Le “autoritas” psico-emotive e le autorita’ sociali
Le false credenze, dall’oratorio a internet
Lo studio sui “rumors” di Cass Sunstein
La manipolazione di massa mediante
l’ingiuria, la diffamazione, lo
sputtanamento, la fandonia,
la credenza e la fede
di Claudio
Simeoni
Vai all'indice su libido e realtà delle Streghe e degli Stregoni.
Le “autoritas” sono delle
strutture in cui l’individuo organizza la sua struttura psico-emotiva e in cui
l’educazione, obbligando l’individuo a rispondere alle sue sollecitazioni,
imprigiona la capacità dell’individuo di emozionarsi nelle relazioni col mondo
in cui vive.
Le “autoritas”
conducono l’individuo a cercare le situazioni che ne confermano la validità
creando benessere psicologico e a odiare tutto ciò che viene percepito come
minaccia ad esse. La minaccia all’“autoritas” viene percepita dall’individuo
come minaccia a sé stesso e alla sua integrità psico-emotiva e vissuta come una
grande sofferenza psichica.
Le “autoritas”
psico-emotive si impadroniscono dell’attenzione del soggetto e gli impongono la
qualità dell’elaborazione soggettiva dei fenomeni del mondo, impongono la
selezione dei fenomeni che possono essere percepiti dal soggetto, selezionano
le possibilità o meno dell’esposizione del soggetto nel mondo, determinando la
diversa qualità del suo agire.
La forza d’azione del
soggetto è condizionata dalle sue “autoritas”. Le “autoritas” qualificano la
sua struttura emotiva e il soggetto non può emozionarsi, traendo beneficio
dall’emozione, se non rispondendo alla qualità dell’emozione che le sue
“autoritas” gli impongono. Le “autoritas” fanno parte della sua struttura
emotiva. Quando si crea conflitto fra “autoritas” soggettiva e realtà
oggettiva, il soggetto non dispiega le sue emozioni nel mondo e si predispone
alla malattia sia fisica che psichiatrica.
Un bambino inizia,
appena uscito dalla vagina della madre, a formare le proprie “autoritas” nella
sua esperienza con il mondo. I fenomeni che giungono dal mondo e le risposte
del bambino con le relative risposte del mondo, sono portatori di diversi
ordini ai quali il bambino si adatta costruendo le proprie “autoritas”. Ogni
messaggio proveniente dal mondo contiene, nell’ordine, un aspetto razionale, un
aspetto operativo e un aspetto emotivo; le risposte del bambino appena nato
sono, nell’ordine, risposte emotive, risposte operative e risposte razionali.
Il genitore non sa che quella battuta insignificante “di quattro parole”, come
risposta al figlio e percepita dal figlio, ha un tale carico emotivo da essere
assunta dalle emozioni del bambino come base su cui forgiare una futura
“autoritas” che ne determinerà scelte e azioni per tutta la vita e con la quale
il bambino, se vorrà modificarla, dovrà lottare ferocemente come se stesse
combattendo il Leone di Nemea.
Quando scrissi Il
Crogiolo dello Stregone, fra i cinque elementi che ci consentono di proteggerci
nella vita sociale c’era lo scetticismo.
Lo scetticismo usato
alla maniera di Pirrone e di Carneade, non lo scetticismo tardo che tanto
piaceva ai cristiani e agli amici di Agostino d’Ippona.
Lo scetticismo è un
atteggiamento psichico che un individuo adotta nei confronti del mondo e della
propria capacità di interpretare i fenomeni che dal mondo giungono a lui.
Nell’atteggiamento
scettico, l’individuo non si ritiene il “metro di misura della realtà” in cui
vive, ma si considera un interprete soggettivo di una realtà che intuisce
essere infinitamente maggiore di quella che egli è in grado di padroneggiare.
La consapevolezza
psico-emotiva di essere in una realtà maggiore di quanto si possa mai conoscere
costringe l’individuo ad assumere un atteggiamento critico e “scettico” nei
confronti della propria comprensione della realtà.
