La distruzione dell'uomo fra guerra e illusioni di tregua e pace in Clausewitz
La guerra come vita, la vita come guerra
in Della Guerra

Karl von Clausewitz 1780 - 1831

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185808 per il cartaceo della filosofia aperta

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La guerra come vita, la vita come guerra

Capitolo 4
Clausewitz: giocare sulle illusioni e le speranze dell'uomo.

L'arte della guerra si articola in azioni di attacco e di difesa, ma queste azioni di attacco e di difesa devono rispondere a caratteri di intenzioni che hanno la loro rappresentazione nella costruzione del futuro.

Davanti all'azione del genocidio, proprio dell'ideologia cristiana, non esiste una strategia di guerra che difenda le posizioni acquisite per la difesa delle posizioni acquisite.

Il cristianesimo e il monoteismo praticano il genocidio per il genocidio in nome del dio padrone. Anche se una guerra sembra una guerra per il controllo del petrolio o di qualcos'altro, si tratta sempre di una guerra di religione il cui fine è l'annientamento delle persone. Gli Israeliani nei confronti dei Palestinesi fanno una guerra finalizzata al genocidio per il genocidio e gli ebrei italiani, in quanto italiani, stanno finanziando il genocidio. Per assicurarsi l'impunità del genocidio stanno destabilizzando con una guerra di religione tutto il medio Oriente attaccano tutti i regimi laici e favorendo, se non finanziando, gli integralisti musulmani da usare come "piede di porco" nella destabilizzazione del medio Oriente.

La vita, nella relazione fra i vari soggetti del mondo, non pratica mai una tregua. L'uso della tregua è uno dei più subdoli e violenti atti di guerra messa in atto dai cristiani contro chi intendono macellare.

Nell'attività della guerra l'obiettivo non è mai un oggetto materiale o una terra da conquistare, ma uomini da sottomettere o annientare. La guerra ha lo scopo di trasformare le persone in schiave sottomesse e trasformare il presente affinché consenta di mantenere schiavi sottomessi.

Ogni altro obbiettivo, per il quale si fa una guerra, è pura giustificazione fuorviante che tende ad annebbiare le valutazioni dell'avversario mantenendolo in uno stato di smarrimento fissando la sua attenzione su obbiettivi materiali da difendere quando, il vero obbiettivo della guerra, è l'uomo stesso: egli stesso.

Scrive Clausewitz:

