Ivan Petrovic Pavlov
Dai riflessi condizionati alle scoperte delle neuroscienze
La Stregoneria e le condizioni dell’abitare il mondo
Vai all'indice su libido e realtà delle Streghe e degli Stregoni.
Ivan Petrovic Pavlov fa una delle più
grandi scoperte scientifiche del XIX e XX secolo: scopre la gabbia in cui
avvengono le trasformazioni umane. Da quando gli fu conferito il nobel nel 1904
ad oggi, sono passati 105 anni. Eppure, nonostante la ricerca scientifica abbia
confermato, scoperta dopo scoperta, dalla nascita della psicologia, alla
sociologia sperimentale, agli studi sulla psichiatria, all’antropologia, alle
scoperte neurologiche e di tutte le neuroscienze, la centralità della scoperta
di Pavlov, si continua ad evitare di parlarne sia in
ambiti culturali che in ambiti popolari proprio per impedire alle persone di
diventare consapevoli delle loro condizioni.
Degli
effetti sull’uomo della Gabbia di Pavlov ne ho
parlato in vari scritti.
Ne ho
parlato nello scritto, “La manipolazione
mentale mediante il condizionamento educazionale: i sensi di colpa! Come liberarsi
e come affrontarli.” Nell’aprile del 1999: ne ho parlato nello scritto “Contro il razionalismo a
tutti i costi” del settembre 1998; Ne ho parlato nella presentazione del “Crogiolo del Male”
nell’agosto 1998; ne ho parlato nell’individuazione delle
tecniche del mobbing nel 2000 come nelle tecniche per uscire dall’accerchiamento
mobbing.
Proprio
perché è stata individuato il ruolo della gabbia, nella formazione dell’individuo
sociale, è stato possibile elaborare le strategie sociali della Stregoneria. Fu
possibile comprendere che al di là della gabbia c’era un immenso universo. Comprendere
che l’immenso poteva essere affrontato da una persona psicologicamente e
fisicamente diversa: come il mammifero si trasforma in delfino e in balena per
poter vivere negli immensi oceani, così l’uomo deve trasformarsi psico-fisicamente per affrontare l’immenso che sta al di
fuori della gabbia pavloviana in cui il sistema sociale lo vuole rinchiudere. Finché
l’uomo continuerà a mettere al centro del proprio pensiero (sia in modo
consapevole che in modo inconsapevole) che l’uomo è creato ad immagine e
somiglianza di un dio e perciò uguale ad un modello e privo di una
trasformazione soggettiva, non sarà mai in grado di uscire dalla gabbia in cui
la società lo ha rinchiuso e lo costringe a salivare ad ogni novità.
Ora
riprendo il discorso partendo da un articolo, dagli intenti strumentali, ma
capace di sollecitare numerose riflessioni il cui titolo è “Cervello, una
“ragnatela” blocca ricordi e crea fobie: scoperto come scioglierla” trovato in
internet.
Riporto
l’articolo:
Cervello, una "ragnatela" blocca ricordi
e crea fobie: scoperto come scioglierla
ROMA (3
settembre 2009) - Una volta trovato ciò che rende indelebile il ricordo di un
evento traumatico, ecco escogitato un trucco per rimuoverlo. I brutti ricordi,
che paralizzano quando riaffiorano alla mente, sono resi indelebili da una
"ragnatela" molecolare attorcigliata intorno ai neuroni
dell'amigdala, il centro della paura. Un enzima che "scioglie" questa
ragnatela rimuove il ricordo traumatico. E' questa, pubblicata sulla rivista Science,
la scoperta di Nadine Gogolla
della Harvard University di Boston.
Lo studio,
effettuato su topi, mostra che questa ragnatela, detta rete perineurale,
si forma in età adulta, mentre nel cervello infantile è assente, cosicchè per quest'ultimo è più agevole cancellare i
ricordi traumatici. In pratica - spiega in un commento su Science Tommaso Pizzorusso dell'Istituto di neuroscienze del Cnr di Pisa -
il cervello infantile è più plastico e, ancora privo di questa rete di
materiale proteico, può dimenticare più facilmente un ricordo traumatico. Poi,
quando la rete si forma, i ricordi di eventi negativi si fissano in modo
indelebile.
