetti positivi, sociali e culturali delle religioni nella promozione dello spirito economico e sociale. La religione è una sovrastruttura utilizzata dal partito e dallo stato per l'accrescimento della civiltà anche spirituale della Cina.

L'articolo chiave della Costituzione, per capire il concetto di libertà religiosa in Cina e i diritti che i cittadini godono, è l'articolo 36 della Costituzione cinese il cui testo precisa:

"I cittadini della repubblica popolare Cinese godono della libertà religiosa nessuna Istituzione dello stato o organizzazione pubblica o individuo può costringere un individuo a credere in o a non credere in qualunque religione né possono discriminare i cittadini che credono in o non credono in nessuna religione."

Questa libertà, secondo il professor Cavalieri, è condizionata da tre limitazioni al principio generale nella costituzione:

1) Lo stato protegge le attività normali delle religioni (attività religiose in quanto religiose);

2) Nessuno può far uso della religione per impegnarsi in attività che danneggiano l'ordine pubblico, che mettano a repentaglio la salute dei cittadini o interferiscano con il sistema educativo dello stato;

3) Gli organi religiosi e gli affari religiosi non devono essere soggetti ad un controllo straniero;

Quali sono le attività religiose normali?

Quelle delle cinque religioni ammesse e che lo stato in qualche modo riconosce e che sono: il buddismo, il taoismo, l'islam e le due forme cristiane come la cattolica e la protestante. Ognuna ha un organo di vertice di natura amministrativa, pubblico, scelto con criteri di consultazione fra i rappresentanti della religione e gli organi politici competenti e controllati dall'AMMINISTRAZIONE DI STATO PER GLI AFFARI RELIGIOSI.

Le religioni sono riconosciute e non subiscono nessun tipo di limitazione o repressione, ma sono controllate da organi amministrativi e di partito estremamente capillari. Anche i luoghi di culto devono essere razionalmente collocati in modo da non interferire nella vita. L'aticolo 7 fa un elenco delle pubblicazioni vietate. Le pubblicazioni devono essere controllate in modo che non insultino, non propagandano l'estremismo religioso, che non minaccino l'armonia fra le diverse religioni o l'indipendenza della religione dallo stato, ecc. E' un controllo di natura amministrativa come fatto in ogni paese del mondo, ma rigido, rigoroso e vincolante.

Il professor Cavalieri, citando quel documento, non rileva, la punizione per i funzionari che commettono abusi nei confronti delle religioni. Di questo controllo, col documento entrato in vigore il 1 marzo 2005, si dice:

"Una delle novità più significative introdotte dalle "Norme relative agli affari religiosi" è rappresentata dal fatto che vengono definiti chiari limiti al potere dei funzionari pubblici, per prevenire abusi e stabilire un controllo maggiore sull'operato di chi, a livello locale, è preposto all'attuazione della politica religiosa del governo. Gli articoli 38 e 39 del decreto infatti fissano i termini di punibilità di coloro che, per corruzione o per interessi personali, abusino del proprio potere nella gestione degli affari religiosi. Si aggiunge inoltre che chiunque violi i diritti e gli interessi legittimi delle organizzazioni religiose e dei cittadini credenti sarà perseguito in base alle norme stabilite dal codice civile o, qualora abbia commesso un reato contro i diritti e gli interessi delle organizzazioni religiose, sarà perseguito penalmente. Per la prima volta in assoluto viene così stabilito di esercitare un controllo sui pubblici funzionari che si occupano degli affari religiosi."

La selezione del personale religioso passa attraverso l'approvazione dell'esecutivo del governo cinese e prevede regole speciali come quello dei reincarnati buddisti o vescovi cattolici. A questa normativa seguono una serie di norme secondarie che riguardano temi vari. L'interferenza di un legislatore socialista che interviene nelle religioni è paradossale. Ci sono degli interventi del governo socialista paradossali, come nel tema dei reincarnati buddisti in cui l'amministratore pubblico si mette a discutere come se fosse un teologo o un monaco buddista sui dettagli sui quali si individua un bambino reincarnato. A queste osservazioni del professor Cavalieri si può rispondere in maniera razionale e da persona religiosa. Se una religione afferma caratteri razionali, materiali, come manifestazione del suo essere religione, è sufficiente conoscere culturalmente quei caratteri, descriverli, codificarli, per discutere di qualunque manifestazione religiosa. Questo tipo di discussione non può avvenire "sull'essere soggetto religioso nelle sue relazioni con il mondo o, se preferisce, il divino", ma sulle codifiche, i caratteri, che rendono razionalmente manifesta l'apparire della religione. O della reincarnazione, se vogliamo. Puoi parlare di come si veste un prete cattolico, ma la patologia da sottomissione educazionalmente indotta nel cattolico la puoi solo dedurre dalle sue azioni e dal suo modo di relazionarsi nel mondo.