La descrizione della
realtà oggettiva fatta da un individuo scettico è una descrizione necessaria
per poter vivere e comunicare, ma non è interiorizzata. Non è elevata a
“verità” della realtà, ma ad una interpretazione soggettiva della realtà pronta
ad essere modificata al presentarsi di nuovi e diversi fenomeni o a nuove e
diverse interpretazioni soggettive dei medesimi fenomeni.
L’individuo “per
predisposizione naturale” è alla ricerca della migliore interpretazione della
realtà; tuttavia, dal punto di vista dell’educazione, viene invitato dal
comando sociale a soggettivare la realtà, o aspetti di essa, manifestata da
delle “autoritas” che gli dicono che cos’è la realtà o aspetti di essa. Si tratta
di un meccanismo complesso che si mette in moto fin dalla primissima infanzia e
il cui studio è tutt’ora oggetto della ricerca scientifica. Recentemente si
sono scoperti alcuni meccanismi di fissazione della dipendenza del giudizio
soggettivo dalla “autoritas” nella funzione neuronale dei neuroni specchio. “Io
che cresco mi specchio nell’altro per costruire il mio atteggiamento, la
selezione dei fenomeni nella realtà, il mio modo di elaborarli, affinché io e
l’altro, che cura la mia crescita, possiamo entrare in sintonia e camminare
assieme lungo la strada della vita.”. L’altro è la società nella quale
nasciamo. La crescita del bambino comprende questo aspetto della crescita
psico-emotiva del bambino come individuo sociale. In quella fase della crescita
si impongono le “autoritas” che selezionano qualità e quantità di fenomeni che
vengono soggettivamente elaborati e riproposti dall’individuo che cresce nella
società come risposte soggettive alle sollecitazioni oggettive.
Le “autoritas” si stratificano all’interno dell’individuo e
vanno dalle “autoritas” psico-emotive che costruiscono un legame rassicurante
con il soggetto (dio, Gesù, la madonna, il buddha, Allah, ecc.) coinvolgendo e
marchiando con un imprinting la struttura emotiva, alle “autoritas” del mondo
razionale, scientifico, lavorativo, istituzionale, familiare, ecc. che vengono
assunte come riflesso razionale delle “autoritas” psico-emotive
educazionalmente elaborate come risposte al mondo durante la crescita
infantile.
Da qui la “credenza”
o la “fede” nelle “autoritas” che viene manifestata come un atteggiamento
naturale dell’individuo che senza quelle “autoritas” (certezze) e la loro voce
sempre presente si sente smarrito e incapace di agire in un mondo che, tutto
sommato, senza quelle “autoritas”, viene vissuto come estraneo.
Le “autoritas” della
vita quotidiana sono riconosciute come tali dal soggetto solo nella misura in
cui quelle “autoritas” rispecchiano le forme delle “autoritas” con cui il
soggetto ha costruito il suo legame psico-emotivo nella primissima infanzia.
Il prete cattolico
che a Napoli viene individuato, filmato e denunciato, per palpeggiamenti fino
alla violenza sessuale sulle ragazze, viene difeso a spada tratta dai suoi fedeli.
Fedeli pronti a linciare il romeno o un normale cittadino che avesse fatto le
stesse cose sulle stesse ragazze. Per questi fedeli il prete cattolico è
un’“autoritas” su cui proiettano l’“autoritas” del loro Gesù che impone le mani e che chiede che i bambini vengano a lui. L
“autoritas” che ha Gesù dentro di loro, con cui loro parlano, viene proiettata
sul prete cattolico che nel suo delinquere sociale è difeso dal Gesù con cui i
fedeli hanno costruito la loro relazione. Nulla può smuovere nei fedeli la
convinzione che quel prete è “come” Gesù se non la materializzazione nella loro
quotidianità del Gesù che essi immaginano. Nessuno deve mettere in discussione
il Gesù con cui loro parlano, mettendo in discussione la corrispondenza che
essi fanno fra il prete cattolico e l’immagine di Gesù. Così il prete cattolico
assume il ruolo di “autoritas” a cui i fedeli fanno riferimento e tutto ciò che
fa o dice viene sottratto al loro vaglio critico. Quando qualcuno dimostra,
come fecero i giornalisti, che quel prete cattolico è un delinquente, i fedeli
si ribellano. Non contro il prete, ma contro chi ha rivelato loro quella
realtà. Una realtà che li fa soffrire e li schiera in assoluta difesa del prete
cattolico contro il giornalista che si è permesso di mettere in discussione
l’idea che loro hanno di Gesù. I fedeli linciano il giornalista, non il prete
cattolico che ha messo le mani sulle loro figlie.