Le contraddizioni della tregua

Per quanto insignificanti le pretese politiche dei due avversari, per quanto fiacchi i mezzi impegnati, per quanto ristretto lo scopo da essi assegnato all'azione bellica, è ammissibile che questa azione bellica si arresti mai, anche per un attimo? è una domanda che penetra profondamente nel nocciolo della questione. Ciascuna azione richiede, per il suo compimento, un certo tempo che noi chiamiamo durata. Questa può essere più grande o più piccola secondo che l'agente vi ponga maggiore o minore premura. Non vogliamo occuparci di questa differenza di gradi. Ciascuno disbriga la cosa a suo modo; chi è lento la compie più lentamente, non perché voglia di proposito impiegarvi maggior tempo, ma perché ha bisogno, per sua natura, di più tempo, e affrettandosi la eseguirebbe meno bene. Il tempo dipende dunque da motivi interni e fa parte della vera e propria durata dell'azione. Se diamo dunque nella guerra ad ogni azione la propria durata, dobbiamo, almeno a prima vista, ritenere che ogni dispendio di tempo al di la di questa durata, cioè ogni tregua, sia nell'attività bellica contraddittorio. Non va mai dimenticato che si parla non del progresso dell'uno o dell'altro dei due avversari ma del progresso dell'attività bellica nella sua totalità. ?Quando le due parti si sono armate per la lotta, un principio di ostilità deve averle spinte, e fintanto che restano armate, finché non concludano la pace, questo principio deve essere sempre valido e non può poggiare in ambo i contendenti che su una sola condizione: l'attesa di una congiuntura più favorevole all'azione. Ora pare a prima vista che questa condizione non possa realizzarsi che per una sola delle due parti perché viene eo ipso ad essere il rovescio per l'altra. Se l'una ha interesse ad agire, l'altra deve aver interesse ad aspettare, e viceversa. Un equilibrio perfetto delle forze non può portare ad una tregua, perché in esso l'iniziativa dovrebbe rimanere a chi ha lo scopo positivo (l'attaccante). Se si volesse poi pensare l'equilibrio in tal modo che quegli che ha lo scopo positivo, e quindi il motivo più forte, disponga nello stesso tempo di forze minori, sicché il prodotto dei motivi per le forze risulti eguale, si dovrebbe sempre però aggiungere: se non si può prevedere nessuna modificazione in questo stato di equilibrio, le due parti devono far la pace, se la si può prevedere, non potendo che essere favorevole ad una delle parti, l'altra dovrà essere spinta ad agire subito. Vediamo dunque che il concetto di equilibrio non può spiegare la tregua ma che anche esso dà luogo all'attesa di un momento più favorevole. Posto dunque che dei due stati l'uno abbia uno scopo positivo: voglia conquistare una provincia dell'avversario e convalidare la conquista con la pace; avvenuta la conquista, raggiunto il suo fine politico, cessata la necessità di agire, per lui viene il momento della pace. L'avversario se vuole accontentarsi di questi risultati deve concludere la pace, se non lo vuole, deve agire: si può pensare che egli con quattro settimane di tempo vi sia meglio preparato, ha quindi un motivo sufficiente per differire l'azione. Ma da questo momento stesso, sembra, la necessità logica dell'azione tocca all'avversario, per non lasciare al vinto il tempo di prepararsi ad agire a sua volta. Si presuppone, naturalmente, in ambo le parti una perfetta conoscenza della situazione. Ne conseguirebbe una continuità nell'attività bellica che porterebbe ad intensificare il ritmo generale. Se questa continuità dell'attività bellica si realizzasse, tutto sarebbe da essa spinto all'estremo, perché - a prescindere dal fatto che una tale incessante attività infiammerebbe maggiormente gli animi e darebbe all'insieme un grado più alto di passionalità, una più grande forza elementare - dalla continuità dell'azione nascerebbe anche una successione più rigorosa, una più completa connessione causale: ogni azione singola divenendo più rilevante e perciò più pericolosa. Ma noi sappiamo che l'attività bellica ha di rado, o mai, questa continuità e che vi è un gran numero di guerre ove 1'attività riempie la parte di gran lunga minore del tempo e la tregua tutto il restante. Questo non può essere una anomalia, e la tregua deve essere - nell' attività bellica - possibile, cioè non essere contraddittoria. Vogliamo ora dimostrar che così è, e perché è così.

La ricerca di una tregua è la ricerca di un atto di guerra con cui colpire al meglio il nemico.

La vita non ha tregue. In ogni istante dell'esistenza la contraddizione fra il soggetto che abita il mondo e i soggetti nel mondo che vi abitano a loro volta sono in continua relazione e anche se il conflitto con loro non è finalizzato alla distruzione, il concetto è che: non c'è tregua nella relazione.

Nella struttura della vita ogni soggetto è in relazione, in opposizione, con ogni soggetto del mondo. L'agente patogeno della polmonite aggredisce l'uomo senza apparentemente aggredire l'uomo. Una volta aggredito l'uomo, quell'agente si sviluppa dentro l'uomo e l'uomo, ignaro del conflitto, pensa di vivere una tregua col mondo in cui vive. Una volta che l'agente patogeno ha invaso l'organismo, si scatena il conflitto che arriva alla coscienza dell'individuo. Ma il conflitto era già in atto, solo che l'individuo ignorava le condizioni del conflitto in atto.

La tregua è questa fase del conflitto: il conflitto che non appare.

L'apparente retorica prolissa con cui Clausewitz descrive le contraddizioni della tregua nella guerra fra due Stati è perché la tregua, comunque trattata, per uno Stato è preferibile ad uno scontro tale da distruggere l'esistenza di quello Stato stesso. Una sconfitta parziale è preferibile ad una distruzione totale.

Per contro, la tregua è una legittimazione, sia pur indiretta, delle posizioni conquistate dalle parti che sono entrate in conflitto.

Imponendo la tregua ai Palestinesi, Israele si è garantito il diritto di macellare i Palestinesi un po' alla volta. Quando fa comodo e quando la propaganda, che Israele organizza, giustifica sia una parte del genocidio sia la distruzione sistematica di infrastrutture in modo da mantenere i Palestinesi nella miseria socio-economica. I palestinesi sono stati distrutti al punto tale da non poter pensare nessun futuro se non come vittime degli Israeliani. Ciò che i cristiani attraverso Hitler hanno ottenuto nella struttura psichica degli ebrei nei campi di sterminio, gli Israeliani lo hanno ottenuto in un campo di sterminio vasto quanto la Palestina. La tregua consente ad Israele di macellare i palestinesi a piacimento senza rispettare nessun trattato internazionale e ricattando la comunità internazionale affinché le consenta il genocidio sistematico. Quest'attività di genocidio prosegue da sessanta anni e si è talmente fissata nell'immaginario occidentale da operare psicologicamente esattamente nello stesso modo con cui operava la propaganda antiebraica dello Zar di Russia e del nazismo hitleriano: erano gli ebrei i malvagi da ammazzare; sono i Palestinesi i malvagi da ammazzare!

