La guerra come vita, la vita come guerra
il genocidio come scopo in Clausewitz
Della Guerra

Karl von Clausewitz 1780 - 1831

di Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891185808 per il cartaceo della filosofia aperta

Indice Teoria della Filosofia Aperta

La guerra come vita, la vita come guerra

Capitolo 3
il genocidio come scopo in Clausewitz

Qual è il nemico che dobbiamo abbattere?

Gli ostacoli che si presentano alla vita nel momento stesso in cui una frazione di materia diventa consapevole di sé stessa sono i nemici alla sua dilatazione, al suo sviluppo, che il mondo gli presenta.

La guerra inizia nel momento stesso in cui la frazione di materia diventa consapevole.

Il mondo, formato da frazioni di materia diventate consapevoli, più o meno divenute per trasformazioni successive, sono ostacolo al possibile divenire della nuova consapevolezza venuta in essere. Le condizioni del mondo hanno prodotto la consapevolezza in questa frazione di materia, ma nello stesso tempo, le condizioni del mondo agiscono per limitare lo sviluppo di questa frazione di materia.

Lo sviluppo della vita, di ogni unità di vita, avviene per conflitto (o per contraddizione nelle relazioni) fra le proprie pulsioni soggettive e le necessità delle unità viventi in una oggettività che si presenta ad ogni singola vita come un’unità da affrontare nel suo complesso.

Le pulsioni soggettive di ogni singola vita vengono veicolate mediante la “volontà d’esistenza”. La volontà è quell’espressione soggettiva che sta fra il presentarsi alla coscienza di una necessità d’azione nel mondo e l’attuazione dell’azione nel mondo in risposta alle sollecitazioni soggettive. Mentre si esprime volontà, si ha nel soggetto una disgregazione della coscienza che si riaggrega nel corso dell’azione stessa. L’azione è condotta dal soggetto nel mondo, sia come scelta soggettiva sia come risposta a scelte di soggetti nel mondo, a coscienza disgregata che si ricompone, quando è in grado di farlo, fagocitando l’esperienza dell’azione.

Scrive Clausewitz:

La forza della volontà

Volendo abbattere il nemico, dobbiamo commisurare il nostro sforzo alla sua capacità di resistenza; questa si esprime mediante un prodotto i cui fattori inseparabili sono: la grandezza dei mezzi disponibili e la forza della volontà. La grandezza dei mezzi disponibili si potrebbe determinare, poiché consta - per quanto non interamente - di cifre; la forza della volontà si lascia assai meno facilmente determinare, ma soltanto stimare approssimativamente, quando si tiene presente la gravità del motivo. Ottenuto per questa via un sufficiente grado di approssimazione nella stima della forza di resistenza dell'avversario, ad essa dobbiamo commisurare i nostri sforzi e accrescerli fino a superarla, o almeno - se i nostri mezzi non lo consentono - accrescerli per quanto ci è possibile. Ma lo stesso fa il nemico: quindi, nuovo accrescimento da ambo i lati, che, sul piano della rappresentazione pura, deve presentare la tendenza all'infinito. Questa è la terza reciprocità e il terzo limite in cui entriamo.

La capacità di resistenza dei soggetti nel mondo in cui la coscienza inizia ad operare è manifestata mediante la loro volontà d’esistenza e le loro necessità di espansione nel mondo.

L’abbattimento degli ostacoli da parte della volontà nell’azione del soggetto è relativa sia ai limiti della qualità dell’esistenza della coscienza sia dalla volontà messa in atto dai soggetti nel mondo in cui quella coscienza agisce. L’azione della coscienza nel mondo è relativo sia alla qualità materiale in cui quella coscienza si esprime, sia alla qualità del mondo che quella coscienza deve preservare per continuare ad esistere.

Questo è un fattore che Clausewitz non prende in considerazione. Clausewitz considera la guerra solo quella messa in atto dal dio padrone mediante il diluvio universale. Le relazioni ideali della guerra per Clausewitz sono quelle della distruzione totale del nemico e della sua determinazione di vivere ed esistere.

Nella logica della guerra del dio padrone cristiano, presa a modello da Clausewitz, si parafrasa il detto di Mao Tse Tung per cui: “Dio tutto può distruggere perché tutto ha creato e tutto potrebbe, ipoteticamente, ricreare!”. Il problema per la vita e le società, a differenza degli operai in Mao Tse Tung, è che il dio padrone non ha creato nulla e i suoi seguaci si limitano a distruggere ciò che gli uomini hanno costruito anche e soprattutto in contrapposizione al dio padrone.