Le “autoritas”
materiali e quotidiane assumono varie forme. Può essere l’autorità che, come
“autoritas”, viene da dio; come il re, il presidente. Nell’educazione cristiana
vengono imposti ai bambini come forme di incarnazioni dell’autorità di dio
nella società. E’ il cristianesimo che ha indotto l’idea che “si è autorità per
volontà di dio”. Da qui l’idea che, se si è autorità, si fa la volontà di dio
(solo negli ultimi 15 anni la magistratura è riuscita, ad imporre il concetto
democratico che la critica verso l’autorità non è solo un diritto, ma un dovere
del cittadino; concetto accettato solo in maniera parziale dai cittadini) e
nessuno discute la volontà di dio. “Lo ha detto il giudice”, “Lo ha detto il
presidente”, “Lo ha detto il papa cattolico”,
“Lo ha detto la questura”, ecc... Per finire con “lo ha scritto il
giornale”, “lo ha detto la televisione”.
Non tutte le cose
dette dalle “autoritas” sociali vengono accettate. Affinché ciò che viene detto
dall’“autoritas” sociale sia immediatamente accettato da un individuo o da
gruppi di individui è necessario che quanto è detto dall’“autoritas” sociale
risponda ad un’esigenza soggettiva di rassicurazione da uno stato d’ansia che
mette l’individuo, o il gruppo di individui, in angoscia, causato dallo
stridere fra le idee immaginate e proiettate sulla situazione sociale e le idee
che l’esperienza nella realtà soggettiva impone all’individuo dal quale
pretende delle risposte. L’eretico mette in discussione l’“autoritas”
psico-emotiva, per questo la diceria o la diffamazione che afferma che
l’eretico è malvagio è fatta propria dagli individui che vedono messa in
pericolo la loro “autoritas” psico-emotiva dalle idee dell’eretico con cui
dovrebbero confrontarsi. L’eretico non solo manifesta una diversa idea in
merito a problemi religiosi, contestando l’autorità sociale che prende la sua
forza dalla verità delle risposte che dà, alle quali chiede sottomissione, ma
mette in discussione le “autoritas” psico-emotive con cui gli individui hanno
soggettivato quelle verità riproducendole. Mette in discussione la struttura
psico-emotiva degli individui. Quando si verifica un conflitto fra ciò che si
immagina e ciò che la realtà presenta, si è facili prede di “interpretazioni
della realtà” che soddisfano l’immaginazione e confermano la credenza. Come nel
caso della condanna a Galileo Galilei. Allora ogni pettegolezzo, ogni
maldicenza, ogni diceria, ogni leggenda metropolitana, viene accettata come
vera, o altamente probabile, per difendere l’“autoritas” psico-emotiva
soggettivata messa in pericolo dal nuovo, che si presenta con tanta forza da
non poter essere ignorato dall’attenzione degli individui. Le “autoritas”
psico-emotive vengono difese non contestando le nuove tesi presentate e
dimostrandone l’inadeguatezza o i loro limiti, ma aggredendo la persona che,
avendo rimosso l’ “autoritas” soggettiva che ne limitava la visione del mondo,
si permette di presentare tesi che mettono in discussione le “autoritas” di
altre persone, della massa o delle autorità sociali (“come potete parlar bene
voi, malvagi come siete!” Dice il Gesù dei cristiani).
Perché esiste il
mondo? Lo ha creato dio!
Questo rumor
serpeggia da millenni. Anche quando si è dimostrato che non è così, anche fra
coloro che dimostrano che non è così, la risposta è tale da soddisfare
l’“autoritas” costruita dall’educazione dentro ad ogni individuo, perché
l’altra “autoritas”, quella che implica un diverso divenuto del mondo, non è
supportata da un’“autoritas” psico-emotiva dentro all’individuo.
