La Città di Dio di Agostino d'Ippona

La città terrena e la città celeste

Aurelio Agostino d'Ippona (354 d.c. - 430 d.c.)

di Claudio Simeoni

La Teoria della Filosofia Aperta

 

Le due città e i due amori di Agostino d'Ippona

 

L'amore dell'uomo, per sé stesso in relazione ai suoi simili, ha costruito la vita. Fin da quando era nel brodo primordiale e la coscienza fu manifestata dalla materia.

Per discutere di Agostino è necessario entrare nella logica mentale di Agostino.

La mente di Agostino è piena di fantasmi, di paure, di angosce che non trovano conforto. Il suo delirio non è in grado di trovare pace. Il mondo, iniziato con Agostino, con Agostino deve finire.

Agostino ha cercato in tutti i modi di fuggire dalla madre, ma la madre lo ha inghiottito in un vortice irreale in cui il suo dispotismo è diventato ossessione e desiderio. Una logica filosofica popolata di fantasmi la cui realtà è data per scontata. E i fantasmi si chiamano "Dio", "Mosé", "Noè", "Gesù" e una realtà impregnata da provvidenza divina, da un dio che macella uomini e popoli e che Agostino chiama "buono e giusto".

Scrive Agostino:

Non c'è dubbio che i peccatori, angeli o uomini, non possono fare nulla per impedire le grandi opere del Signore, esaminate in tutte le sue volontà, poiché Colui che dà a ciascuno il suo con provvidenza e onnipotenza, sa servirsi bene non solo dei buoni, ma anche dei cattivi. In tal senso, come in conseguenza del primo atto di una volontà cattiva, l'angelo cattivo fu condannato e consolidato nella sua condizione al punto da non avere più volontà, perché mai Dio non avrebbe potuto permettere, servendosene in senso buono, che il primo uomo, creato retto, cioè con una buona volontà, fosse tentato da quello? Del resto il piano della creazione era tale che l'uomo buono, se avesse confidato nell'aiuto di Dio, avrebbe potuto vincere l'angelo cattivo; se invece, compiacendosi di se stesso, avesse abbandonato orgogliosamente Dio, suo creatore e soccorritore, sarebbe stato vinto; avrebbe ottenuto così un merito nella sua volontà retta, aiutata da Dio, un male invece nella volontà perversa, da Dio abbandonata.

Agostino, Città di Dio XIV, 27

Una serie di farneticazioni irreali dove le certezze affermate altro non sono che gli effetti della malattia psichiatrica desiderante che, imponendosi sulle persone indifese, nel periodo dell'infanzia, costruiscono adulti disperati che confidano nell'onnipotenza di un Dio che, non esistendo, non è in grado di intervenire nei loro problemi e costringe queste persone a cercare un surrogato terreno, un padrone fisico, una gerarchia alla quale sottomettersi finendo per desiderare una sopravvivenza fisica che vedono negata.

Chi è il peccatore nelle fantasie di Agostino? E chi è il Dio nelle fantasie di Agostino? Che cosa sono "le grandi opere del Signore" nel delirio farneticante di Agostino? I deliri di Agostino si trasformano in diktat morali dove, come in Platone, il bene è ciò che Agostino vuole che sia il bene e il Dio, che Agostino afferma, altro non è che Agostino stesso proiettato in un assoluto dal quale vuole guardare l'umanità che striscia in basso.

Volontà cattiva in un soggetto che è cattivo diventa, per Agostino, oggetto di condanna. Ma dal momento che afferma che "angeli o uomini, non possono fare nulla per impedire le grandi opere del Signore", va da sé che la cattiveria condannata dal Dio di Agostino è stata "creata" e "voluta" dal Dio di Agostino per potersi divertire a condannare chi è più debole di lui. Dal momento che la cattiveria è dedotta dalle azioni e non è un oggetto in sé, di cattivo c'è solo il Dio di Agostino e Agostino che, anziché censurarne le attività cattive, le giustifica rendendosi responsabile delle stesse.

Il libero arbitrio di Agostino è solo una presa in giro. Se il Dio crea l'uomo, crea pure le condizioni all'interno delle quali l'uomo sceglie. E se il Dio di Agostino crea delle condizioni la cui scelta costituisce danno per l'uomo, il Dio di Agostino è responsabile dei danni che impone all'uomo.