Già in
studi sulla corteccia visiva, spiega Pizzorusso, che
è un esperto di plasticità cerebrale, si era dimostrato che una rete di "proteoglicani condroitin
fosfato", grosse molecole ramificate fatte di zuccheri e proteine, si
forma intorno alla corteccia visiva in età adulta, diminuendone la plasticità.
L'equipe di Nadine Gogolla
ha dimostrato qualcosa di analogo nell'amigdala, il centro ove si annidano
tutte le nostre paure più profonde. Si sapeva che nei ratti di pochi giorni di
vita un trauma è facilmente cancellabile con un esercizio di rimozione chiamato
"estinzione", che consiste nel dissociare lo stimolo (per esempio un
suono) dall'evento traumatico (per esempio una corrente elettrica). Se topolini
piccoli vengono traumatizzati da uno shock elettrico seguente un suono, tenderanno
ad associare a quel suono la corrente, e quindi a temerlo.
L'esercizio
di estinzione del trauma funziona dunque dissociando il legame suono-corrente.
Ma funziona solo nei topi di pochi giorni, ribadisce Pizzorusso,
non sugli adulti, e ora Gogolla ha scoperto perchè: è la formazione della rete perineurale
nel cervello adulto a impedire la rimozione, rendendo l'amigdala inaccessibile.
Ma "sciogliendo" i proteoglicani condroitin fosfato con un enzima ad hoc, Gogolla ha mostrato di poter rendere nuovamente più malleabile
anche il cervello adulto e quindi di poter eseguire l'esercizio di rimozione
del trauma. Questo studio apre le porte a nuovi meccanismi potenzialmente
applicabili su chi soffre di stress post-traumatico o fobie.
http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=71939&sez=SCIENZA
Un conto è
la scoperta e un altro conto sono le conclusioni alle quale si immagina di
essere giunti. I ricordi sono esperienze. Esperienza accumulate nelle relazioni
con il mondo. Le risposte devono essere veloci per consentire agli individui di
agire e adattarsi in maniera adeguata al mondo in cui vivono. Una serie di
esperienze si fissano fisicamente dentro di noi. L’esperienza dell’uso dei pesi
in palestra si fissa nei nostri muscoli che si adeguano come risposta alle
sollecitazioni. Lo steso vale per la struttura emotiva che si adatta e si
adegua rispondendo alle sollecitazioni del mondo.
Questa ricerca
scientifica non ha fatto altro che scoprire un meccanismo di adeguamento
soggettivo alle variabili che il mondo impone. Dove sta la lacuna
dell’articolo? Nelle sue conclusioni. Afferma, infatti:
“Ma "sciogliendo" i proteoglicani
condroitin fosfato con un enzima ad hoc, Gogolla ha mostrato di poter rendere nuovamente più
malleabile anche il cervello adulto e quindi di poter eseguire l'esercizio di
rimozione del trauma. Questo studio apre le porte a nuovi meccanismi
potenzialmente applicabili su chi soffre di stress post-traumatico o fobie.”
Si tratta, in sostanza,
di una risposta meccanicistica. Non
solo il cervello, ma ogni capacità psico-fisica, “se non la usi la perdi” e
solo se ne hai necessità e ti sforzi di usarle puoi, non solo affinarle, ma
accedere a nuove e diverse capacità cerebrali come emersione qualitativa
nell’uso quantitativo delle stesse.
Conclusioni
della ricerca che non tengono conto dei processi attraverso i quali si formano
le “corazzature” limitative della plasticità cerebrale e della plasticità
emotiva. Lo studio non dice: “Ciò che porta alla formazione della corazzatura;
ciò che porta alla formazione della corazzatura; ciò che porta alla formazione
della corazzatura; ecc. ecc.” In pratica lo studioso fa l’ipotesi che
sciogliendo la corazzatura che si è formata attorno all’amigdala si sciolgono i
ricordi traumatici o le fobie. Solo che le esperienze traumatiche, che poi
generano fobie, creano quella struttura come una difesa dalle aggressioni. Le
stesse fobie, in realtà, sono delle difese. Secondo Jervis
la fobia è “un tentativo di costruire una difesa contro la propria ansia
allontanandone ostinatamente l’occasione in cui manifestarsi con uno
scongiurante e precipitoso atteggiamento di rifiuto che non fa che evocarne
continuamente il fantasma...”