La volontà del dio padrone cristiano non trova ostacoli se non nel rifiuto dell’uomo di sottostare alla sua schiavitù che giustifica, secondo i cristiani e secondo Clausewitz, il genocidio degli uomini ad opera del dio padrone.

In quest’ottica, secondo Clausewitz, la volontà non è pensata come la costante nella manifestazione dell’uomo, del soggetto, nel mondo, ma è pensata come una sovraeccitazione psicologica “...quando si ritiene presente la gravità del motivo”. L’ottica di Clausewitz è la schiavitù dell’uomo che ricorda la sua volontà d’esistenza solo quando si presentano motivi gravi.

Per la vita ogni attimo è un “motivo grave” che venga affrontato col bagaglio esperienziale costruito in tutti gli attimi precedenti. La vita, con la sua esperienza, acquisisce consapevolezza e intelligenza con cui veicolare le azioni nel mondo. Lo schiavo di Clausewitz viene umiliato nella vita da una gerarchia a cui è sottomesso e poi, questa stessa gerarchia, quando si trova in condizioni di “grave motivo”, pretende che il suo schiavo manifesti la sua volontà in difesa della gerarchia. La gerarchia che in nome del dio padrone mantiene le persone in schiavitù mediante la minaccia della loro distruzione (come col diluvio universale) e pretende che quelle stesse persone difendano il suo diritto di mantenerle in schiavitù sotto la minaccia di distruzione impedendo ad altri soggetti di impossessarsi dei suoi schiavi. Nell’ottica schiavista di Clausewitz c’è la contrapposizione fra il padrone buono e il padrone cattivo, il padrone legittimo e il padrone illegittimo, e la volontà consiste nella scelta dello schiavo nel dare la sua vita per il padrone “legittimo”.

La vita non fa “valutazioni dell’avversario” perché le condizioni in cui la vita combatte per dilatare la coscienza nel mondo sono insite nella vita stessa. Le forze del mondo contro cui combatte la vita sono le stesse forze che hanno portato in essere la vita. Il combattere non è relativo alla distruzione della volontà del nemico, ma è la costruzione delle relazioni con la volontà del “nemico”.

Nella condotta della guerra di una volontà contro un’altra dipendono molto le idee aprioristiche che si hanno nei confronti del nemico. Gli USA, quando hanno tentato di appropriarsi dell’Iraq con la scusa della “distruzione delle armi di distruzione di massa” hanno distrutto un mercato di approvvigionamento e di vendita facendo diventare l’Iraq preda del nemico contro il quale dichiaravano di combattere: l’integralismo di al-Qaeda. Eppure, se non avessero applicato i dettami della bibbia del dio padrone avrebbero potuto acquistare con meno di un decimo di quanto hanno investito nella guerra, la collaborazione di un paese che sarebbe diventato, per loro, un ottimo mercato di vendita e di acquisto. L’aggressione messa in atto dagli USA all’Iraq ha costretto i sopravvissuti irakeni a compattarsi nell’unica ideologia rimasta, l’integralismo islamico, che, a differenza di Saddam Hussein, ha negli USA e nel mondo occidentale il nemico da distruggere. Al contrario degli USA, la Cina sta conducendo un’espansione economica che coinvolge nell’arricchimento e nel benessere i paesi Africani cercando un equilibrio fra la sua volontà di espansione economica e la volontà di esistenza di quei paesi.

La vita, la coscienza, per espandersi deve curare le relazioni col mondo in cui combatte. Il feto che uccide la madre, uccide anche sé stesso. L’uomo che distrugge la Natura, distrugge anche sé stesso. Gli USA che distruggono i paesi laici del medio oriente distruggono anche sé stessi. Mentre il dio dei cristiani combatte per distruggere, la Coscienza che emerge nella Natura per preservare sé stessa deve combattere modificando sì il mondo e la realtà in cui vive spostando le condizioni a proprio favore, ma alimentando anche le tensioni e le condizioni che quelle condizioni favorevoli alimentano.

Scrive Clausewitz:

Modificazioni della realtà

In tal modo l'intelletto non trova mai pace, nel campo del concetto puro, finché non è giunto all'infinito perché ha a che fare con un assoluto, con un conflitto di forze abbandonate a sé stesse che non seguono altra legge all'infuori di quella loro interna; se volessimo dedurre, perciò, dal puro concetto della guerra un punto assoluto per lo scopo che esponiamo e per i mezzi da impiegare, cadremmo, in virtù della continua reciprocità degli effetti, in estremi che non sarebbero altro che un gioco della immaginazione, condotto su un filo appena visibile di logica sottigliezza. Se si volesse, tenendoci fermi all'assoluto, delineare tutte le difficoltà con un tratto di penna, e insistervi con logico rigore, in modo da doversi spingere ognora all'estremo e porre in ogni caso lo sforzo estremo, un tale tratto di penna sarebbe solo una legge libresca, non una legge per il mondo reale.

