Non rubare

Settimo comandamento dell'Esodo

Claudio Simeoni

Cod. ISBN 9788891173003 Il libro si può ordinare in libreria

Indice dieci comandamenti

Non rubare

Esodo 20, 15

Si tratta dell'ottavo comandamento dell'Esodo, il settimo per la chiesa cattolica.

In quel comandamento ebreo e cristiano interviene il "concetto di proprietà privata". Un concetto che assume contorni religiosi solo con la bibbia e con il cristianesimo.

Nel Codice Hammurapi e negli altri codici dell'Oriente Antico il concetto di proprietà privata non era un concetto religioso, ma un concetto personale. La figura centrale del codice giuridico era la persona, non il padrone o il dio padrone.

Scrive Hammurapi (o Hammurabi come si scrive comunemente):

6 – Se un uomo ha rubato delle sostanze del tempio o del palazzo, sia condannato a morte, e così pure il ricettatore.

7 – Se un uomo dal figlio o dallo schiavo di un altro ha acquistato o accettato di tenere in deposito dell'argento o dell'oro, o uno schiavo, o una schiava, o un bue, o una pecora, o un asino, o qualunque altra cosa senza testimoni e senza redigere un contratto, è un ladro e sia condannato a morte.

8 – Se un uomo ha rubato un bue, una pecora o un asino, o un maiale o una barca e quanto ha rubato è di proprietà del tempio o del palazzo, sia condannato a pagare una somma trenta volte superiore; se la refurtiva appartiene ad un Muskenum corrisponda una somma dieci volte superiore. Se non possiede la somma sia condannato a morte."

Tratto da: "Antiche leggi" di Claudio Saporetti

Al tipo di pena corrisponde un tipo di condanna, ma soprattutto si precisa il soggetto a cui appartiene l'oggetto rubato. Si precisa la proprietà privata. Cosa che non è nei comandamenti ebrei e cristiani.

Se non si stabilisce la proprietà dell'oggetto o come avviene la formazione della proprietà, non si può nemmeno stabilire quando un oggetto è rubato se non in virtù dei rapporti di forza che intercorrono fra le persone. Qualunque organizzazione mafiosa può reclamare il diritto di proprietà in base alla violenza che esercita e accusare le sue vittime di volerla derubare.

Il problema è affrontato dal codice di Hammurabi:

"9 – Se un uomo che ha perduto qualche cosa la ritrova nelle mani di un altro, deve presentare i testimoni che provano i suoi diritti di proprietà, e l'altro chi gli ha venduto la merce e i testimoni presenti alla vendita. Se i testimoni delle due parti giurano di fronte al dio, sia considerato ladro il venditore e condannato a morte. Il legittimo proprietario rientri in possesso dei suoi beni, e l'acquirente riprenda dal patrimonio del venditore il denaro pagato.

10 – Se l'acquirente non è in grado di presentare chi gli ha venduto la merce ed i testimoni della vendita, mentre il legittimo proprietario presenta i testimoni che provano il suo diritto, l'acquirente sia considerato ladro e condannato a morte. Il legittimo proprietario rientri in possesso dei suoi beni.

11 – Se chi rivendica la proprietà del bene perduto non è in grado di presentare i testimoni che provino il suo diritto, ha detto il falso e sia condannato a morte.

12 – Se il venditore è morto, l'acquirente prelevi dal suo patrimonio una somma cinque volte superiore al bene rivendicato.

13 – Se non è possibile ad una delle parti presentare subito i testimoni, siano concessi sei mesi di tempo. Se entro sei mesi non è in grado di presentarli, è colpevole e subisca la pena." "Antiche leggi" di Claudio Saporetti

La decisione su chi è che ruba e che cosa sia il rubare, nei comandamenti ebrei e cristiani è un dato assolutamente soggettivo. Una condizione del rubare che può essere sottintesa all'interno di un ambito culturale e sociale ristretto (dove tutti sanno che cosa sia la proprietà, tutti sanno che cosa si intende per rubare, per tutti è pacifico ritenere che "quella" è proprietà privata), ma non può essere usata come affermazione assoluta, come fa la chiesa cattolica, lasciando alla soggettività del più forte di vessare il più debole affermando che è il più debole che ruba.

Il concetto secondo cui è solo chi è debole che ruba a chi è socialmente più forte e colui che è socialmente più forte deve salvaguardare la propria proprietà privata da chi è socialmente debole che lo vuole sicuramente derubare, è il reale concetto indotto da questo comandamento che ha insanguinato l'intera storia delle società umane dall'avvento del cristianesimo ad oggi.