Esiste una
differenza fra il “ricordo che affiora alla mente” e l’esperienza che, pur non
riaffiorando alla mente, manipola la struttura emotiva per costringerla a
rispondere, davanti ad uno stimolo del mondo, in quel modo. Il ricordo della
coscienza (o essere coscienti del ricordo dell’esperienza) è cosa diversa dalla
trasformazione che il soggetto ha subito all’interno di quell’esperienza. La
trasformazione del soggetto continua a condizionare il comportamento del
soggetto anche quando il ricordo è rimosso.
Che
l’esperienza emotiva si fissasse nella struttura fisica delle persone, si
sospettava da tempo. Attraverso quali meccanismi le persone interiorizzano le
loro esperienze trasformandole come variazione della loro struttura fisica che
poi porta alla formazione del carattere, della psiche e delle idee sul mondo, è
tutto ancora da scoprire. Il Potere di Essere, rappresentato dal divenuto nelle
trasformazioni dell’individuo attraverso le sue esperienze, è ancora una novità
assoluta nell’ambito del pensiero umano.
Anche in
questo tipo di ricerca assistiamo all’uso delle categorie di pensiero
positiviste.
Proviamo a
mette in luce alcune affermazioni che vengono fatte nell’articolo:
1)
I brutti
ricordi, che paralizzano quando riaffiorano alla mente, sono resi indelebili da
una "ragnatela" molecolare attorcigliata intorno ai neuroni
dell'amigdala, il centro della paura.
2)
Lo studio,
effettuato su topi, mostra che questa ragnatela, detta rete perineurale,
si forma in età adulta, mentre nel cervello infantile è assente, cosicchè per quest'ultimo è più agevole cancellare i
ricordi traumatici.
3)
il cervello
infantile è più plastico e, ancora privo di questa rete di materiale proteico,
può dimenticare più facilmente un ricordo traumatico.
4)
Poi, quando
la rete si forma, i ricordi di eventi negativi si fissano in modo indelebile.
5)
Si sapeva che
nei ratti di pochi giorni di vita un trauma è facilmente cancellabile con un
esercizio di rimozione chiamato "estinzione", che consiste nel
dissociare lo stimolo (per esempio un suono) dall'evento traumatico (per esempio
una corrente elettrica). Se topolini piccoli vengono traumatizzati da uno shock
elettrico seguente un suono, tenderanno ad associare a quel suono la corrente,
e quindi a temerlo.
6) L'esercizio
di estinzione del trauma funziona dunque dissociando il legame suono-corrente.
Ma funziona solo nei topi di pochi giorni, ribadisce Pizzorusso,
non sugli adulti, e ora Gogolla ha scoperto perchè: è la formazione della rete perineurale
nel cervello adulto a impedire la rimozione, rendendo l'amigdala inaccessibile.
Ma "sciogliendo" i proteoglicani condroitin fosfato con un enzima ad hoc, Gogolla ha mostrato di poter rendere nuovamente più
malleabile anche il cervello adulto e quindi di poter eseguire l'esercizio di
rimozione del trauma. Questo studio apre le porte a nuovi meccanismi
potenzialmente applicabili su chi soffre di stress post-traumatico o fobie.
Siamo agli
esperimenti di Pavlov sulla salivazione del cane
applicati alla formazione neurologica. I mezzi con cui si conduce la ricerca e
quello che viene osservato è diverso, ma il meccanismo è sempre lo stesso.