Posto anche che quel massimo dello sforzo fosse un assoluto facile a trovarsi, si deve tuttavia ammettere che lo spirito umano difficilmente si subordinerebbe a questo genere di vaneggiamenti logici. In molti casi ne deriverebbe un inutile dispendio di energie, che dovrebbe trovare un compenso in altri principi dell'arte di governo: si richiederebbe una tensione di volontà sproporzionata alla meta proposta, che quindi non si potrebbe suscitare, perché la volontà umana non acquista le sue forze mediante le sottigliezze logiche. Tutto però si configura diversamente quando passiamo dal regno delle astrazioni a quello della realtà. Nel primo, tutto doveva restare sottoposto all'ottimismo e dovevamo raffigurarci che tanto l'una parte quanto l'altra non tendessero soltanto alla perfezione ma l'avessero addirittura raggiunta. Avverrà mai questo nella realtà? avverrebbe se:

1) la guerra fosse un atto totalmente isolato che sorgesse repentinamente senza nessuna connessione con l'anteriore vita dello stato.

2) se essa consistesse in una risoluzione singola o in una serie di risoluzioni contemporanee.

3) se costituisse la risoluzione completa di per sé, se la situazione politica che sarà per seguirla non reagisse su di essa, già nella fase delle previsioni.

La realtà intellettuale di Clausewitz non trova pace fintanto che, come il dio padrone, non elimina il nemico col diluvio universale. Il genocidio, descritto con un tratto di penna, non è solo una legge libresca, è un atteggiamento psicologico dell’individuo educato dal cristianesimo che non tollera nessuna concorrenza con la propria identificazione nell’assoluto dio padrone. Che questo atteggiamento si scontri con la realtà dell’umana esistenza, non c’è dubbio. Ma l’umana esistenza limita l’atteggiamento di distruttore assoluto del dio padrone, che il cristiano vorrebbe praticare, non cambia la direzione o le finalità dell’azione distruttiva del cristiano.

Mentre Clausewitz farnetica di distruggere il nemico con un bel diluvio universale, la realtà oggettiva in cui tale azione dovrebbe avvenire gli mostra tutti i limiti all’applicazione pratica del suo delirio. E’ il delirio che trova limiti nella realtà, non il conflitto. Il conflitto nella realtà del vissuto quotidiano ha i suoi limiti nei soggetti che entrano in conflitto dove le condizioni da cui i contendenti sono emersi sono anche le condizioni di sopravvivenza dei contendenti stessi e parte integrante dei fini a cui il conflitto tende.

Il feto può uccidere la madre esattamente come l’uomo può distruggere la Natura. Tali azioni si ritorcono contro chi le ha messa in atto, sia se nel metterle in atto era consapevole delle conseguenze, sia se non ne era consapevole perché il “non essere consapevole” è il risultato della costruzione della distruzione nell’individuo della percezione degli effetti delle azioni che lui stesso mette in atto. Gli USA quando hanno invaso l’Iraq sapevano che avrebbero aperto le porte all’integralismo di al-Qaeda e sapevano che non avrebbero potuto trarre beneficio da quel conflitto. La distruzione di un presente in cui gli USA avrebbero potuto agire è stato fatto con assoluta consapevolezza di ricevere un danno.

Qual era la meta proposta nelle attività USA in Iraq? L’arrivo dell’integralismo islamico per favorire l’integralismo ebraico.

La volontà umana e la volontà d’esistenza non si piega ad esigenze razionali (a sottigliezze logiche). Si adatta alle condizioni che incontra in una continua ricerca di sopravvivenza. Condizioni che, una volta afferrate, diventano la base per un diverso futuro in cui la volontà di espansione dei soggetti può esprimersi.

Se nel regno della fantasia l’adoratore del macellaio di Sodoma e Gomorra immagina un trionfo del suo dio sopra i suoi nemici, nella realtà il trionfo viene conquistato col sangue e con il dolore di sé stessi e dei nemici. La guerra al massacro interrompe lo sviluppo della vita e costruisce condizioni dalle quali ripartire per ricostruire la vita. Sia dei vinti che dei vincitori. Questo perché le regole applicate in quella guerra erano le regole cristiane del dio padrone e non le regole della vita dove il nemico non è un soggetto da distruggere, ma è un soggetto con cui costruire delle relazioni anche se le relazioni possono assumere il carattere di conflitto.