Il punto centrale è che il Dio di Agostino, per le condizioni poste da Agostino, è il costruttore del male per il male. E' colui che gode del male per il male. Le condizioni in cui l'uomo può scegliere, secondo Agostino, è la distruzione dell'uomo in funzione dell'obbedienza al padrone o la distruzione di sé stesso quando si rifiuta di sottomettersi. Viene condannato da Gesù il servo che, avendo avuto un talento o una mina, si rifiuta di fare gli interessi del proprio padrone.

La necessità di conquistare meriti, che Agostino impone all'uomo, è creata da Dio per il suo sollazzo. Non esiste nessuna necessità di Dio di creare una condizione nella quale l'uomo fa violenza a sé stesso per acquisire dei meriti. Ai figli di Zebedeo, ai quali Gesù chiede se fossero in grado di sopportare il suo stesso dolore pur di sedere nella gloria di suo padre, Gesù, riconoscendo che sono in grado di farlo, afferma l'assoluta discrezionalità di Dio che è indifferente ai meriti e ai crimini. Premia i criminali e tratta con disprezzo le persone "rette", come nell'episodio del peccatore e il fariseo, per il proprio divertimento che consiste nel veder soffrire i "buoni" e premiare i criminali in nome e per conto della gloria di Dio (crimini fatti per lo spirito, non per la carne).

Partendo da questo delirio, Agostino afferma:

Due amori quindi hanno costruito due città: l'amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l'amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste. In ultima analisi, quella trova la gloria in se stessa, questa nel Signore. Quella cerca la gloria tra gli uomini, per questa la gloria più grande è Dio, testimone della coscienza. Quella solleva il capo nella sua gloria, questa dice al suo Dio: Tu sei mia gloria e sollevi il mio capo. L'una, nei suoi capi e nei popoli che sottomette, è posseduta dalla passione del potere; nell' altra prestano servizio vicendevole nella carità chi è posto a capo provvedendo, e chi è sottoposto adempiendo. La prima, nei suoi uomini di potere, ama la propria forza; la seconda dice al suo Dio: Ti amo, Signore, mia forza.

Agostino, Città di Dio XIV, 28

L'amore di sé ha costruito la vita. La vita è uscita dal brodo primordiale, ha costruito le relazioni e si è modificata nelle relazioni con il mondo che la circonda.

Agostino disprezza l'uomo. Lo odia. Agostino odia la libertà dell'uomo e la capacità dell'uomo di modificare il suo presente.

Quando l'uomo costruiva la vita, l'idea del Dio cristiano, l'idea del dio padrone di Platone, l'idea del dio padrone degli ebrei, non esisteva. Il Dio di Agostino non era.

Quando la vita è uscita dal brodo primordiale e si è modificata, lo fece senza un padrone. Lo fece senza che qualcuno indicasse una via. Erano i soggetti che agivano ed agivano proprio per l'amore di sé stessi. Agivano proteggendo il futuro dei loro figli e non permettevano, in nessun modo, che qualcuno si appropriasse della loro vita.

Quando le condizioni di vita erano difficoltose, non c'era un dio padrone che interveniva con la provvidenza, c'era l'essere della specie che modificava sé stesso per consentire ai suoi figli di crescere nelle nuove condizioni che si verificavano.

L'uomo non metteva sulla pira i suoi figli per sgozzarli in nome del suo padrone, ma si modificava per fornire loro strumenti migliori con cui affrontare il loro futuro.

Era l'amore per sé stesso che conduceva quegli Esseri. Tutti gli Esseri della Natura, che sono la stessa cosa. I medesimi Esseri, adattati in maniera diversa, date le condizioni nelle quali vivevano. Tutti col medesimo scopo: trasformare la propria morte del corpo fisico in nascita del proprio corpo luminoso.

Gli Esseri della Natura trovano la gloria in sé stessi fin da quando erano nel brodo primordiale. Si sono trasformati e sono divenuti fornendo ai loro figli i migliori strumenti attraverso i quali affrontare al meglio la loro vita. E fu la diversificazione delle specie.

Poi arrivarono quelli come Abramo che, anziché fornire ai loro figli gli strumenti con cui vivere nel mondo in cui erano nati, erano pronti ad uccidere i loro figli per compiacere il loro Dio. Era l'altra città. Coloro che deridevano i loro padri e i loro sforzi con cui hanno costruito il presente per confidare in un Dio padrone al quale attribuivano il dominio sul presente. Anziché confidare sulle loro forze e sugli strumenti che i loro padri avevano forgiato per loro, generazione dopo generazione, confidarono in un soggetto estraneo al mondo e che risedeva solo nel loro desiderio malato. E il loro desiderio malato di onnipotenza, che chiamarono "Dio", divenne il padrone e il dominatore della loro esistenza.