L'avversario può anche tentare di concludere la pace, ma dal momento che la pace includerebbe una cessazione delle ostilità date le condizioni in cui la pace è trattata, ne consegue che Israele dovrebbe rinunciare alla conquista della Palestina e di Gaza e rinunciare alla macellazione sistematica dei Palestinesi. Lo stato di tregua consente ad Israele di continuare la mattanza e di usare i coloni come arma di conquista esattamente come gli Inglesi usavano i missionari in Cina come arma di conquista per lo spaccio dell'oppio.

La tregua è un atto di guerra che allontana l'attenzione dell'avversario dalle azioni militari, non necessariamente armate, che vengono condotte per favorire la condotta della guerra contro di lui. D'altro canto, quando l'avversario, come i Palestinesi, si fa stringere all'angolo da un integralismo religioso, sia pur apparente, senza un progetto sociale, appare evidente che il gioco di Israele di macellarli può solo andare a buon fine.

Nelle stesse situazioni ci sono forme di vita che vengono aggredite da parassiti e che prima di trovare forme di reazione al parassita, vengono quasi sterminate. Il discorso della specie di farfalle che a Londra, prima dell'industrializzazione massiccia, erano quasi tutte di colore bianco e poi, con l'annerimento degli alberi dovuto alla fuliggine, furono quasi sterminate fintanto che la stessa specie non prolificò le farfalle di colore nero che meglio si mimetizzavano nella fuliggine nera. La guerra fra quella farfalla e gli uccelli che se la mangiavano fu superata con una modificazione soggettiva del modo con cui la farfalla abitava il mondo.

Scrive Clausewitz:

Il principio della polarità

In quanto abbiamo considerato l'interesse di uno dei due capitani come una grandezza inversamente reciproca a quello dell'altro, abbiamo instaurata una vera polarità. Il principio della polarità è valido soltanto quando viene pensato riguardo ad un oggetto e uno solo, dove la grandezza positiva e il suo opposto - la negativa - si annientano totalmente. In una battaglia ciascun partito vuol riuscire vincitore: questa è vera polarità, perché la vittoria dell'uno annulla quella dell'altro. Quando si parla di due cose distinte che hanno un legame comune fuori di loro, la polarità non è in queste cose ma nel loro legame.

Per riuscire ad ingannare le persone è necessario, secondo Clausewitz, ridurre la complessità delle condizioni e delle contraddizioni delle forze che intervengono nella guerra, ad una condizione semplice, ad una dualità, a un confronto che non comporti complessità d'azione o di attori nel conflitto.

L'ideale per Clauzewitz è l'esistenza di due capi. Due capi che si contendono il dominio. Il problema per Clausewitz è che questi capi non combattono fuori dal mondo e per combattere hanno un "esercito" che non è composto da pecore, ma da soggetti che, potenzialmente, potrebbero essere dei capi a loro volta.

La polarità è intesa da Clausewitz come lo scontro fra lo Zar di Russia e il Kaiser tedesco. Questi due capi hanno un esercito che obbedisce agli ordini. Poi, succede che le pecore del gregge manifestano degli ideali, scoppia la Rivoluzione Russa e la sconfitta dello Zar non è ad opera del Kaiser, ma ad opera degli abitanti della Russia i quali si ritirano da una guerra che non è la loro.

Le idee, i progetti per il futuro delle pecore del gregge avversario, si sono ribellate ai suoi stessi padroni, ma che cosa significa condurre una guerra di ideali? Significa avere una società fatta di ideali o spacciata come una società di ideali contro il nemico in cui la sua società non è una società di ideali.

La propaganda dà una lettura della realtà: Hitler contro Stalin. Stalin è dipinto come l'Hitler del marxismo. La propaganda di un certo occidente definisce Stalin come l'Hitler del marxismo, ma a Leningrado, a Mosca e a Stalingrado c'erano gli ideali bolscevichi, non c'era la figura della propaganda occidentale dell'Hitler del marxismo.