Il cristianesimo stesso, il cattolicesimo come noi oggi lo conosciamo, ha avuto il furto, il rubare, alla base della costruzione della propria ricchezza e del proprio potere. Lo stesso dio degli ebrei e dei cristiani deve derubare le persone che seguono altri Dèi; le deruba e le macella per costruire il proprio "potere" di controllo.

Per soddisfare le pretese sulle decime, fu falsificato anche l'atto fondativo del vescovado di Brema (riportato al 788), che sosteneva, come poi ribadì l'imperatore Massimiliano nel 1512, che Carlo "Magno" avrebbe donato alla chiesa di Brema 70 mansi di terra (11.900 ettari; n.d.t.). tale atto falsificato – eppure "da secoli Brema aveva costruito i suoi falsi per mantenere o acquistare qualche diritto" (Droghereit). Fu un modello di analoghi falsi del vescovado di Veren nel XII secolo, presentato come un attestato originale di Carlo "Magno" del 786. In occasioni di liti confinarie tra Luneburg e Brema il documento venne esibito per dimostrare sia la dotazione sia il limite esatto del vescovado.

Il falso documento di Brema aveva un precedente (col quale coincideva quasi letteralmente) nella contraffazione dell'atto fondante del vescovado di Halberstadt: a suo tempo il vescovo Bernardo di Halberstadt (923-968) aveva contestato vittoriosamente la fondazione di un arcivescovado a Magdeburgo, il cui titolare Giselher (981-1004), a sua volta, reagì all'attestato fondativo dell'arcivescovo di Gnesen con un documento falsificato in nome del papa Giovanni XIII in base al quale nel 968 era stato conferito all'arcivescovo Adalberto di Magdeburgo la primizia su tutti i vescovi e gli arcivescovi di Germania. Ricchissimo di falsi fu anche il secolare conflitto, condotto senza esclusione di colpi, tra gli arcivescovadi di Colonia e di Amburgo.

Da "Storia criminale del cristianesimo" Vol IV pag. 291-292

"Pietro Diacono famigerato falsario, operò come bibliotecario e archivista nel celebre monastero di Montecassino, di cui cautelò e moltiplicò i possedimenti con imbrogli continui: non soltanto riuscì ad imporre come veri tutti i vecchi e falsi documenti cassinesi, ma riuscì ad approntarne dei nuovi, "originali"; rielaborò e contraffece altre opere storiche e agiografiche, gabellandole come frutto di altri autori. A Montecassino furono fabbricati non soltanto diplomi sovranili, ma anche documenti pontifici. La stessa cosa avvenne a Fulda....."

Da "Storia criminale del cristianesimo" Vol IV pag. 293

Lo stesso vale per la Donazione di Costantino, la madre di tutti i furti fatti dalla chiesa cattolica:

"La così detta "Donazione di Costantino", preludio trionfale delle innumerevoli falsificazioni successive, nacque all'inizio degli anni Cinquanta dell'VIII secolo nella cancelleria pontificia di Stefano II, probabilmente già prima della sua sortita francese. Secondo Walter Ullmann e altri studiosi tutto "lascia intendere... che il luogo di nascita del falso fu la cancelleria del papa", in quanto era necessario un titolo giuridico per ottenere quell'ambito possedimento terriero. Durante l'abboccamento di Quierzy, il pontefice riuscì evidentemente a rimuovere tutti gli scrupoli di Pipino proprio mediante quell'atto presentando un documento che designava s. Pietro come legittimo signore e padrone dell'Italia e il papa come il detentore di un rango imperiale, anzi, addirittura come "imperatore d'Occiente" (Brackmann); e subito dopo indusse i Franchi alla guerra contro i Longobardi.

La pretesa del Constitutum Constantini ovvero del Privilegium Sanctae Romanae Ecclesiae, come venne abitualmente chiamato durante il Medioevo, fu la Legenda Sancti Silvestri, nata a Roma alla fine del V secolo, uno dei più diffusi romanzi agiografici del cristianesimo in Italia, Inghilterra e Francia, che costituì l'esordio di un genere letterario che contribuì enormemente a sostituire con i falsi i dati concreti della realtà storica. Al principio del VI secolo tale favola trovò una prima utilizzazioni nelle così dette Falsificazioni Simmachiane.