Secondo Clausewitz, il cristiano che si identifica col suo dio padrone deve tener conto che la guerra non è un atto isolato che sorge repentinamente senza una connessione con la vita dello Stato.

La guerra, intesa come acutizzarsi di un conflitto, è la continuazione del percorso di trasformazione di una relazione in cui i contendenti hanno alzato continuamente la loro posta in gioco. Da una situazione conflittuale in cui la soluzione del conflitto poteva avvenire mediante una contrattazione nella salvaguardia dei reciproci interessi, una delle due parti ha posto delle condizioni incettabili per l’altra. Quando i batteri della polmonite pongono delle condizioni incontenibili per l’individuo, il conflitto si risolve con la morte dell’individuo o con la distruzione dei batteri. Dal momento che batteri e virus sono contenuti nell’individuo, la distruzione dell’individuo comporta la distruzione di quei batteri senza un apparente vantaggio per batteri e virus a differenza del parassita della leptospirosi in cui la distruzione del corpo ospite consente al parassita di riprodursi dentro un diverso corpo. Che poi è la strategia militare attraverso la quale si è diffusa l’ideologia cristiana nella società civile costruendo un diverso e triste futuro per quella società.

La guerra, come soluzione violenta di una relazione, non è mai fine a sé stessa. Innanzi tutto cambia il vincitore. E’ il caso della condizione femminile in Italia. L’impiego della manodopera femminile nelle fabbriche per compensare il lavoro degli uomini mandati al fronte a combattere nella seconda guerra mondiale dette il via a quel processo sociale di trasformazione che portò la donna fuori dalla condizione in cui il cattolicesimo l’aveva relegata. La guerra cambia il vinto interrompendo il processo di trasformazione e di divenire su cui si era incamminato lo costringe a ricapitolare la propria esistenza e iniziare un nuovo e diverso cammino. La guerra cambia il mondo perché costringe il mondo a riadattarsi alle nuove condizioni che la guerra ha provocato.

Dopo il conflitto, sia individuale che sociale, nulla è più come prima. Paradossalmente per dare il via a dei cammini di trasformazione sociale è necessario essere sconfitti e riformulare le condizioni sociali della propria esistenza. In un conflitto individuale la sconfitta è interna ai due contendenti; in un conflitto sociale, quando il conflitto non è con le pratiche di genocidio per il genocidio dei cristiani, ad essere sconfitto è il comando sociale e i valori generali che quel comando sociale incarnava. Nel caso dell’Iraq ad essere sconfitto fu Saddam Hussein e i principi di laicismo e di libertà dell’individuo dall’oppressione religiosa. Dopo l’impiccagione di Saddam Hussein fu ripristinato l’assolutismo religioso con l’imposizione del velo alle donne e con il favorire dell’arrivo in Iraq di al-Qaeda e l’integralismo islamico.

A questa nuova condizione il mondo si è riadattato ripensando il rapporto con l’Iraq e gli USA. Nulla sarà più come prima al di là che fosse stato pensato e calcolato. Per questo motivo Clausewitz esclude che la guerra sia una soluzione “completa di per sé” nella soluzione dei conflitti in quanto la guerra è un mezzo e non un fine. Quando si ha la polmonite si prende un antibiotico. L’antibiotico non è il fine, ma il mezzo per risolvere un conflitto dopo il quale saranno necessari nuovi e diversi adattamenti del corpo che non sarà mai quello di prima del conflitto, ma sarà un diverso corpo.

Scrive Clausewitz:

La guerra non scoppia improvvisa

Per quanto concerne il punto primo, ciascuno dei due avversari non è per l'altro una persona astratta, neanche riguardo a quel fattore della forza di resistenza che non è costituito da oggetti esteriori, cioè la volontà. Questa volontà non è totalmente un'incognita, ma preannunzia in ciò che è oggi, ciò che sarà domani. La guerra non scoppia improvvisa: la sua preparazione non è opera di un momento, perciò ciascun avversario può giudicare l'altro grosso modo, non da quello che a rigore dovrebbe essere o fare, ma da quello che è già e da quel che fa. Orbene l'uomo, con il suo organismo imperfetto, resta sempre al disotto della linea dell'ottimo assoluto e queste manchevolezze, che divengono reali da ambo le parti, saranno un principio di moderazione.

Per gli uomini il dio padrone è una persona astratta. Un non-essere che viene rappresentato da individui che massacrano indiscriminatamente in suo nome, per suo conto e per imporre la sua morale.