Gli ideali sociali rendono forte uno Stato o lo rendono debole. In Iraq Bush ha contrapposto cristianesimo integralista al laicismo musulmano per imporre l'Islam integralista e ridurre l'altro ad un'unità con cui condurre il duello tanto caro a Clausewitz. Oggi, in questo momento, gli USA hanno portato a termine la loro battaglia imponendo il "califfato" in Iraq. Ora non devono più combattere ideali laici in un paese in cui la maggioranza delle persone è di religione musulmana, ma possono combattere un capo dell'integralismo musulmano. Con lui si possono alleare per diffondere l'integralismo contro le aspirazioni laiche dei paesi in cui la religione islamica è maggioritaria come negli USA col cristianesimo integralista. Nel cristianesimo e nell'islam, che si definiscono quasi sempre integralisti, le persone sono pecore di un gregge obbediente al capo e, come tale, sono nella situazione ideale descritta da Clausewitz. Le pecore, sottomettendosi al delirio di onnipotenza del cristianesimo e dell'islam, non sanno interagire o discutere in quanto, nello scontro, non c'è un ideale di democrazia o un ideale sociale da opporre all'integralismo che sia socialmente conveniente rispetto all'integralismo come controllo delle persone. Per il gregge lasciare la maniglia dell'integralismo religioso fagocitato per una democrazia che trae la sicurezza nelle persone stesse, è quasi impossibile. Questo è il motivo per cui gli USA non sono in grado di "esportare la democrazia". La loro non è "democrazia", ma integralismo cristiano portatore d'odio nei confronti di chi non si sottomette.

Davanti ad una democrazia, sia gli USA che gli integralisti, sarebbero disarmati. Stalin pensava che gli ebrei, che avevano partecipato massicciamente alla rivoluzione bolscevica, avessero un ideale sociale. Aveva sottovalutato l'impatto sulla struttura psico-emotiva dell'ebraismo come forma di fanatismo religioso sulle persone che si definiscono ebree. Il loro socialismo era solo un socialismo formale e inumano. Lo stesso socialismo di Hitler che si era trasformato in nazional-socialismo. Un volta conquistate terre che non appartenevano a loro gli ebrei, seguendo i dettami della religione ebraica, hanno iniziato a macellare i popoli a maggior gloria del loro dio padrone. Hanno applicato le direttive religiose del Pentateuco.

Una società democratica nella sostanza non può essere ridotta ad un gregge che obbedisce ad un capo; quando in una democrazia sorge un capo che impone obbedienza si è distrutta la società democratica e ci si sta incamminando lungo cammini integralisti. Gli integralismi hanno interesse a costruire situazioni di guerra armata in quanto le situazioni di guerra armata distruggono le strutture sociali costringendo quel popolo a regredire sul piano della libertà in funzione di una sopravvivenza fisica che pensa di ottenere serrando le file attorno al capo: così accadde per Hitler in Germania.

Nella vita questo non avviene perché in natura i soggetti non obbediscono ad un capo, ma scelgono in base alle proprie predilezioni in funzione del loro futuro. I virus dell'AIDS attaccano i corpi quando sono in grado di attaccare i corpi indipendentemente da una strategia della specie. Per far questo è necessario un intento comune, che è l'intento legato alla vita, e non una strategia comune che presuppone una gerarchia. Avvenne qualche cosa di simile nei movimenti sociali del XX secolo. Coloro che si dichiaravano "comunisti" non avevano una strategia comune, ma principi comuni che venivano veicolati in maniera diversa a seconda delle culture in cui agivano.

Scrive Clausewitz:

Attacco e difesa

Attacco e difesa sono cose di carattere diverso e di peso ineguale, perciò la polarità non può essere applicata loro. Se non ci fosse che una forma di guerra, cioè l'attacco al nemico, e la difesa non fosse anche essa una vera forma di guerra; o, con altre parole, se 1'attacco non differisse dalla difesa che nel motivo positivo, che è nel primo e manca nella seconda, la lotta sarebbe sempre quella:qualunque vantaggio dell'uno costituirebbe - in questa lotta - sempre uno svantaggio altrettanto grande per l'altro, e si darebbe quindi una polarità vera e propria. Sennonché, l'attività bellica si presenta in due forme: attacco e difesa, che sono, come in seguito metteremo concretamente in evidenza, assai differenti e di forza non eguale. La polarità sta in quel terzo elemento a cui ambedue si riferiscono; nella decisione, e non nell'attacco e nella difesa in sé stessi. Se l'uno dei capitani vuole che la decisione venga più tardi, l'altro deve volerla più presto, ma sempre mediante la stessa forma di lotta. Se A ha l'interesse di assalire il suo avversario non ora ma fra quattro settimane, B ha l'interesse di essere aggredito ora e non fra quattro settimane. Questa è l'antitesi immediata; ma non ne consegue che B abbia l'interesse di attaccare subito A, che è, evidentemente, tutt'altra cosa.