Gli uomini sono
uguali? In che senso? Non esiste un’“autoritas” psico-emotiva che nella
crescita dell’individuo determini il concetto di uguaglianza. L’uguaglianza non
esiste come “autoritas”: l’individuo che cresce è un individuo separato
dall’individuo che è già cresciuto; gerarchicamente chi cresce è sottomesso a
chi è cresciuto; chi è cresciuto impone la sua volontà a chi cresce.
Il concetto di
uguaglianza fra gli uomini è un concetto sociale che non è supportato da
nessuna “autoritas” psico-emotiva e, dunque, è un concetto continuamente messo
in discussione da un concetto come quello della gerarchia e dei rapporti di
forza che, invece, ha un’“autoritas” nella struttura psico-emotiva
dell’individuo. Un’“autoritas” che, come tutte le “autoritas” che possono
funzionare nella vita sociale, ha il suo corrispondente in una “autoritas”
nella struttura psico-emotiva. Proprio perché hanno un’“autoritas” nella
struttura psico-emotiva, vengono proiettate nella società; il concetto di
uguaglianza, non avendo un’“autoritas” psico-emotiva viene invece veicolato
quando non incontra ostilità nella società.
L’“autoritas”
dell’uguaglianza esiste come bisogno sociale, ma non esiste come “autoritas”
nella struttura psico-emotiva dell’individuo che manifesta l’“autoritas” di
uguaglianza soltanto quando la sua posizione sociale è subordinata e tale
subordinazione viene vissuta dall’individuo come un sminuire della sua
relazione con l’immagine di sé stesso onnipotente (dio) che proietta nella
società.
Il dio cattolico non
può essere subordinato a nessun altro dio nella società e, come dio persona,
ogni individuo cattolico non può essere subordinato a nessun altro cattolico
nella società. Questo mette in moto una “concorrenzialità” fra chi si deve identificare con dio, chi fa
la volontà di dio e chi debba essere riconosciuto come colui che fa la volontà
di dio nella società. Tutti gli altri, nella società del dio cattolico, sono
subordinati: i rapporti di forza che si organizzano determinano poi la
gerarchia della subordinazione (il concetto di umiltà nel cattolicesimo è
fondamentale, in quanto i cattolici, se non fossero spinti all’umiltà, si
accoltellerebbero l’uno con l’altro per essere, ognuno di loro, riconosciuto
come il rappresentante di dio).
Non c’è il concetto
di uguaglianza nel bambino che cresce: non ha “autoritas” nell’individuo. Non
ha “autoritas” in nessun individuo.
Solo partendo da
questi presupposti possiamo capire gli effetti che nella società e sugli
individui hanno i “rumors”, le “voci”, le “dicerie”, i “pettegolezzi”, le
“fandonie”, le “frottole”, le “diffamazioni”, le “illusioni di significato”, le
“calunnie”, che delle “autoritas” sociali usano per attivare delle idee, delle
opinioni o delle convinzioni a cui le “autoritas” psico-emotive delle “masse”
si aggrappano per il desiderio di ridurre l’ansia fra ogni singola “autoritas”
in ogni singolo individuo e la necessità di modificare la propria “autoritas”
psico-emotiva per spiegare il mondo reale.
All’interno della
società esistono gruppi che hanno “autoritas” psico-emotive abbastanza
omogenee, come per i fedeli del parroco su citato, come le “autoritas”
psico-emotive su cui fa leva Madre Teresa di Calcutta o Padre Pio. La loro
azione non viene approvata perché analizzata, ma viene approvata perché
soddisfa le “autoritas” psico-emotive
individuali con cui si “afferma” sé stessi nella società. Dove Madre Teresa di
Calcutta “soccorre i poveri perché l’ “autoritas” soggettiva dice che “gli
altri devono essere poveri rispetto ad una propria condizione di benessere
(superiorità)” e Padre Pio fa i miracoli come “aspettativa emotiva dell’
“autoritas” soggettiva” che trova piacere nell’immaginare l’imminenza del
miracolo che si realizza, atteso, evocato, supplicato, accarezzato, (vincita
miracolosa, fortuna, opportunità, provvidenza) che giustifica le inadeguatezze
soggettive nei confronti del mondo. Il piacere dell’attesa come attesa della
conferma dell’“autoritas” psico-emotiva viene soggettivamente alimentato perché
il suo alimentarsi garantisce all’“autoritas” una giustificazione della propria
esistenza. Le possibilità soggettive di agire nel mondo perché il mondo
provvede a facilitare il nostro agire confermano l’ “autoritas” dell’attesa che
è stata sovrapposta dall’educazione all’“autoritas” della necessità d’azione,
della necessità di procurarsi i mezzi adatti per agire nel mondo. Secondo
questa idea, sapiente non è chi acquista i frantoi per l’olio in inverno per
poterli usare quando le olive saranno mature, ma chi attende dio affinché
provveda a sé stesso.