Per Agostino il desiderio malato divenne "Tu sei la mia gloria e sollevi il mio capo". Ma la malattia chiudeva l'uomo in sé stesso che trovava sollievo solo nel delirio.

E il delirio partorì il delirio.

Il delirio di "Dio" si alimentò dal delirio dei "capi". Nel delirio di Agostino gli uomini che sottomettono sono oggetto diverso da "Dio" che sottomette. Diventano concorrenti come quando Gesù dice che non si può servire due padroni: lui e dio o la ricchezza, mammona. Solo che la parola chiave non è né "Dio", né mammona, ma SERVIRE. Gli uomini sono servi. Devono essere solo servi perché solo in quanto servi si possono dominare. Così, nel delirio di Agostino, "Dio" è il padrone di uomini in cui Agostino confida mentre, gli uomini della città "terrena" confidano in "capi che sottomettono". Come se la sottomissione non fosse l'oggetto della sua idea dell'uomo e come se ci fosse differenza o discontinuità fra "Dio" che sottomette o i "capi" che sottomettono.

E l'ingiuria di Agostino raggiunge il suo apice con l'esaltazione della carità. Nella sua follia Agostino vede la "città terrena" sottomessa a "capi" posseduti dalla "passione del potere" mentre, la città celeste, dominata dal suo delirio che trasforma il suo desiderio di potere e dominio in "Dio" è dominata da una tale compiacenza di dominio per cui i dominati si compiacciono di adempiere ai doveri imposti da Agostino-Dio che li ricompensa con la sua magnanimità, la sua carità.

In questo delirio Agostino non mette a confronto gli uomini che vivono nell'una o nell'altra città che vuole definire. Ma in una città considera solo gli uomini che si ergono a padroni di uomini che "amano la propria forza" ed evita di confrontarli con "Dio" della sua ipotetica città celeste nella quale il potere di "Dio" ha trasformato gli uomini in mendicanti, in supplici incapaci di vivere e costretti a dire al padrone Agostino: "Ti amo".

Nella città terrena gli uomini non dicono ai loro "padroni": "Ti amo!". Costruiscono delle relazioni o li combattono.

Cosa combattono gli uomini nella città celeste in cui il "Dio" di Agostino, il macellaio di Sodoma e Gomorra, si erge come uno sterminatore sopra una montagna di cadaveri?

Continua Agostino:

Nella prima città, perciò, i sapienti, che vivono secondo l'uomo, hanno cercato i beni del corpo o dell'anima o tutti e due; oppure quanti hanno potuto conoscere Dio non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti (cioè gonfiandosi nella loro sapienza sotto il potere dell'orgoglio), sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell'incorruttibile Dio con l'immagine e la figura dell'uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili (nella pratica di questa idolatria essi sono stati alla testa dei popoli o li hanno seguiti). Hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore, che è benedetto nei secoli. Nell' altra città invece non v'è sapienza- umana all'infuori della pietà, che fa adorare giustamente il vero Dio e che attende come ricompensa nella società dei santi, uomini e angeli, che Dio sia tutto in tutti.

Agostino, Città di Dio XIV, 28

Quando l'uomo ha costruito la vita, è divenuto diversificando le specie in natura e costruendo le condizioni affinché i suoi figli avessero delle migliori opportunità; ha praticato la saggezza cercando la felicità del corpo e della psiche.

Non c'era un padrone che chiedesse sottomissione. Non c'era un padrone, un "Dio-padrone", che imponeva obblighi o che si divertiva a far soffrire l'uomo. Non c'era la povertà, perché non c'era il padrone che accumulava ricchezze e dominio contro altri uomini.

Non era ancora il tempo in cui uomini vaneggiavano e deliravano anelando ad un potere assoluto. Gli uomini erano sapienti perché, dato un problema esistenziale, mettevano in atto strategie mediante le quali risolverlo o per impedirgli di danneggiare eccessivamente la vita degli uomini. Questo modo di agire è proprio dei sapienti. E' proprio di coloro che fin dal brodo primordiale hanno modificato la loro soggettività modificando l'oggettività nella quale vivevano.