Non esiste, né deve esistere se non ci si vuole suicidare, una guerra di offesa e una guerra di difesa. La guerra in armi è sempre un atto di aggressione del più forte, o di colui che pensa di essere il più forte, nei confronti di chi ritiene più debole.

Quando gli USA distrussero l'Iraq dopo averlo diffamato (armi di distruzioni di massa) sapevano che l'Iraq non avrebbe mai potuto attaccarli. Questo per due ragioni. Stavano attaccando un regime laico per aprire le porte all'integralismo islamico che sarebbe stato loro grato e distruggendo l'esercito iracheno stavano favorendo l'integralismo ebraico e il controllo di Israele sulla regione. Agli USA interessava esclusivamente macellare gli Iracheni per distruggere il loro laicismo. Gli iracheni tentarono la difesa esponendo in questo modo le loro forze armate al genocidio. La parte più laica degli iracheni era rappresentata dai loro uomini in armi. Una volta macellati questi, fu facile imporre l'integralismo islamico.

La difesa poteva essere fatta dagli iracheni solo sciogliendo l'esercito ed evitando di combattere: salvare i propri cittadini per il futuro. Solo che per fare una cosa del genere serve una consapevolezza sociale infinitamente più grande di quella che aveva Saddam Hussein. Con quella prospettiva avrebbe condotto la guerra con altri mezzi e per fini diversi, costruendo cittadini diversi. Quando si accettano le regole del più forte pensando di diventare un suo alleato (Saddam Hussein attaccò l'Iran per conto degli USA), ci si predispone ad essere la vittima del proprio stesso alleato.

La sospensione dell'attività bellica

Gli effetti della polarità vengono spesso neutralizzati dalla superiorità dell'attacco sulla difesa, onde si spiega la tregua d'armi. Essendo la difensiva, (come mostreremo in seguiti), più forte dell'attacco, si pone la domanda, se il vantaggio offerto dal ritardare la decisione sia tanto grande per l'uno, quanto il vantaggio della difesa per l'altro: dove questo non fosse, il vantaggio del primo non sarebbe in grado di equilibrare quello del secondo e quindi di esercitare una efficacia sul corso della guerra. Vediamo dunque come la forza propulsiva contenuta nella polarità degli interessi possa perdersi nella sproporzione di forza tra l'attacco e la difesa, divenendo così inefficace.

Quando dunque chi è in posizione favorevole è, d'altra parte, troppo debole per poter rinunciare al vantaggio offerto dalla difesa, deve rassegnarsi ad andare incontro a un futuro più sfavorevole, perché può essere sempre meglio battersi in difensiva in questo futuro svantaggioso anziché attaccare subito, o concludere la pace. Essendo poi, secondo la nostra convinzione, grande la superiorità della difesa, molto più grande di quanto si possa pensare a prima vista, un buon numero dei periodi di tregua che si presentano in guerra, si spiega senza dover giungere ad ammettere una con tradizione interna. Quanto più deboli sono i motivi determinanti all'azione, tanto più facilmente essi verranno assorbiti e neutralizzati dalla differenza esistente fra attacco e difesa e tanto più frequente sarà la sospensione dell'attività bellica; come del resto l'esperienza insegna C'è un'altra causa ancora che può arrestare l'attività bellica: l'imperfetta conoscenza della situazione. Ciascuno dei capitani controlla soltanto il proprio campo, con precisione, quello del nemico solo attraverso informazioni malcerte: può perciò sbagliarsi nel giudicarlo e, in conseguenza del suo errore, ritenere che 1'agire spetti all'avversario quando invece spetta realmente a lui. Questa imperfetta conoscenza della situazione potrebbe, invero, occasionare tanto un'azione intempestiva quanto una intempestiva sosta e contribuire ad una accelerazione non meno che ad un rallentamento dell'atto bellico; tuttavia va considerata come una delle cause naturali che possono arrestare, senza ricorrere ad una contradizione, l'azione bellica: quando si pensi che l'uomo è portato, per propensione naturale e per circostanze, molto più, a sopravvalutare le forze dell' avversario che a fare il contrario, si ammetterà anche che l'imperfetta conoscenza della situazione in generale contribuirà molto a trattenere l'attività bellica e a moderarne il principio fondamentale. Ora la stessa possibilità d'una tregua introduce un nuovo elemento di limitazione nell'atto bellico perché lo diluisce, in certo modo, nel tempo, ritarda l'approssimarsi del pericolo e accresce i mezzi per ristabilire l'equilibrio eventualmente perduto. Più forte è la tensione che ha prodotta la guerra, più grande ne sarà la energia, più brevi i periodi di tregua; più fiacco è il principio della guerra, più lunghe le tregue. I motivi più forti accrescono la forza di volontà dei belligeranti, che è sempre, come sappiamo, un fattore nel prodotto delle forze. Più lenta si svolge l'azione bellica, più frequenti e lunghe ne sono le pause, più facile sarà riparare ad un errore, tanto più ardito, diverrà nei suoi piani l'agente e più pronto ad affidarsi alle probabilità e alle congetture. L'andamento più o meno lento della guerra lascerà più o meno tempo per un calcolo delle probabilità secondo la situazione e i rapporti dati, calcolo al quale la natura stessa della situazione invita.