Il punto consiste nel scomporre la realtà vissuta in tutti i suoi fattori. Non solo gli elementi che noi consideriamo “materiali” o “reali”, ma soprattutto quelli che “l’altro” considera reali e oggettivi anche se sono propri di una realtà immaginata. Se il tuo nemico è uno schizofrenico, non ti puoi esimere dal considerare gli elementi con cui veicola le sue pulsioni schizofreniche come se fossero oggetti reali od obbiettivi che guidano il suo agire.

La volontà è un elemento che viene veicolato dall’individuo in considerazione a ciò che l’individuo “crede” sia la realtà del mondo. Il kamikaze convinto che facendosi saltare in aria arriverà nel paradiso con dieci vergini: il paradiso di dieci vergini deve essere l’obbiettivo da affrontare per chi combatte il kamikaze. Non ci si confronta col kamikaze che ha una bomba. In quel momento quel kamikaze va fermato, ma se non fermi l’ideologia del paradiso con dieci vergini, non fermi la produzione di kamikaze. Evitare di confrontarsi col paradiso delle dieci vergini significa voler, di fatto, alimentare l’attività dei kamikaze anche contro sé stessi. Questo fa parte della strategia militare USA per dimostrare la necessità di un’azione militare con la continua presenza di kamikaze che provocano allarme.

Le credenze e le idee manifestate dagli individui preannunciano che cosa gli individui possono fare e la direzione nella quale la faranno. I cristiani col crocifisso manifestano il valore sociale secondo cui “O fai quello che voglio io o io ti ammazzo!”. Questo non significa che ammazzeranno tutti quelli che non faranno ciò che loro vogliono, ma significa che qualora alcuni individui non faranno o non penseranno come loro vogliono potranno essere da loro ammazzati in base al loro credo e alle loro convinzioni che legittimano attraverso il crocifisso. La volontà del cristiano è la volontà dello schiavo che ribadisce lo schiavismo per imporre la libertà delle persone di essere schiave e di essere padroni di schiavi (che poi è la stessa cosa).

Quando i cristiani non fanno guerra a coloro che non si mettono in ginocchio davanti al loro dio, significa che stanno preparando la guerra contro chi non si mette in ginocchio davanti al loro dio. La guerra non scoppia improvvisamente, ma viene preparata da molti atti preparatori che è necessario imparare a leggere. Quando Bush scoprì di essere un “cristiano rinato”, in medio oriente dovevano aspettarsi che avrebbe fatto quanto in suo potere per riprendere le crociate contro gli infedeli. Questo vale anche per il discorso di Obama a Il Cairo. Obama non voleva la convivenza fra i popoli, voleva destabilizzare gli stati laici in cui ci sono religioni musulmane per distruggere il laicismo, poter imporre l’integralismo religioso, per preparare le condizioni per lo sterminio degli “infedeli”. Nello stesso tempo, l’Europa deve essere consapevole che lo scontro fra gli integralismi religiosi monoteisti ha come obbiettivo la distruzione della Costituzioni occidentali: cosa significa aver eletto il gesuita Bergoglio in Vaticano se non come atto di guerra alle Costituzioni occidentali e ai principi di uguaglianza ai quali va sottomesso il dio padrone cristiano? La Cina è consapevole che il movimento religioso integralista musulmano degli Uiguri ha lo stesso utilizzo del Dalai Lama e dei cattolici nell’attività di eversione dell’ordinamento sociale in funzione di una guerra il cui obbiettivo è privare i cinesi della loro libertà religiosa.

La guerra non scoppia improvvisa, viene preparata anche con anni di anticipo. Può essere che i singoli progetti di guerra, per una qualche ragione, abortiscano, tuttavia quello Stato, quella società che non è in grado di proteggere i propri cittadini o che i cittadini non partecipano per alimentare le Istituzioni, ha un ben triste futuro.

Al contrario, la vita scoppia all’improvviso. La materia si illumina e l’emozione anima la materia. L’”Io sono” si muove nel mondo iniziando la propria guerra. La specie ha dato un patrimonio con cui quella coscienza risponde alle sollecitazioni del mondo, ma quel patrimonio di risposte possibili va selezionato scegliendo le risposte funzionali.

La coscienza che emerge dalla non coscienza alimenta sé stessa. La guerra della coscienza che emerge è quella di alimentarsi per persistere nello stato in cui è divenuta. L’armamentario della coscienza è proprio della coscienza ed è un armamentario che serve alla coscienza per affrontare il mondo persistendo nel proprio stato di consapevolezza.