L’“autoritas”
soggettiva dice che gli altri devono essere poveri e devono essere costretti
nelle condizioni di indigenza, così da affermare la propria superiorità;
l’“autoritas” soggettiva dice che è una questione di fortuna, provvidenza,
miracolo, quando la situazione oggettiva è favorevole.
L’“autoritas”
allontana l’individuo dalla necessità dell’analisi e dalla necessità della
critica, in quanto nella sua “autoritas” è contenuta ogni risposta ad ogni
accadimento.
Le persone possono
essere manipolate portandole ad agire nel mondo come l’autorità sociale
desidera solo se l’autorità sociale stratifica delle risposte sociali alle
“autoritas” proprie dei singoli individui o della maggioranza dei singoli
individui nella società. Le “autoritas” psico-emotive appaiono alla ragione in
maniera semplice, elementare. Così anche la manipolazione delle persone che
hanno “autoritas” psico-emotive che manipolate inducono alla dipendenza e al
fatalismo, deve essere semplice, povera, di comprensione immediata. Si deve
sollecitare l’“autoritas” emotiva con una specie di “ti amo!” detto a colei o
colui che arde dal desiderio di essere amato. Per manipolare l’agire e le
scelte delle persone le spiegazioni siano semplici e a comprensione immediata
come’è l’“autoritas” che veicolano dentro di loro. Chi ha senso critico, chi
pratica lo scetticismo, può essere ingannato, ma non manipolato.
Alcune voci sono
“invincibili” dice questo articolo Federico Rampini che commenta uno studio sui
“rumors” fatto da Cass Sustein.
E’ come per il padre
Pio che fa i miracoli o per l’aiuto ai poveri di Madre Teresa di Calcutta. Sono
dicerie, falsità, come quella secondo cui i primi casi di Aids in Africa sono
nati da contatti fra Esseri Umani ed Esseri Scimmia o come la diceria secondo
cui Obama non è nato in America ed è di religione musulmana. Dicerie e idee
preconfezionate che proprio perché soddisfano l’“autoritas” interiore dei singoli
individui, vengono credute al di là di ogni dimostrazione evidente contraria.
Oppure, se vogliamo
fare un riferimento storico, come i “sacrifici umani di bambini” fatti dai
Fenici o le piramidi d’Egitto costruite dagli schiavi. Due falsità che hanno retto
per secoli soddisfacendo l’“autoritas” educazionalmente imposta nei bambini
mediante la bibbia: la convinzione che qualcuno bruciasse vivi i propri figli o
che gli ebrei effettivamente siano stati schiavi in Egitto durante la
costruzione delle piramidi e che Mosé li ha tratti dall’Egitto.
Se questi due
“rumors” fossero stati rimossi, l’“autoritas” del dio padrone e creatore, dal
quale le persone educate in campo ebreo o cristiano fanno discendere la loro
visione del mondo e della vita, sarebbe crollata: al di là di ogni obiezione,
necessariamente, i Fenici dovevano bruciare vivi i loro figli e gli Egiziani
dovevano aver usato schiavi per costruire le piramidi. Da qui la
rappresentazione del Moloc fenicio che divora nel fuoco i bambini di Tiro e di
Cartagine e gli schiavi che tirano massi in pietra su rulli in legno mentre
qualcuno li frusta.