Secondo le differenti versioni in circolazione in centinaia di manoscritti, la persecuzione dei cristiani attuata dall'imperatore Costantino fu punita con la lebbra. (Costantino, come si sa, non perseguitò i cristiani, al contrario, li favorì sempre). Papa Silvestro però lo guarì e poi lo battezzò in Laterano. (L'imperatore non fu mai colpito dalla lebbra, né venne batezzato da Silvestro, bensì dal vescovo Eusebio di Nicomedia, un ariano, sul letto di morte nel 337, mentre Silvestro morì nel 335. la chiesa lo festeggia il 31 dicembre, quasi volesse ricordare, alla fine di ogni anno, il proprio debito di riconoscenza verso il guaritore).

Il documento, col quale il papato ottenne con l'inganno lo stato della chiesa e potè fondare giuridicamente le proprie pretese di dominio universale, capovolse completamente la situazione: L'imperatore romano, cui la chiesa era stata sottomessa fino ad allora, venne a sua volta legalmente sottoposto al papato. L'imbroglio fu gabellato come un Decreto di Costantino I a favore di papa Silvestro, con data, firma olografa e nota del sovrano, che sosteneva che il documento era stato redatto sulla tomba di s. Pietro. Con un atto di riconoscenza per la sua miracolosa guarigione dalla lebbra Costantino regala al papa e ai suoi successori un intero continente!"

Da "Storia criminale del cristianesimo" Vol IV pag. 294-295

Il furto è a fondamento della chiesa cattolica, istituito da Gesù come pratica nei vangeli.

"E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell‘unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: "Perché quest‘olio profumato non si è venduto per trecento danari per poi darli ai poveri?" Questo egli disse non perché gl‘importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: "Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me". Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti." Giovanni 12, 2-9

Il furto è ciò di cui l'evangelista accusa Giuda Iscariota. Ma non dice come viene formata la proprietà privata che viene messa dentro alla cassa. Gesù non lavora, e nemmeno gli altri. Non costruisce una ricchezza. E' corretto pensare che la banda di Gesù rubasse quanto mettevano nella cassa. Non esistono elementi per supporre che quanto Giuda prendeva dalla cassa fosse un furto dal momento che lui era il responsabile della cassa e, dunque, di tutti i profitti che il gruppo faceva certamente in maniera illecita. C'è solo l'affermazione dell'evangelista Giovanni che usa tale affermazione nei confronti di Giuda solo quando Giuda, che gestisce la cassa, lamenta un uso improprio dei fondi comuni. Pertanto, il contesto in cui Giuda è accusato di furto è tale da assolvere Giuda e, invece, accusa Gesù di sperperare quanto, molto probabilmente, è stato rubato (o sottratto mediante la richiesta di donazioni). Esattamente come la chiesa cattolica, come oggi fanno i missionari cattolici sbandierando la miseria e intascando sovvenzioni; è sempre un rubare.

Non chiedersi come il gruppo facesse i profitti significa dare per scontata un'ipotesi aprioristica. Un'ipotesi che può essere benevola o censoria a seconda che lo spettatore faccia il tifo per Gesù o contro Gesù. Come fa i profitti la chiesa cattolica? Oggi, come nei brani citati, con la truffa e rubando il denaro e la ricchezza alle società civili!

E gli ebrei, come gruppo, quali erano le loro regole per fare i profitti? Che cosa ordina il dio degli ebrei e dei cristiani? Ordina forse di "non rubare"? Proviamo a citare uno dei tanti brani della bibbia e lo prendiamo dal Deuteronomio:

"E quando il padrone, il dio tuo, ti avrà introdotto nel paese che promise con giuramento ai tuoi padri, ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe, di dare a te; quando avrai preso possesso delle città grandi e belle che tu non hai edificato, delle case ricolme d'ogni bene, che tu non hai riempito, dei pozzi in piena efficienza che tu non hai scavato, delle vigne e degli uliveti che tu non hai piantato; quando finalmente avrai mangiato e sarai sazio, guardati bene dal dimenticare il tuo padrone, che ti ha tratto dall'Egitto, dal paese della schiavitù." Deuteronomio 6, 10-12

Gli ebrei rubano per volontà del loro dio padrone. Il loro dio padrone deruba coloro che hanno costruito le case, coloro che hanno scavato i pozzi, coloro che hanno piantato le vigne e li uliveti. E quelli che hai derubato, dice il dio padrone agli ebrei, massacrali:

"Distruggi tutti i popoli che il dio padrone, il tuo dio, mette in tua balia, senza sentirne pietà e senza servire ai loro Dèi, perché ciò sarebbe un laccio per te. (Hitler, con la soluzione finale, se non mi sbaglio, ha fatto esattamente questo!)" Deuteronomio 7, 16

Lo stesso Gesù incita al furto quando accusa il suo schiavo di essere malvagio e definisce sé stesso come:

"Servo malvagio e infingardo, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e che raccolgo dove non ho sparso!" Matteo 25, 26

E ancora Gesù incitando a rubare:

"E perché darsi tanta pena per il vestito? Guardate come crescono i gigli del campo: non lavorano, né filano; eppure vi assicuro nemmeno Salomone, in tutta la sua gloria, non fu mai vestito come uno di essi. Or, se dio riveste così l'erba del campo, che oggi è e domani viene gettata nel forno, quanto più vestirà voi gente di poca fede? Non vogliate, dunque, angustiarvi dicendo: che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Di che cosa ci vestiremo? Di tutte queste cose si danno premura i Pagani; or, il padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutto questo." Matteo 6, 28-32

Dal momento che ci si appropria dei beni senza aver contribuito alla società, si chiama rubare. Ed è il furto alla base della vita del gruppo di Gesù dal momento che consuma, ma non produce.

A questo punto, ci si chiede:

Che cosa significa "non rubare" se da ogni libro sacro degli ebrei e dei cristiani alla base di ogni ordine del loro dio c'è il rubare?

Che cosa significa "non rubare" se alla base della vita di Gesù c'è l'ideologia del furto nella società in cui vive?

Si comprende che il governo della Palestina poteva dire a Gesù: "Tu non devi rubare". Si comprende come Gesù, che attraverso i furti della chiesa cattolica diventa il padrone, dica alle persone: "Non dovete rubare". Però si tratta sempre del padrone, di chi si fa padrone, che intima allo schiavo, che invece è portatore di bisogni, che non deve rubare in quanto non deve soddisfare i suoi bisogni garantendo, di fatto, al ladro l'impunità dal furto con cui ha costruito la sua ricchezza.

C'è una citazione in Matteo che riafferma il "non rubare" da parte di Gesù nei dieci comandamenti:

"Gesù rispose: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo tuo come te stesso." Matteo 19, 18-19

Ma di cosa viveva Gesù?

Gesù si considerava figlio del dio padrone e, pertanto, padrone lui stesso. Infatti, egli non dice, "Non dobbiamo rubare!", ma dice: "Tu non devi rubare!"

La chiesa cattolica, nel catechismo della chiesa cattolica 1994, così spiega ai suoi fedeli il significato del comandamento:

"2401 – Il settimo comandamento proibisce di prendere o di tenere ingiustamente i beni del prossimo e di arrecare danno al prossimo nei suoi beni un qualsiasi modo. Esso prescrive la giustizia e la carità nella gestione dei beni materiali e del frutto del lavoro umano. Esige, in vista del bene comune, il rispetto della destinazione universale dei beni e del diritto di proprietà privata. La vita cristiana si sforza di ordinare a dio e alla carità fraterna i beni di questo mondo." Catechismo della chiesa cattolica 1994.

La chiesa cattolica non condanna il furto che il suo dio padrone fa dei beni delle popolazioni. Non condanna nemmeno il genocidio ordinato dal suo dio. Di fatto, la chiesa cattolica a fondamento della propria ricchezza mette il furto. La Donazione di Costantino, come abbiamo visto, è un furto perpetrato dalla chiesa cattolica a tutti gli italiani. Un furto che la chiesa cattolica non ha ancora restituito.

Ma ora che la chiesa cattolica ha rubato: vanta una qualche forma di diritto sul maltolto? E le popolazioni che il dio padrone dei cristiani ha derubato prima e fatto massacrare poi, vantano una qualche forma di diritto rispetto al loro essere state derubate e massacrate?

La domanda è: COME SI FORMA LA PROPRIETA' PRIVATA?

A questa domanda la chiesa cattolica non risponde!

Non può rispondere perché ritiene che il dio padrone sia il padrone che affida agli uomini la terra. Per cui, secondo la chiesa cattolica, gli uomini non hanno diritti in quanto ogni diritto è detenuto dal suo dio padrone.

E' la logica della costituzione della società feudale come risultato del furto fatto dalla chiesa cattolica nella Donazione di Costantino.

Proviamo a leggere cosa dice Rousseau.