L'integralismo monoteista crea nelle persone l'illusione che usando le armi possono vincere. Questo poteva essere vero cento anni or sono, ma oggi la domanda è questa: chi detiene il controllo della fabbricazione delle armi?

Chi detiene il controllo della fabbricazione delle armi detiene anche le armi per fermare gli imbecilli a cui ha venduto le armi qualora tali armi siano rivolte verso di lui.

Chi detiene il controllo dei finanziamenti per costruire le armi?

Chi detiene il controllo delle risorse finanziarie detiene anche il controllo di risorse da usare contro coloro a cui ha concesso risorse finanziarie e che le sta usando contro di lui.

Chi detiene il controllo delle persone trasformate in greggi pronte all'obbedienza? Chi detiene il controllo di greggi che obbediscono può macellare chiunque tenti di costruire un diverso regime sociale o politico che emargini in qualche modo il detentore del controllo delle greggi.

A questo punto la guerra d'attacco contro chi vuole modificare il presente, è in atto fin da prima che colui che vuole modificare il presente nascesse.

L'attività bellica da parte del cristianesimo, dell'islam, dell'ebraismo contro gli uomini è sempre in atto al di là di come si presenta nelle varie condizioni storiche.

L'attività bellica della finanza internazionale è sempre in atto, fin da prima che gli individui nascessero, contro chi mette in discussione il controllo finanziario.

L'attività bellica dei produttori di merci, o dei commercianti, contro i cittadini, è già in atto, prima ancora che il cittadino nasca.

Quando il cittadino nasce gli si crea l'illusione di cambiare un insieme per renderlo più favorevole al proprio sviluppo dimenticando che l'insieme gli ha già messo in testa metodi e modalità per il cambiamento dell'insieme che lo porteranno alla sua distruzione.

bellica nei confronti dei cittadini non è mai sospesa. Una Costituzione non è mai rispettata, ma usata per gli interessi di strutture dittatoriali più o meno mascherate.

Quando può essere neutralizzato l'attacco ai cittadini?

Quando il controllo finanziario, militare (leggi: politico) realizzano che i cittadini sono il patrimonio della società e l'arricchimento del sistema finanziario o dello Stato Politico dipende dalla ricchezza, sia economica che culturale, dei cittadini allora inizia una sorta di "tregua armata" nella quale i controllori non colpiscono indiscriminatamente, ma colpiscono chirurgicamente singoli individui.

In quel momento può essere che l'attività bellica massiccia venga sospesa e che l'integralismo religioso, a cui con la violenza le persone sono sottomesse, venga, per un attimo, sospeso.

Una situazione del genere è accaduta nel momento dell'unità d'Italia. Per qualche anno l'integralismo cattolico fu fermato per esigenze politiche e sociali. Poi, riprese con tutta la sua violenza e tutta la sua attività di terrorismo contro i cittadini italiani.