Poi arrivarono le menti ottuse. Le menti di coloro che furono incapaci di vivere nel mondo e, per farlo, si proclamarono padroni di uomini che per conto loro risolvevano i problemi dell'esistenza. La loro mente delirava e gli uomini, aggrediti da quel delirio, non colsero la gravità. Non colsero come quel delirio era inumano. E costoro, in maniera inumana, dichiararono di essere i rappresentanti di un padrone che chiamarono "Dio", padroni a loro volta per conto di quel "Dio".

Mentre i sapienti costruivano le relazioni con ogni Essere della Natura e col mondo in cui vivevano cogliendo l'aspetto divino che i soggetti del mondo presentavano loro, gli stolti resero omaggio al loro desiderio malato e impotente che chiamarono "Dio". Nel farlo ammazzarono e sterminarono tutti coloro che deridevano la loro incapacità e la loro impotenza.

I sapienti costruivano le condizioni per la felicità dell'uomo mentre, gli stolti, costruivano la povertà, la miseria e l'angoscia fra gli uomini affinché fossero costretti a sottomettersi alla volontà del loro Dio-padrone.

Gli uomini adoravano (parlavano a ) i soggetti del mondo, gli stolti divennero sordi alle voci del mondo rinchiudendosi nel delirio del loro desiderio che alimentavano con l'onnipotenza. Loro, stolti davanti alla vita, si pensavano i creatori, i padroni, e non capivano perché le persone, anziché prostrarsi al loro delirio, continuavano a percorrere le strade della vita adorando e venerando ogni soggetto che incontravano lungo il loro cammino.

Gli stolti adorarono il loro desiderio malato anziché i soggetti che, come avrebbero dovuto fare loro, si trasformavano nella loro vita. Gli stolti confusero la "libertà di vivere" con la "libertà del padrone di imporre loro il suo delirio che scambiarono per verità".

Nella città celeste di Agostino c'è angoscia, povertà e miseria che consente al suo Dio-padrone di esercitare la sua pietà nei confronti di chi, vivendo in povertà, nella miseria e nell'angoscia, si compiace del proprio vivere per far contento il proprio padrone. La pietà per sé stessi da parte dei miserabili, degli angosciati, dei derelitti, è il cibo di cui si nutre il Dio di Agostino e Agostino stesso si compiace della miseria che ha costruito.

Nella città celeste, nella quale Agostino ha distrutto la saggezza umana, si ama il padrone che ha costruito la miseria fra gli uomini costretti a sperare nella "ricompensa" di una santità e di una ricchezza che non può arrivare perché il Dio di Agostino non si può privare degli uomini ridotti a suoi giocattoli.

Ciò che era fra gli uomini, l'uguaglianza fra ogni Essere della Natura, Agostino, dopo averlo rubato all'uomo per sottometterlo a Dio, ecco promettere agli uomini di "diventare Dio". Ciò che era nelle possibilità della vita viene da Agostino distrutto nella realtà dell'esistenza e collocato come illusione del desiderio di chi ha portato al fallimento esistenziale.

Ecco, i Vandali. Agostino delirante nel 430 vede la fine del mondo e l'avvento di Cristo che doveva venire con grande potenza sulle nubi. I vandali sono cristiani come Agostino. Ma fra cristiani ci si macella per contendersi il favore di Dio. Si macellano gli uomini per la gloria di Dio. Così Dio premia i suoi servi. Per le scelte di Agostino il mondo brucia e Agostino sogna la città celeste, ma attorno a lui è solo distruzione e saccheggio.

Mentre gli uomini dovranno costruire un nuovo e diverso futuro, Agostino, il costruttore della miseria sociale in nome del suo Dio-padrone, vagheggia "Dio sia in tutti!". Ma Dio non soccorre gli assediati dai Vandali, il Dio di Agostino, visti gli effetti, per quanto riguarda l'ideologia di Agostino, parteggia per i Vandali e Agostino ha disarmato gli uomini davanti alla condizioni della vita: in tutti c'è la miseria. Agli uomini ridotti alla sottomissione non resta che confidare nella pietà del padrone, dei nuovi padroni, mentre continuano a desiderare quell'onnipotenza assoluta che Agostino prometteva in cambio della loro obbedienza.

Intanto altri uomini, che adoravano il mondo in cui vivevano, iniziarono a ricostruire un futuro in mezzo ad un mondo che i cristiani avevano trasformato in una discarica di immondizie per la gloria del loro Dio.

Marghera, 04 settembre 2017

 

Nota: Le citazioni di Agostino d'Ippona sono tratte da "Agostino La città di Dio" a cura di Luigi Alici Editore Bompiani 2015

 

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Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.