"Poiché nessun uomo ha per natura autorità sul suo simile, e poiché la forza non produce nessun diritto, rimangono le convenzioni come base di ogni autorità legittima tra gli uomini.

Se un individuo – dice Grozio – può alienare la sua libertà e rendersi schiavo di un padrone, perché non potrebbe tutto un popolo alienare la sua e rendersi suddito di un re [o di un dio padrone; nota mia]? Vi sono qui parecchie parole equivoche che avrebbero bisogno di essere chiarite; ma limitiamoci alla parola alienare. Alienare significa donare o vendere. Ora, un uomo che si fa schiavo di un altro non si dona; egli si vende, almeno per ottenere il proprio sostentamento. Ma un popolo, per che cosa potrebbe vendersi? Un re [o il dio padrone, nota mia] non solo non fornisce ai suoi sudditi il loro sostentamento, ma ricava il proprio da essi; e, secondo Rabelais, un re non vive di poco. I sudditi darebbero dunque le loro persone a condizione che siano presi anche i loro beni [essere derubati; nota mia]? Non vedo che cosa rimanga loro da conservare.

Si dirà che il despota assicura ai sudditi la tranquillità civile. E sia; ma che cosa ci guadagnano essi se le guerre che la sua ambizione scatena, se la sua insaziabile avidità, se le vessazioni dei suoi ministri li tormentano più di quanto non potrebbero fare i loro dissensi? Che cosa ci guadagnano poi se quella stessa tranquillità è una delle loro miserie? Si vive tranquilli anche nelle carceri: ma basta ciò per trovarcisi bene? I greci rinchiusi nell'antro del ciclope vivevano là tranquilli, aspettando il loro turno di essere divorati.

Dire che un uomo si doni gratuitamente è dire cosa assurda ed inconcepibile; un tale atto è illegittimo e nullo, per il solo fatto che chi lo compie è fuori di sé. Dire la stessa cosa di tutto un popolo significa supporre un popolo di pazzi: e la pazzia non crea diritto."

Tratto da: Jean-Jacques Rousseau "Il contratto sociale"

Dunque, la proprietà privata si forma attraverso un atto di violenza che si chiama: RUBARE!

Stiamo parlando di "proprietà privata" non di oggetti che si possiedono per vivere. La differenza sta nel fatto che con la "proprietà privata" si controllano e si gestiscono le persone anche costringendole ad agire contro i loro interessi; la proprietà dei mezzi che servono per vivere non sono "proprietà privata", ma estensione della persona. La mia casa non è una "proprietà privata" (se non nella catalogazione immobiliare giuridica dell'attuale Stato), ma è l'estensione di me. E' parte di me stesso. E non è la stessa cosa della "proprietà privata" dell'immobiliare che possiede 100 case e le dà in affitto a persona che si vendono (vendono parte del proprio tempo e della propria persona), per avere un'estensione di sé stessi qual è la casa che abitano.

La proprietà privata è sempre un furto, sia come conseguenza di azioni di furto fatte in passato, sia come conseguenza di furti nel presente. Lo stesso termine "fare affari" indica una modalità di "furto" eseguito con astuzia e basato sul fraintendimento, l'illusione della controparte e il bisogno. Solo la legge può legittimare, dal punto di vista sociale, la gestione del provento del furto. Un rubare di cui la chiesa cattolica ha fatto largo uso salvo criminalizzare chiunque pretendesse giustizia nella restituzione del suo maltolto.

Solo attraverso il furto si possono costruire i poveri. Il furto messo in atto dalla chiesa cattolica ha prodotto la povertà nell'Africa, nell'America Latina e in Asia.

Rubare e non rubare stanno all'interno di una forma mentale in cui non esiste il concetto una società di diritto Costituzionale. Significa una società divisa in cui la massa degli indigenti serve da serbatoio di individui da derubare. Di cosa? Del loro essere persone sociali.

Il concetto di "rubare e non rubare" appartiene ad una società assolutista, feudale, nazista, clericale. Proibire il rubare, in quanto affermazione, non è la stessa cosa di sottolineare che cosa un soggetto possiede; quali diritti può vantare nei confronti del dio e, per estensione, della società in cui vivi. Proibire di rubare significa che non ti è permesso alle persone di garantirsi la loro vita. Proibire di rubare significa aver derubato le persone della loro capacità di decidere; significa aver rubato la loro vita.