Quando il bambino viene aggredito nella primissima infanzia dal cristianesimo, questa aggressione avviene innanzi tutto dall'ambiente parentale il cui scopo è quello di sottomettere a sé il bambino. Mentre l'apparato pulsionale del bambino lo spinge a dilatarsi nel mondo, l'ambiente parentale cristiano da un lato stronca le tensioni di espansione del bambino mediante l'imposizione di doveri e dall'altro lato determina la veicolazione delle pulsioni infantili mediante il meccanismo del premio e delle punizioni. Il bambino sa come combattere la sua battaglia in ambito parentale afferrando le emozioni dei presenti e distorcendole, ma la violenza delle risposte sia in ambito parentale che in ambito sociale, anziché armare di consapevolezza le pulsioni dell'infanzia, le stuprano per poterle controllare con l'effetto che l'attività difensiva dall'aggressione finisce per riprodurre nel bambino gli stessi meccanismi dell'aggressore. In quel momento l'integralismo cristiano si è impossessato definitivamente di quel bambino marchiandolo affinché diventi un adulto facilmente gestibile come pecora del suo gregge. La difesa dell'infante è stata piegata alle esigenze dell'aggressore.

Il bambino è sempre troppo debole per pensare di mettere in atto un attacco contro l'ambiente parentale. Deve rassegnarsi ad andare incontro ad un futuro sfavorevole perché è sempre meglio vivere sopraffatti che essere annientati definitivamente. La pace viene stipulata dal bambino quando rinuncia a rivendicare sé stesso.

La sospensione dell'attività bellica nei confronti del bambino avviene quando il bambino riesce ad astrarsi dalla realtà parentale che gli crea sofferenza. In quel momento il bambino cerca dei rifugi psico-culturali per sfuggire da una realtà che non comprende e che gli chiede di sottomettersi. Nell'ambiente psico-culturale incontra modelli che gli chiedono di sottomettersi ulteriormente o che gli mostrano come uscire dalla sottomissione con azioni che, una volta riprodotte nella pratica, risultano essere distruttive.

Le difese messe in atto dal bambino per difendere le proprie possibilità di espansione nel mondo vengono demolite perché l'adulto cristiano entra, di fatto, in concorrenza col bambino. Anziché confrontarsi con altri adulti, il cristiano preferisce misurarsi con i bambini dimostrando loro che lui è più bravo. I cristiani si occupano dell'infanzia perché è più facile dominare un bambino che non confrontarsi con adulti. Da qui anche le pratiche di stupro fisico dell'infanzia. Ne segue un bambino che ha come riferimento l'adulto che si misura col bambino e non l'adulto che si misura con la società o con le Istituzioni sociali. L'adulto che si fa dio padrone nei confronti del bambino e lo indurrà, diventando adulto, a farsi dio padrone nei confronti dei suoi stessi figli.

Esistono degli adulti che non entrano in concorrenza con i figli, ma questi adulti rientrano ancora nello schema cristiano: proteggono i loro figli o li giustificano, in situazioni nelle quali non dovrebbero intervenire perché avrebbero dovuto fornire ai figli i mezzi per gestire quelle situazioni. Di fatto, anche se la loro azione militare nei confronti dei bambini non appare violenta, la violenza consiste nel far crescere il figlio sfornito di strumenti adeguati. L'adulto che ha paura che il bambino cada, o sudi troppo, o legga troppo o abbia troppi interessi, ecc. quelle paure vengono trasmesse al bambino che soggettiva quella paura, quei timori, bloccando la sua veicolazione emotiva.

La difesa messa in atto dal bambino è una difesa che pesca dai meccanismi di sopravvivenza della specie e anche se il bambino riesce a sopravvivere all'ambiente parentale prima e all'ambiente scolastico poi, la guerra di difesa che ha dovuto combattere gli ha sottratto tempo, energia e cultura per costruire una diversa persona di quella che presenta nella società.

La disparità d'azione dell'adulto nei confronti del bambino è data dal fatto che l'adulto crede di conoscere il mondo in cui vive e a quel mondo, a quella forma, vuole adattare il bambino. Per contro, il bambino appena nato conosce le connessioni emotive fra gli oggetti del mondo sui quali concentra la sua attenzione. Mentre l'adulto con le sue parole pensa di dire qualche cosa di intelligente, il neonato non comprende le parole, ma viene coinvolto dalle emozioni che le parole veicolano costruendo una lettura dell'adulto e delle relazioni fra adulti che gli permette di articolare la sua azione nel mondo in un piano assolutamente sconosciuto per l'adulto.

Alla mancanza di conoscenza del territorio in cui agisce il bambino l'adulto interviene solo scendendo sul territorio dell'azione. Non dell'azione nei confronti del bambino, ma nell'azione nei confronti del mondo in modo che il bambino possa afferrare la componente emotiva dell'azione. Quando un adulto mette in atto una strategia militare attraverso la quale parla al bambino mediante le azioni che mette in atto nella società e nella quotidianità, significa che l'attenzione esistenziale di quell'adulto è rivolta verso il mondo, verso interessi che si presentano nel mondo e non verso un'attività di controllo del bambino. In sostanza, la guerra va fatta dall'adulto al mondo vivendo le contraddizioni del mondo e non deve essere rivolta nei confronti del bambino che l'adulto pretende di adeguare alla propria forma psico-emotiva.