5)
Si sapeva che
nei ratti di pochi giorni di vita un trauma è facilmente cancellabile con un
esercizio di rimozione chiamato "estinzione", che consiste nel dissociare
lo stimolo (per esempio un suono) dall'evento traumatico (per esempio una
corrente elettrica). Se topolini piccoli vengono traumatizzati da uno shock
elettrico seguente un suono, tenderanno ad associare a quel suono la corrente,
e quindi a temerlo.
Si impone
un trauma costringendo il soggetto ad associare stimolo sensorio e dolore
condizionandolo a reagire allo stimolo sensorio in anticipo per evitare il
dolore e poi si esperimentano le dissociazioni della relazione fisiologica
costruita.
Cosa fa il
soggetto quando arriva il dolore preavvisato da stimoli sensori (suono, forme,
odori ecc.)? Mette in atto delle difese. Le difese, per essere efficaci, devono
portare il soggetto a reagire prima che il trauma doloroso lo colpisca. Se il
topo non reagisce all’odore del gatto, il gatto con un balzo se lo mangia. E’
un meccanismo di difesa che nei soggetti infantili agisce come un “meccanismo
di difesa aperto”. Nei soggetti adulti, data la molteplicità dell’esperienza,
distingue fra un “soggettivo” principale, al quale reagire con assoluta
immediatezza, da tutto ciò che, anche se causano dolore, sono secondari e la
riposta può essere ritardata. Il meccanismo fisiologico si fissa. Non si tratta
di una singola esperienza, si tratta di selezione soggettive di esperienze
costruite nell’arco della propria vita in base allo specifico ambiente in cui
ci muoviamo.
La
fissazione del meccanismo avviene perché il soggetto è rinchiuso nella gabbia:
la gabbia di Pavlov! Tanto maggiori sono le quantità
di esperienze che un soggetto è in grado di fare in un’unità di tempo e tanto
maggiori sono le associazioni fra stimoli e risposte soggettive e tanto minore
è la fissazione del meccanismo di difesa come risposta alle sollecitazioni
esterne.
Tanto più
limitati sono i fenomeni a cui il soggetto deve rispondere e tanto più
velocemente verrà a formarsi la fissazione del meccanismo psicologico di difesa
attorno, o in relazione, alla struttura emotiva che, fisicamente, può essere
indicata nell’amigdala. La gabbia di Pavlov ha questa
funzione: separa il soggetto dagli stimoli del mondo e permette allo
sperimentatore di impedire che al soggetto arrivino stimoli tali da variare la
sua risposta soggettiva.
Lo
sperimentatore può verificare che il meccanismo di difesa dalle paure è estremamente
plastico nell’età infantile e nell’età puberale dei soggetti e diventa più
fisso in età adulta.
Quando lo
sperimentatore afferma che “un trauma è facilmente cancellabile”, non sta
dicendo che cancella il trauma; sta dicendo che cancella l’associazione che fa
il soggetto fra stimoli premonitori ed evento traumatico. Non cancella il
trauma, ma cancella la difesa del soggetto al possibile evento traumatico
futuro. In pratica predispone il soggetto a non essere attento agli stimoli che
precedono l’evento doloroso. Costringono il soggetto ad abbassare le proprie
difese e a ricevere un possibile stimolo doloroso.
Se quel
soggetto vive nel mondo nel quale la sua specie si è evoluta, difficilmente la
difesa del soggetto di organizza attorno a dei segnali specifici. Questo perché
i medesimi segnali non sono sempre portatori di dolore (come avviene in un
laboratorio), ma sono segnali che premettono a più eventi e a eventi diversi.
Solo quando il soggetto definisce, una volta adulto, la qualità della sua gabbia,
allora la difesa tende a fissarsi. Infatti, nell’esperimento si dice:
6) L'esercizio
di estinzione del trauma funziona dunque dissociando il legame suono-corrente.
Ma funziona solo nei topi di pochi giorni, ribadisce Pizzorusso,
non sugli adulti, e ora Gogolla ha scoperto perchè: è la formazione della rete perineurale
nel cervello adulto a impedire la rimozione, rendendo l'amigdala inaccessibile.