Così come i segni che inducono a individuare in un bambino un Lama reincarnato sono codificati. Una volta studiate queste codifiche, non appare strano che il governo Cinese applichi quelle stesse codifiche per impedire che qualcuno truffi o usi la religione per scopi politici. Se stabilisci una regola, come criterio di verità, perché poi ti irriti se quella regola e quel criterio viene applicato da altri? E' importante la regola religiosa o chi la usa?

Riporto da un sito cattolico su internet:

"Proprio l'11ma reincarnazione del Panchen Lama ha fatto emergere il conflitto fra lo stato ateo e la religione buddista. Nel 1995 il Dalai Lama ha riconosciuto come reincarnazione del Panchen Lama un bambino di 6 anni, Gedhun Choekyi Nyima. Ma la Cina, per contrastare l'influenza del Dalai Lama, ha sequestrato il bambino e la sua famiglia e ha scelto – con un metodo che Pechino ritiene più efficace e più vero - un altro bambino, Gyaincain Norbu. A tutt'oggi Norbu è divenuto un propugnatore della politica religiosa del governo cinese sul Tibet, mentre Nyima rimane sequestrato ormai da 12 anni."

Normalmente, dice il professor Cavalieri, quando qualcuno parla della Cina si aspetta che parli della repressione della libertà religiosa.

Stiamo parlando di un tema in cui politica, questione etnica e libertà di Coscienza, si intersecano ed è molto difficile trovare il bandolo delle matasse. Il professor Cavalieri non risponde in modo diretto ad una serie di domande importanti. Per esempio: Quando è il diritto alla libertà religiosa e quando è il diritto alla libertà politica? Quando il diritto alla libertà religiosa è il diritto a devastare le società civili, a seminare terrorismo per imporre la fede? Quando, usare il denaro per costruirsi un esercito di convertiti è lecito?

In Tibert la questione tibetana è una questione principalmente nazionale. Il lamaismo è una religione nazionale anche se si è diffuso in aree limitrofe, in parte in Mongolia e altre zone. La libertà di culto è riapparsa nel Tibet post riformista a partire dagli anni '80; ha avuto un momento di grave interruzione alla fine degli anni 80; ed è poi ripresa con tendenza a sempre maggiore libertà e tolleranza. Sono stati attivati i monasteri, le scuole e i lavori culturali dei lamaisti. Sono stati attivati interventi a favore della lingua tibetana nelle scuole.

La questione lamaista si pone su due piani.

Il primo piano è la presenza di un soggetto estero, il Dalai Lama che è appunto, ai sensi dell'articolo 36 della Costituzione, un soggetto straniero e questo rende il lamaismo una violazione in sé del sistema dei diritti della libertà religiosa dei cittadini. La presenza del Dalai Lama rende una situazione complessa perché il Dalai Lama non è il vertice del lamaismo buddista, ma è un vertice. Il lamaismo buddista ha una composizione complessa. Una parte del lamaismo ha aderito, in linea di massima all'occupazione cinese cercando di costruire una identità tibetana e di preservare l'identità tibetana nell'ambito cinese. Il Dalai Lama lo fa cercando il dialogo, ma stando all'estero. Vi sono settori sempre più forti della diaspora tibetana che invece rivendicano il diritto alla piena autodeterminazione, cioè l'indipendenza del Titbet non sempre usando strumenti di carattere religioso.

Il governo cinese interviene direttamente sul dibattito religioso, non sempre solo con i lama reincarnati (come la questione del Panchen Lama), ma anche intervenendo direttamente nel dibattito teologico appoggiando una o l'altra fazione.

A questo punto il professor Cavalieri cita un libro di Raimondo Bultrini dal titolo "Il demone e il Dalai Lama" per indicare una questione di scontro teologico fra il Dalai Lama e le autorità cinesi che difendono il diritto dei Tibetani di adorare questo spirito contro il parere del Dalai Lama. Io non so quanto ci sia di reale nella diatriba o di romanzato, ma voglio riportare quanto ho trovato in internet relativa alla storia narrata da Bultrini:

La ricerca risale all'origine del culto nell'epoca del Quinto Dalai lama e di un suo contemporaneo che morì in circostanze mai chiarite nel grande monastero di Drepung alle porte di Lhasa. La leggenda della sua scomparsa e della successiva trasformazione in un essere demoniaco ha attraversato il tempo, per riaffiorare, di tanto in tanto, nelle fasi più cruciali della storia tibetana. L'attuale Dalai lama scoprirà da adulto che i suoi tutori e maestri avevano formato una coalizione di potere basata sul culto di Shugden fin dai tempi del suo predecessore, il XIII. Dopo aver a sua volta pregato per anni lo spirito su loro indicazione, progressivamente se ne distacca creando le condizioni per una sorta di scisma dagli esiti ancora imprevedibili. Deciso a combattere lo spirito settario coltivato in nome del demone da una parte del clero della sua scuola Gelupa, il leader tibetano rivela all'autore inediti particolari storici e religiosi sulle conseguenze del culto.