Scrive Federico
Rampini a proposito dei “rumors”:
15 - 01 - 2010
Fonte: la Repubblica
Le false credenze: come si
alimentano e perché le alimentiamo
Per
difendersi non serve la censura ma piuttosto "una consapevolezza sociale
diversa dei danni che possono provocare". Uno studio scientifico sui
"rumors" fatto da Sunstein: "Hanno una base razionale, solo lo
scetticismo ci può salvare"
Molte voci sono invincibili: come la tesi secondo cui l´Aids
sarebbe stato trasmesso dalle scimmie all´uomo
di FEDERICO RAMPINI
Internet: motore di diffusione di voci
incontrollate, credute ciecamente da un´opinione pubblica polarizzata, divisa
in bande, esposta a derive estremiste. E´ una visione sinistra. Soprattutto se
a dipingerla è uno dei più autorevoli giuristi americani, consigliere di Barack
Obama per le leggi sull´informazione.
"Rumor". In italiano: dicerìa, voce,
pettegolezzo. Tra le varie traduzioni è meglio "voce", il termine più
neutrale, perché a volte le voci sono vere. Sottoponiamoci a una prova. Quanti
di noi credono che i primi casi di Aids in Africa siano nati da contatti
sessuali fra esseri umani e scimmie? Quella tesi resiste. Pur smentita da decenni,
ha una sua vita autonoma, imperturbabile. Cos´è che rende certe voci
invincibili? Quanto siamo vulnerabili a questa particolare forma di diffusione
dell´informazione? Secondo lo studioso americano Cass Sunstein, non solo i
"rumors" possono rovinare tante vite individuali, ma costituiscono
una minaccia mortale per la democrazia. Dobbiamo imparare a difenderci. Perciò
è essenziale capire la forza di questo formidabile fenomeno. E´ il tema del suo
saggio On Rumors appena pubblicato a New York da Farrar Strauss and Giroux. Nel
sottotitolo spiega: "Come si diffondono. Perché ci crediamo. Cosa si può
fare". Sunstein finì di scriverlo un anno fa quando ancora era docente
alla Harvard Law School. In seguito Obama lo ha voluto alla Casa Bianca in un
ruolo chiave: dirige l´Office of Information and Regulatory Affairs, un organo
cruciale per le regole sull´informazione.
Le voci sono antiche quanto la storia umana.
Siamo immersi quotidianamente in questo rumore di fondo. Dal pettegolezzo falso
di un collega malevolo che vuole rovinarti sul lavoro, fino alle indiscrezioni
pilotate per nobili motivi, per cause altruistiche, per fare avanzare un´agenda
politica. Internet, avverte Sunstein, le rende più insidiose, pervasive,
ubique. E impermeabili ai fatti. Ne sa qualcosa Obama: dall´inizio della sua
campagna presidenziale lo insegue la voce che lui non è nato in America, ed è
di religione islamica. Le confutazioni fattuali non sono servite. Tuttora una
fetta di popolazione americana resta convinta che lui sia un usurpatore, un
alieno, un sovversivo che se la intende con i terroristi. E se un giorno questa
voce dovesse armare un fanatico, deciso a uccidere il primo presidente
afroamericano?
Sunstein analizza la forza micidiale delle voci
attingendo a una mole di studi scientifici, compresi alcuni esperimenti
condotti su focus group. Guai a credere che solo i più ingenui, gli
sprovveduti, o le frange fanatiche, siano facili prede dei "rumors".
A seconda delle nostre convinzioni, "credere nelle voci è perfettamente
razionale".
L´universo online non ci rende necessariamente
più informati. Possiamo usare la rete per isolarci in tante "camere
acustiche", ognuna delle quali è frequentata da comunità che hanno gli
stessi valori, la stessa visione del mondo, i medesimi pregiudizi. All´interno
di una di queste comunità, per esempio, vige il negazionismo sul cambiamento
climatico: lì le teorie sul riscaldamento dovuto alle emissioni di CO2 sono
considerate come delle congiure di scienziati disonesti che manipolano i dati
per promuovere un´agenda verde. Un´altra comunità esemplare è quella che
considera l´11 settembre 2001 come una congiura del Pentagono, falsamente
attribuito a terroristi islamici: questa ha seguaci in un ampio schieramento di
opinioni pubbliche antiamericane, dai paesi islamici alla Francia. In ognuna di
queste camere acustiche, è irrilevante l´eventuale accumulazione di prove che
smentiscono il "rumor". La fede in quella determinata voce è
rafforzata dal meccanismo di polarizzazione di gruppo: quando si riuniscono
persone che hanno le stesse idee, il dialogo li radicalizza nelle loro
convinzioni.