Scrive Clausewitz:

I limiti dello sforzo

Infine il risultato finale d'una guerra intera non va considerato come assoluto; al contrario, lo Stato soccombente non vi vede che un male passeggero per porre riparo al quale si può ancora trovare un aiuto nelle relazioni politiche di tempi posteriori. Quanto debba una simile considerazione moderare la forza della tensione e l'energia nell'impiego delle forze, è evidente. In tal modo si toglie a tutta l'attività bellica la rigida legge che spingerebbe le forze all'estremo. Se l'assoluto non viene più temuto né cercato, diviene compito del giudizio di fissare - al posto dell'assoluto - i limiti per lo sforzo, ciò che può avvenire solo in base ai dati offerti dalle manifestazioni del mondo reale e secondo le leggi di probabilità. Quando i due avversari non sono più nudi concetti, ma Stati individualizzati, governi; quando la guerra non è più una realtà ideale, ma un succedersi di azioni che si determina e si particolarizza, la realtà fornirà i dati per trovare l'incognita. Ciascuna delle due parti dedurrà, secondo leggi di probabilità, la linea d'azione dell'altra dal carattere, dalle istituzioni, dalla situazione, dai mezzi del nemico e in base ad essa determinerà la propria.

Tutta l’idea di Clausewitz può riassumersi nello “Stato vincente” e nello “Stato soccombente”. Lo Stato, nell’idea di Clausewitz si identifica col dio padrone cristiano e si ha lo Stato che vince e lo Stato che soccombe.

Gli uomini, le persone, i cittadini, in Clausewitz sono mezzi, oggetti, di cui lo Stato si serve per i suoi scopi. Gli uomini sono ridotti a “popolo”, un eufemismo per definire le pecore del gregge di un padrone che possono sia servire il padrone che entrare a far parte di altri greggi.

In questa “estetica della guerra” manca il sangue e il dolore di donne e uomini per la perdita di un futuro possibile. Donne e uomini che di quella guerra non avrebbe importato nulla se non avessero subito un’altra guerra che li ha privati della possibilità di determinare essi stessi le loro scelte.

Lo Stato sconfitto vede un male passeggero, gli uomini e le donne macellate o la cui vita e il cui futuro è stato distrutto, vedono il male assoluto. Il “cronometro della vita” scorre e ci porta tutti verso la morte del corpo fisico in un tempo, misura di possibili cambiamenti, che, più o meno lungo, è tuttavia determinato e che la guerra ha rubato ad ogni singolo individuo.

Nella logica di Clausewitz, uno Stato ha fatto la guerra ad un altro Stato. Nella realtà lo Stato ha fatto la guerra ai suoi stessi cittadini trasformandoli in non-persone, in mezzi con cui affermare la propria supremazia, togliendo loro ogni personale progetto d’esistenza.

La forza non è moderata. Nella guerra in cui uno Stato si identifica col dio padrone la forza è puro macello. Come nelle guerre colonialiste in Africa o in America Latina o nel Nord America. Rimane una strada lastricata di cadaveri. “Siamo stati moderati, mica li abbiamo ammazzati tutti!” Un individuo non vive solo in quanto corpo, ma vive in quanto corpo che abita un mondo di relazioni. Uccidi il mondo di relazioni e hai ucciso il corpo anche se quel corpo lo puoi ancora usare come uno schiavo.

Uno Stato che dichiara guerra, nella logica di Clausewitz, anche se formalmente dichiara guerra ad un altro Stato, in realtà sta dichiarando guerra ai suoi stessi cittadini. Loro sono il bestiame da sacrificare. Lo sapevano molto bene i soldati italiani nella prima guerra mondiale: in seicentomila si spararono negli arti per non combattere per uno Stato che li riduceva come schiavi. Altri hanno sparato nella schiena dei loro padroni, i comandanti che si compiacevano di mandarli al macello in nome del dio padrone: il martirio per conquistarsi il paradiso. La rivoluzione Bolscevica ha dimostrato chi era il nemico dei russi.

Quando la vita emerge, ogni suo combattimento nelle relazioni col mondo viene fatto in modo da non danneggiare l’ambiente in cui la vita continuerà a vivere o nel quale la vita si espanderà. La regola delle relazioni nella vita è la vita stessa.

Nella guerra retta dalle leggi cristiane, le finalità della guerra sono quelle determinate dal dio padrone col diluvio universale. La magnanimità del macellaio è una magnanimità numerica: macellarli tutti meno quelli che servono. La misura della magnanimità del dio padrone è la quantità di servi che il dio padrone o lo Stato vincitore abbisogna per alimentare il suo potere. E’ proprio del dio degli ebrei l’ordine di macellare uomini, donne e bambini del popolo conquistato affinché nessuno resti in vita.