Ma "sciogliendo" i proteoglicani condroitin fosfato con un enzima ad hoc, Gogolla ha mostrato di poter rendere nuovamente più
malleabile anche il cervello adulto e quindi di poter eseguire l'esercizio di
rimozione del trauma. Questo studio apre le porte a nuovi meccanismi
potenzialmente applicabili su chi soffre di stress post-traumatico o fobie.
L’adulto è
il soggetto che ha cessato di crescere rispondendo alle sollecitazioni del
proprio ambiente. Ora può selezionare le sue difese psichiche in attesa della
sua morte. Egli ha già definito il suo mondo; cosa percepirà in quel mondo;
quali sono i fenomeni che gli creano dolore psichico; da cosa deve difendersi;
che cosa vuole evitare che della sua psiche venga aggredito. Il bambino è un
soggetto manipolabile al punto tale da poter costringerlo a fare delle
associazioni fra stimoli e traumi, dissociarli per riassociarli (è proprio le
associazioni fra stimoli e traumi, dissociazione dello stimolo dal trauma per
guidarlo in un trauma successivo, che viene messo in atto dalla chiesa
cattolica per costringere il bambino a salivare in funzione del crocifisso,
della madonna e di qualche “santo” che si fissano le barriere fideistiche anche
in contrasto con i dati di realtà nell’uomo). L’Essere Umano adulto non è
manipolabile in quanto ha fissato le proprie difese. L’adulto può mutare idea
solo se la mutazione dell’idea gli rafforza i meccanismi di difesa psicologica,
non se contrastano con essi. La fissazione delle difese, come la formazione di
una rete perineuronale attorno all’amigdala e altre
forme di adattamento cerebrale, non avvengono per effetto di un “fatto singolo”
(un unico trauma), ma per una sequenza di fatti in un ambiente chiuso e
circoscritto, come per il bambino l’oratorio o le condizioni psichiche
costruite dalla chiesa cattolica, nella famiglia cristiana. In effetti, nella
nostra specie, la fobia che costringe l’individuo alla difesa delle proprie
convinzioni religiose allontanando ogni critica, è la condizione più assoluta
presente nella società sulla quale vengono a stratificarsi altri tipi di fobie
e di ossessioni.
Per
condizionare il bambino con le relazioni “stimolo-trauma” è necessario che
l’operazione avvenga in un ambiente chiuso (che limiti i fenomeni che giungono
al bambino) come la gabbia di Pavlov; che ci sia una
ripetitività dei traumi. Molti traumi, ripetuti meccanicamente ai quali si
costringe il bambino ad adeguarsi all’interno di una banda di segnali-traumi
che siano simili e psicologicamente sovrapponibili finalizzati ad un unico
intento: com’è per il condizionamento psichico religioso del bambino.
4)
Poi, quando
la rete si forma, i ricordi di eventi negativi si fissano in modo indelebile.
Quando
l’individuo, seleziona i traumi e non è in grado di risolvere in maniera
diversa le situazioni che provocano trauma, mette in atto delle difese per
prevenire le situazioni traumatiche rispondendo non più solo al dolore del
trauma, ma ai segnali che preconizzano l’evento traumatico doloroso. Le
esperienze si fissano in modo indelebile guidando le scelte, le azioni, le
decisioni e le stesse idee sociali e religiose della persona.
Il
condizionamento religioso cattolico è il prodotto di un numero talmente alto di
situazioni traumatiche che l’individuo, dalle difese che ha messo in atto in
quelle situazioni traumatiche, ne dipende per tutta la vita. Come per le
persone torturate.
Quando Pavlov scrive:
“Per molti anni abbiamo osservato che i nostri cani diventavano
sonnolenti, per cui il lavoro doveva essere sospeso a causa del’attenuazione e
scomparsa dei riflessi condizionati. In particolare abbiamo visto che il sonno
sopravveniva nel corso di esperimenti in cui la stimolazione impiegata per
determinare l’attività delle ghiandole salivari era di natura termica.”