E´ la conclusione del celebre "esperimento
del Colorado" descritto da Sunstein, un test effettuato proprio stimolando
dibattiti tra gruppi di persone dalle ideologie affini. Al termine
dell´esperimento, anche coloro che all´interno di un gruppo erano in partenza
moderati, alla fine sposavano posizioni estreme. Quella che Sunstein definisce
"la catena del conformismo" produce all´interno di ogni gruppo
un´accettazione acritica delle voci che rafforzano pregiudizi e avversioni
pre-esistenti. Coloro che hanno dei dubbi su un "rumor" poiché lo
trovano inverosimile, finiscono per aderirvi pur di non sfidare la sanzione
sociale del gruppo. «Su Internet - scrive l´autore - processi di questo tipo
accadono ogni giorno. Coloro che credono certe voci, finiscono per esserne
ancora più convinti anche dopo essere stati esposti a un ventaglio
contraddittorio di pareri, alcuni dei quali dovrebbero smentire quella voce».
E´ il meccanismo dell´assimilazione selettiva: una corazza mentale respinge le
rettifiche, rende irrilevanti le controprove e le confutazioni oggettive.
Le false voci sono distruttive non solo quando
sono orchestrate per diffamare singoli individui; alla lunga possono minare la
stessa democrazia. «Senza un fondamento valido - scrive Sunstein - l´opinione
pubblica può perdere fiducia nei leader, nelle loro politiche, nell´idea stessa
di governo». L´autore immagina lo scenario futuro di una società
"distopica", in cui «i propagatori di false voci - non importa se
mossi da interessi di parte o sinceramente idealisti e altruisti - sono
premiati per il loro ruolo, nel dispregio della verità». In una simile società
«le convinzioni collettive sono il prodotto di network sociali che funzionano da
camere di risonanza in cui le voci divampano come gli incendi di foresta; in
cui ogni dicerìa viene accettata se mette in cattiva luce coloro che sono
percepiti come avversari».
Pur essendo giurista Sunstein è convinto che
l´antidoto non può essere la censura né tantomeno la guerra giudiziaria alla
diffamazione. Al contrario, lui difende il Primo Emendamento e la massima
libertà di cui godono i mass media americani. «La soluzione non ha nulla a che
vedere con le leggi. Può essere trovata solo in un impegno di lotta al
pregiudizio. Attraverso la comprensione dei meccanismi dell´informazione,
occorre costruire una cultura che prevenga la distruzione delle vite
individuali e delle istituzioni che hanno valore». Un futuro diverso rispetto
alla società distopica, è quello in cui «i diffusori di false voci sono
marginalizzati da gruppi preparati a pensare in modo autonomo; la
polarizzazione è contrastata grazie a un´ampia consapevolezza sociale dei suoi
danni». Un mondo di cittadini adulti «umili e consapevoli della propria
fallibilità, pronti ad accettare delle verità anche quando non rafforzano i
loro preconcetti». La conclusione è un invito a coltivare un moderno
scetticismo, e a maneggiare Internet con la stessa lucidità con cui osserviamo
le copertine dei tabloid.
Tratto da:
Giornale La
Repubblica del 15 gennaio 2010
Le convinzioni sulla
realtà o opinioni della realtà, si impongono all’individuo perché si sono
imposte le “autoritas” in età infantile. Quella specie di imprinting sociale che
ci trasforma in tifosi piuttosto che in analisti del presente in cui viviamo.