La vita si dispiega fra mille contraddizioni nella sua esistenza. In Natura, dove rimane una nicchia priva di vita o di contraddizioni, questa viene subito occupata da una nuova specie o da una diversa forma vivente che si adatta a quella nicchia per fondare il proprio futuro. Ma nella natura le guerre, le contraddizioni, gli scontri non hanno come fine la distruzione, ma la costruzione della vita. Un leone non si mangia la gazzella per distruggere la gazzella, ma per costruire la propria vite e il proprio futuro. Il dio padrone distrugge gli uomini perché il dio padrone di ebrei, cristiani, musulmani o buddisti non ha futuro.

La guerra per costruzione non è contemplata in Clausewitz: il dio padrone crea, non costruisce! La vita costruisce e non distrugge perché costruire comporta lavoro di molte generazioni.

Scrive Clausewitz:

Il fine politico della guerra

A questo punto ritorna di per sé nella questione un argomento che avevamo messo da parte: il fine politico della guerra. La legge radicale, l'intento di disarmare il nemico, di abbatterlo, l'aveva finora come riassorbito in sé. Non appena quella legge viene a perdere della sua forza e questo intento si allontana dalla sua mira, lo scopo politico della guerra torna di nuovo in primo piano. Essendo tutta l'indagine costituita da un calcolo di probabilità determinate, basato su persone e situazioni, il fine politico, come motivo determinante, deve divenire un fattore veramente essenziale nel prodotto finale. Quanto minore è il sacrificio che esigiamo dal nostro avversario, tanto minori potremo prevederci i suoi sforzi, per resistere. Ora, più questi saranno piccoli, più limitati potranno restare i nostri. Inoltre, quanto più ristretto è il nostro scopo politico, tanto minore sarà il valore che gli attribuiremo e tanto più facilmente ci rassegneremo a rinunciarvi: anche per questo i nostri sforzi si ridurranno in proporzione. Il fine politico, dunque - in quanto motivo determinante della guerra, - sarà la misura, tanto per la meta da raggiungere mediante l'attività bellica, quanto per gli sforzi necessari. Ciò non potrà avvenire automaticamente di per sé, bensì - in quanto abbiamo a che fare con oggetti reali e non con nudi concetti - sempre in relazione al rapporto reciproco dei due stati. Lo stesso fine politico può produrre effetti totalmente diversi su popoli diversi, e anche, sullo stesso popolo, in epoche diverse. Perciò non possiamo prendere il fine politico, come meta, che considerandolo nei suoi effetti sulle masse che deve mettere in moto onde l'esame si estende al carattere di queste masse. è facile scorgere che il risultato può essere totalmente differente, a seconda che nelle masse si trovino principi che le incitino alla azione o che - al contrario - ne la distolgano. In due popoli, in due Stati possono trovarsi una tale tensione, una tal somma di elementi di ostilità, che anche un motivo di guerra trascurabile in sé, può produrre un effetto di gran lunga sproporzionato alla sua natura: una vera esplosione. Ciò vale per lo sforzo che il fine politico può suscitare in ambedue gli stati e per la meta che dovrà prescrivere all'attività bellica. Talora il primo si identificherà con la seconda: nella conquista di una certa provincia, per esempio. Talora il fine politico non sarà in grado di designare lo scopo bellico: in tal caso ne va scelto uno, equivalente, che possa prenderne il posto, al momento della pace. Ma anche qui bisogna tener presente il carattere degli stati in campo. Ci sono casi in cui l'equivalente deve essere assai più rilevante del fine politico, perché questo possa essere raggiunto mediante di esso. li fine politico sarà la misura tanto più predominante - decisiva addirittura - quanto più indifferenti saranno le masse, quanto minore la tensione preesistente in ambo gli stati o nei loro rapporti; si danno casi in cui è quasi solo a decidere. Se dunque la meta dell'azione bellica è un equivalente del fine politico, essa in generale s'abbasserà con questo; più esattamente, s'abbasserà tanto più quanto più questo fine apparirà predominante: così si spiega come possano darsi - senza contraddizione interna - guerre di tutti i gradi di importanza e di energia, dalla guerra d'annientamento fino alla semplice ricognizione armata. Questo ci conduce ad un problema d'altro genere, che abbiamo ora da sviluppare e da risolvere.

Per Clausewitz il fine della guerra è distruggere il nemico che adora Baal. L’intento di disarmare i sacerdoti di Baal delle loro idee religiose rinchiudendoli nel tempio e bruciandoli vivi era il fine della guerra e della sua legge. Non appena vengono distrutti gli adoratori di Baal, è necessario allontanare dall’attenzione delle persone la pratica del genocidio che ha assorbito l’intento dell’azione di guerra. All’attenzione viene posta la conversione, l’azione politica, con cui si costringono gli ultimi adoratori di Baal sopravvissuti al genocidio ad aderire al nuovo corso religioso, politico e sociale.