Il dio padrone dei cristiani ruba agli uomini la vita ed è questo furto che ha perpetrato la chiesa cattolica e gli ebrei nei confronti degli uomini; non vuole che gli uomini si riapproprino della loro vita, della determinazione del loro destino. Il dio dei cristiani ha rubato. Ha rubato il culto e la fede dei popoli. Ha rubato le loro relazioni col mondo in cui vivono.

Per capire questo concetto dobbiamo riferirci al mondo animale. Fate conto di osservare la carcassa di una zebra morta e una decina di avvoltoi attorno che se la stanno mangiando. Osservate che, al di là delle relazioni che esistono nel branco degli avvoltoi, ognuno mangia la sua parte. E' una scena già vista in molti documentari sul comportamento animale. Ora, fate conto che arrivi il dio padrone e dica agli avvoltoi: "Questo cadavere è mio!" e ordini loro di "Non rubare!". Non mangiare il cadavere. Il dio padrone, per dare l'ordine di "Non rubare" ha dovuto rubare il cadavere agli avvoltoi, ne ha rivendicato la proprietà e ha ordinato agli avvoltoi di "Non rubare".

Questo è il concetto di "Non rubare" del settimo comandamento: serve a fissare il furto perpetrato (o millantato) dal dio padrone dei cristiani che sancisce il proprio diritto al possesso del cadavere mediante un atto di forza e di violenza. Un atto di forza e di violenza che viene fatto sugli uomini (distruggi i popoli senza sentirne pietà) che viene fissato con l'ordine di "non rubare".

Per questo motivo, mentre la chiesa cattolica, anziché risarcire i furti che ha fatto, sia direttamente che indirettamente dal 330 d.c. ad oggi, afferma, per non entrare in contrasto con la legge civile che oggi la condannerebbe:

"2409 – Ogni modo di prendere e di tenere ingiustamente i beni del prossimo, anche se non è in contrasto con le disposizioni della legge civile, è contrario al settimo comandamento. Così, tenere deliberatamente cose avute in prestito o oggetti smarriti; commettere frodi nel commercio; pagare salari ingiusti; alzando i prezzi speculando sull'ignoranza e sul bisogno altrui." Dal catechismo della chiesa cattolica

Il dio dei cristiani ordina di rubare le persone della loro vita, della loro città, delle loro cose (ricordo che per la chiesa cattolica la bibbia è stata scritta direttamente dal suo dio attraverso lo spirito santo e che ogni parte della bibbia è il volere del suo dio):

"Ascolta ciò che dice il dio padrone. Così parla il dio padrone degli eserciti: ho deciso di punire ciò che Amalec fece contro Israele, perché gli si oppose sulla via, quando quello usciva dall'Egitto. Va' dunque, colpisci Amalec, e vota alla distruzione lui con tutto ciò che gli appartiene. Non risparmiare nulla, ma uccidi tutti: uomini e donne, fanciulli e lattanti, bovi e pecore, cammelli e asini". Samuele 15, 2-3

Il dio dei cristiani ordinando di "non rubare", di fatto legittima il suo diritto a rubare, fino ad uccidere uomini donne fanciulli e lattanti. Col "non rubare" fissa il suo diritto di rubare e il diritto di rubare del prete cattolico. Il diritto di uccidere del prete cattolico. Il diritto del prete cattolico di rubare la sessualità dei bambini. Il dio degli ebrei e dei cristiani ordina agli schiavi di stare sottomessi e di non rubare al loro padrone che li tiene schiavi. Ordina loro di non rivendicare il diritto alla loro vita:

"Gli schiavi siano sottomessi ai loro padroni in tutto: cerchino di piacere a loro, non li contraddicano, non li frodino, ma si diportino sempre con perfetta fedeltà, per far onore in tutto alla dottrina di dio, nostro salvatore." Paolo di Tarso, Lettera a Tito 2, 9

Lo schiavo non deve riprendersi la libertà che il padrone gli ha rubato perché la libertà, o i suoi beni, gli sono stati rubati per volontà del dio padrone, come per volontà del dio padrone Saul ha macellato uomini, fanciulli e lattanti.

Ordinare di "Non rubare" significa ordinare di non rivendicare giustizia nei confronti di chi ha rubato!

Marghera, 07 marzo 2010

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I dieci comandamenti di ebrei e cristiani sono un insieme di leggi che legittimano la schiavitù, il genocidio e la trasformazione degli individui da soggetti di diritto Costituzionale ad oggetti di proprietà. I dieci comandamenti sono leggi fatte da un padrone per legittimare il suo essere padrone.