Questo meccanismo è proprio degli esseri della Natura e ha lo scopo di
costruire dei legami emotivi fra le sollecitazioni che arrivano dal mondo e le
risposte immediate che noi diamo, senza necessariamente passare per l’analisi o
la critica dei fenomeni che arrivano. Le risposte, quando si vive nella natura,
devono essere immediate in quanto segnale e risposta rispondono a categorie
emotive e non a categorie razionali. Diverso è quando siamo nella società e le
risposte diventano automatiche non per necessità di vita, ma l’automatismo
funzionale nella Natura viene fatto funzionare secondo l’impostazione di un
imprinting sociale. “Gesù è buono” è un’idea educazionalmente imposta sull’
“autoritas” di “io sono buono” e lo dimostro identificandomi con Gesù, il che
rende automaticamente buona ogni “autoritas” soggettiva di ogni individuo nella
società che considera sé stesso “buono”.
E’ una diffamazione,
una diceria dispotica, che non può essere rimossa dall’analisi o dalla critica
dei testi e degli elementi razionali su cui nasce l’idea di “Gesù buono”. Può
essere rimossa soltanto se l’individuo separa il suo imprinting, la sua
“autoritas”, dall’immagine sociale: non “io sono buono perché...” ma “Com’è
Gesù che io vorrei chiamare buono per costruire una relazione?” E’ il soggetto
che separa sé stesso, l’“autoritas” di sé stesso, dall’immagine in cui veicola
la sua “autoritas” e dalla quale la sua psiche e le sue emozioni traggono legittimazione
“oggettiva”.
Quando dico. “Com’è
Gesù che io vorrei chiamare buono per costruire una relazione?” già ho separato
la mia “autoritas” soggettiva dall’ “autoritas” dell’immagine psico-emotiva che
soggettivamente associa a Gesù l’insieme degli individui: ho assunto un
atteggiamento scettico! Ho separato il desiderio che identifico
nell’“autoritas” dall’immagine che l’“autoritas” assume. Veicolo il desiderio,
ma lo libero dai vincoli in cui viene chiuso dall’immagine e dalla veicolazione
in cui l’imprinting educazionale lo ha chiuso.
I rumors, le voci, le
affermazioni, le dicerie, le interpretazioni, tutto ricade sotto la lente
dell’analisi critica anche quando si vorrebbe sposarle perché coincidono con l’
“autoritas” psico-emotiva dentro di noi nella veicolazione che l’imprinting
(l’insieme delle “autoritas” che formano l’imprinting) infantile ha
determinato.
Questo è l’atto più
difficile.
E’ un atto di MAGIA.
Per riuscire a
superare il dispregio del vero, la diceria, la diffamazione, è necessario che ogni
fenomeno che giunge a noi sia sottoposto ad analisi critica partendo
dall’Intento che ogni persona ha (o dovrebbe avere) nella propria vita. La
cultura è uno strumento, non il mezzo per farlo. Per farlo è necessario un atto
di volontà che destrutturi e ristrutturi tutta l’esistenza dell’individuo. Un
atto che richiede un grande dolore psichico che la maggior parte delle persone
non è in grado di sopportare, preferendo ritrarsi.
Quando Sunstein
afferma: «Senza un fondamento valido l´opinione
pubblica può perdere fiducia nei leader, nelle loro politiche, nell´idea stessa
di governo» non fa altro che sottolineare come lo “sputtanamento” fatto
da “autoritas” (televisione, informazione, autorità Istituzionali) possa
distruggere il futuro dei popoli qualora questo sputtanamento incontri il
desiderio psichico-emotivo di chi ritiene che la direzione in cui vanno quelle
decisioni non collimi con le proprie “autoritas” interiorizzate.
Sollecitando le
“autoritas” personali della maggior parte degli individui che, di fatto,
costituiscono la massa, si controllano le persone. Ciò che non si controlla lo
si emargina con la diffamazione, le dicerie, le ingiurie, i rumors, la
calunnia. E il calunniato, l’ingiuriato, non avrà difesa: può dimostrare la sua
innocenza davanti ai magistrati, ma non lo potrà fare davanti alle masse la cui
“autoritas” teme di essere messa in discussione da ciò che l’ingiuriato, il
diffamato, il calunniato, può proporre.
Marghera,
18 gennaio 2010
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Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
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