Per Clausewitz tutto è calcolo finalizzato al genocidio. Quella che lui chiama “politica” è in realtà la guerra emotiva. La conquista e la sottomissione dell’uomo con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima. La conquista e la sottomissione dell’uomo con tutto il suo cuore e con tutta la sua anima deve diventare, secondo Clausewitz. lo scopo “politico” della guerra che torna in primo piano.

Essendo tutta la guerra costituita da un calcolo di probabilità determinate basato su persone e situazioni, lo scopo della conquista rimane l’annientamento che dopo aver distrutto la struttura economico-sociale del “nemico” ora deve impossessarsi della struttura psico-emotiva del nemico per completare la distruzione e ottenere una totale sottomissione.

E’ esattamente quanto messo in atto dagli ebrei in Israele contro i Palestinesi. Prima il genocidio e poi rinchiusi in un campo di prigionia in cui possono venir sterminati a piacimento per impossessarsi di tutto il “loro cuore e tutta la loro anima”. Il calcolo delle probabilità, fatto su persone e situazioni, ha determinato la distruzione del popolo palestinese che è il vero prodotto finale della guerra di genocidio. Più le rivendicazioni dei palestinesi saranno piccole e minore è il prezzo che Israele dovrà pagare per il loro genocidio senza essere processato per delitti contro l’umanità.

Nella guerra fatta dai monoteisti e dai cristiani in particolare, l’annientamento del divenire dell’uomo, della sua autodeterminazione nella sua vita è il fine politico della guerra di annientamento.

Proprio in funzione dell’annientamento sistematico, come messo in atto dal colonialismo in Africa e in America, Clausewitz passa alla seconda fase della guerra. Dopo aver combattuto uno “Stato” che per combatterlo era più una definizione formale che non uno “Stato” come quello dell’aggressore; dopo aver stabilito il fine politico come annientamento delle persone ridotte alla miseria e alla sottomissione; Clausewitz prende in esame le “masse”, il “gregge” e ai meccanismi di controllo di quelle masse e di quel gregge: chi si può eliminare dentro a quel gregge al fine di avere il controllo del gregge? Quali sono gli elementi, i soggetti, le avanguardie, i “capi popolo” che vanno annientati?

Se ci sono “principi”, padroncini, che incitano le masse all’azione o se questi “principi”, padroncini, sono eliminati e magari si usa il clero per assopirne l’azione, sono condizioni e questioni differenti. Peggio ancora, secondo Clausewitz, se c’è un’ideologia, un’idea sociale, una prospettiva, capace di dare un senso e una finalità alle “masse” sconfitte sollevandole dalla sottomissione dallo scoramento in cui la guerra le ha rinchiuse.

La Prussia si è scottata con la Francia rivoluzionaria. La Russia si è scottata con la rivoluzione russa. In Italia il regime fascista si è scottato con la resistenza. Diventa imperativo per Clausewitz distruggere queste entità. Lo stesso vale per la politica di espansione degli USA: sostituire gli stati laici con degli stati ad integralismo religioso. Sono più facilmente controllabili e l’integralismo religioso statunitense può trovare un maggior accordo con gli integralisti islamici che non con le Costituzioni Europee o con Stati laici i cui costumi sociali si avvicinano all’Europa.

La politica del governo fantoccio è una scelta auspicata da Clausewitz e messa in atto dagli USA nella guerra di conquista in Afganistan, Vietnam, Iraq, Libia e Tunisia.

L’azione di annientamento, dice Clausewitz, diminuirà all’aumentare del controllo politico sulle masse del paese conquistato.

Al contrario, la vita aumenterà di intensità nelle relazioni col mondo tanto maggiori sono i fenomeni che dal mondo giungono a lei. La conduzione della guerra, intesa come azione di modificazione del presente in funzione di un futuro possibile, non prevede l’annientamento ma la variazione delle condizioni del presente in cui le volontà che si muovono possono mettere in atto le loro strategie adattative. Le volontà diventano soggetti ed agenti nel mondo date le condizioni oggettive nelle quali si muovono. Per contro, la loro azione adattativa spinge alla modificazione delle condizioni oggettive.

Per far questo è necessario uscire dalla logica del dio padrone con cui Clausewitz si identifica.

Per il lavoro, le citazioni sono tratte da:

Karl von Clausewitz, Pensieri sulla guerra estratto del Della Guerra, ed. BIT 1995

Marghera, 26 giugno 2014

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Claudio Simeoni

Meccanico

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.