L'imperfetta conoscenza del mondo emotivo da parte dell'adulto porta a mettere in essere azioni nei confronti del bambino che, costringendo il bambino ad azioni militari di difesa e di autopromozione, porta ad una limitazione della crescita del bambino costruendo un adulto inadeguato rispetto alle aspettative dell'adulto o dell'ambiente parentale che lo ha educato.

La tregua, nell'attività militare dell'adulto contro il bambino, avviene quando i genitori, dopo aver fatto una guerra feroce per adeguare il bambino alla forma psico-emotiva che pensano del mondo, decidono di diventare "amici" dei loro figli.

Anziché accogliere i figli nella comunità di adulti, introducono un altro elemento che solo apparentemente limita l'atto bellico perché lo diluisce nel tempo attraverso il ricatto emotivo della sottrazione dei genitori da cui sono stati costretti a dipendere. Compiacere l'oggetto da cui il bambino, adolescente-adulto, dipende diventa la seconda fase dell'atto bellico della struttura parentale nei confronti dei bambini. Eterni individui dipendenti dai genitori e da forme sociali associative di aggressione a chi può mettere in discussione quelle condizioni di dipendenza. Questi bambini dipendenti come dipendono dal dio padrone, in quanto estensione della dipendenza genitoriale, continuano a dipendere da forme mentali che trasformano in idee di razzismo, supremazia, prevaricazione, dominio e di belligeranza armata che va dal bullismo alla criminalità, dall'uso di strumenti sociali come armi (istituzioni, attività industriale o commerciale usate come mezzi per delinquere contro la società nel suo insieme) alla sistematica violenza in famiglia.

Con tanto più successo è stata condotta la guerra contro i ragazzi e tanto più incapaci saranno da adulti a condurre una guerra sociale con mezzi diversi dall'uso di armi. Un esempio sono i militari statunitensi che ritornano dal fronte con gravi patologie psichiatriche.

La tregua fra genitori e figli avviene quando i figli hanno fatto propri i metodi dei genitori e questi metodi vengono ripetuti nei loro stessi figli dove i genitori, i nonni, diventano i feroci guardiani, date le condizioni sociali, che controllano i loro figli adulti nella loro attività di guerra contro i loro nipoti.

La liberazione dei propri figli dall'incapacità di affrontare la vita si ottiene solo con una lotta rinnovata dei figli contro i genitori quando i figli riescono a conquistarsi non solo l'indipendenza dalla struttura genitoriale, ma alla struttura genitoriale dichiarano guerra per allontanare quei metodi dalla trattazione dei propri figli.

Solo la distruzione del vecchio, operata dai figli adulti, anche se in quegli adulti la crescita non si è sviluppata perché i vecchi non hanno fornito quei bambini di strumenti adeguati, ci può essere un cambio generazionale. Questo può avvenire non tanto per conflitto generazionale, ma per conflitto ideologico: non si è vecchi o giovani in base agli anni che si hanno, ma si è vecchi o giovani in base alla quantità di apertura verso il futuro che si esprime nelle scelte del presente.

L'arte della guerra è l'arte della variazione del presente. Si possono usare bombardieri per distruggere o mattoni per costruire. Si può distruggere il proprio figlio o lo si può far diventare forte.

I bombardieri distruggono il presente in un attimo. Con gli schiaffi si può terrorizzare riducendo il bambino all'obbedienza.

La costruzione richiede molte generazioni e molti atti di difesa. L'oggetto del contendere è sempre e solo l'uomo. Quando si parla di "conquista" si parla solo di appropriazione di mezzi per controllare l'uomo! O per controllare il bambino o le bambine futuri adulti di quella società.

La tregua, la pace, è il più feroce atto di guerra a cui gli uomini sono sottoposti. Non si obbliga il più forte a fare la pace, ma si obbliga il più debole a sottomettersi al più forte: i sanguinari terroristi chiamano la sottomissione "PACE".

Per il lavoro, le citazioni sono tratte da:

Karl von Clausewitz, Pensieri sulla guerra estratto del Della Guerra, ed. BIT 1995

Marghera, 06 luglio 2014

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riflette sul

pensiero filosofico che

costruisce schiavitù o libertà

Terzo volume della

Teoria della Filosofia Aperta

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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.