Molti degli eventi odierni sembrano dargli ragione, visto che i seguaci di Shugden sono entrati nell'area di influenza delle autorità cinesi. Il rapporto tra lama dissidenti e regime comunista si fa sempre più stretto, ponendo le basi per un'alleanza che punta a eliminare dal futuro del Tibet ogni traccia del lignaggio dei Dalai lama. Una sfida che coinvolgerà ancora parecchie generazioni di tibetani e cinesi, ma anche di occidentali interessati ai segreti delle civiltà dell'Asia.

Il professor Cavalieri, parlando di uno spirito che il Dalai Lama ha dichiarato cattivo e che invece è molto appoggiato dai cinesi, dice che il Governo comunista appoggia il culto di questo spirito demoniaco sostenendo che non ci interessa che cosa dice il Dalai Lama. Se delle persone ritengono giusto adorare questo spirito, ne hanno tutto il diritto e non è il Dalai Lama che può dire loro che cosa devono o non devono adorare. In Tibet si gioca la partita molto importante fra religione e autonomia. Questo deve essere un tema di riflessione. Il professor Cavalieri si chiede: a che tipo di soggetto ci rivolgiamo quando parliamo di diritto di libertà religiosa? Ci rivolgiamo ad un soggetto individuale, a un gruppo o ad un'etnia.

E QUI TERMINA LA REGISTRAZIONE della relazione del professor Cavalieri.

Poi ho una serie di appunti conclusivi raccolti a penna sulla relazione del professor Cavalieri:

La pretesa del Governo Cinese di nominare i vescovi si scontra con la chiesa cattolica. La chiesa cattolica nazionale cinese segue la liturgia cattolica e i vescovi nominati da Ratzinger svolgono funzioni private, spesso represse. Molto spesso i vescovi nominati da Pechino vengono riconosciuti dal Vaticano. Un motivo di conflitto fra la Repubblica Popolare Cinese e il Vaticano è il riconoscimento del Vaticano di Taiwan.

Recentemente si è presentato un nuovo movimento religioso: Fulan Gong. Ha provato a farsi registrare come nuova religione, ma nel 1999 gli hanno detto di no. Poi, è stata messa fuorilegge con una dichiarazione di "culto cattivo" con finalità criminali.

Anche per l'Islam c'è un organo statale che definisce l'ortodossia. La religione islamica è integrata in Cina, i problemi vengono dal Sinkiang e dalle zone in cui si parla turco che sono attraversate da spinte nazionaliste e separatiste e dove si registra la crescita della presenza del fondamentalismo islamico anche là dove non c'era mai stato. Nella risoluzione entrata in vigore il 1 marzo 2005 si dice, ai musulmani:

"Per i Musulmani si precisa che possono recarsi in pellegrinaggio all'estero solo attraverso le "organizzazioni nazionali per i fedeli musulmani" (n. 11), per evitare ogni contatto con gruppi fondamentalisti."

Concludendo, c'è più libertà religiosa in Cina che non in Italia.

I cittadini cinesi sono più protetti dallo Stato cinese che non i cittadini Italiani che si vedono imporre la religione mediante la Polizia di Stato Italiana.

In Italia i cattolici hanno la libertà di violentare le strutture sociali e politiche per sostituirne i principi sociali di riferimento con la loro morale e con i loro principi asociali. Non si tratta di libertà religiosa, ma di repressione della società civile ad opera delle orde terroristiche cattoliche che non sono in grado di manifestare un loro pensiero religioso. Sanno solo agire trasformando i cittadini in bestiame umano da condurre al macello della vita.

Arriviamo all'aberrazione del vescovo cattolico francese che dichiara che, processare i preti cattolici per pederastia, significa impedire la libertà religiosa.

Dobbiamo capire che cosa vogliamo intendere per diritto alla libertà religiosa.

Abbattere le torri gemelle a New York, costituisce manifestazione della propria libertà religiosa? Gli USA dicono; no!

E, allora, perché per gli USA stuprare bambini tibetani, africani o "cubani" dovrebbe costituire libertà religiosa per i missionari cristiani?

Violentare bambini rispondendo ad indicazioni dottrinali; costituisce manifestazione della propria libertà religiosa? I tribunali civili dicono; no!

E, allora, quando guardiamo alla chiesa cattolica e a Ratzinger, impariamo a distinguere fra libertà religiosa e libertà di delinquere e impunità pretese da Ratzinger.

Marghera, 17 dicembre 2008

Indice convegno sulla libertà religiosa

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Claudio Simeoni

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