A Pavlov non passava per la testa che in quelle situazioni il
cane mettesse in atto azioni di difesa alle sue sollecitazioni. Azioni di
difesa che portavano il cane nel sonno che è lo stato psicologico in cui
vengono interiorizzate le trasformazioni del soggetto e in cui il soggetto
elabora le proprie strategie di difesa partendo da elaborazioni di percezione
dell’ambiente sconosciute alla sua ragione.
La stessa
cosa vale per i bambini quando devono elaborare l’esperienza quotidiana o
quando devono mettere in atto difese psichiche da sollecitazioni che ritengono
distruttive. Sia la fagocitazione delle trasformazioni, sia l’elaborazione di
strategie di difesa, si fissano nell’individuo durante il sonno. Per Pavlo, invece:
“Siamo giunti alla conclusione che gli stimoli termici sono
particolarmente atti a indurre il sonno, vale a dire che provocano uno stato di
sonno così come altri stimoli suscitano altre attività.” P. 150 Pavlov, i Riflessi condizionati ed Newton 1973
Solo che
il bambino dorme moltissimo e ha un cervello plastico, l’adulto dorme di meno
ma il suo cervello è più fisso. Anche le persone torturate tendono a entrare in
uno stato di sonno o di sospensione della coscienza.
Nell’articolo
è scritto:
3)
il cervello
infantile è più plastico e, ancora privo di questa rete di materiale proteico,
può dimenticare più facilmente un ricordo traumatico.
Il ricordo
traumatico viene dimenticato dalla coscienza. Ciò che resta sono le
modificazioni della struttura emotiva che il trauma ha provocato, come risposta
al trauma stesso. La risposta, nel bambino piccolissimo, non è in grado di
fissarsi. Sono necessarie sequenze di traumi prima che il bambino, crescendo,
individui l’insieme di segnali che annunciano l’evento traumatico. La paura del
trauma si interiorizza col tempo e il bambino finisce per mettere in atto le
sue difese dall’ansia che hanno sempre come base la natura sessuale e
religiosa. Le due nature capaci di mettere in discussione la struttura emotiva
dell’individuo umano.
Il
condizionamento superficiale era già stato studiato da Pavlov
che nel 1912 scriveva:
“Il primo esempio evidente di questa azione inibitrice è rappresentato
dal fenomeno cui non diamo il nome di estinzione del riflesso condizionato. Se
uno stimolo condizionato ben formato e stabilizzato viene ripetuto più volte a
brevi intervalli – da solo, cioè non accompagnato dallo stimolo non
condizionato - , la sua efficacia diminuisce grandemente fino alla completa
inattività. Non si tratta di un annientamento assoluto di un riflesso
condizionato, ma soltanto di una sospensione temporanea . la prova di ciò sta
nel fatto che il riflesso si ripristina spontaneamente dopo un certo tempo, a
meno che in questo intervallo non sussista qualche fattore contrario alla
restaurazione del riflesso.” P. 213 Pavlov, i
Riflessi condizionati ed Newton 1973
Il
condizionamento dei soggetti, che si impone all’interno dei meccanismi di cui
la specie ha fornito l’Essere Umano. Meccanismi che si specializzano,
rafforzando le risposte automatiche dei soggetti ad alcune tipologie di
sollecitazioni del mondo, a mano a mano che l’età del soggetto aumenta, ma
trovano nella plasticità del cervello infantile la materia nella quale prendere
forma. Le stesse azioni, in un cervello adulto, non provocano risposte che
possano condizionare il cervello. Al contrario, tendenzialmente nel bambino
ogni fenomeno, vissuto come assoluto, incide sulla plasticità cerebrale
modellandola in funzione dell’età adulta.
La scienza
positivista o meccanicista, tenta di far credere che ad un evento traumatico
corrispondano delle risposte soggettive permanenti. Ma questo imporrebbe che
l’individuo umano non sia plastico. Non viva la sua vita come un processo di adattamento
soggettivo alle variabili oggettive che percepisce nel mondo. Questo impone di
pensare l’uomo creato ad immagine e somiglianza di un dio pazzo e cretino. Una
forma che gli accidenti dell’esistenza possono mutare, ma che si può condurre
ad una “ideale” forma originaria. Invece, ogni Essere Vivente si adatta al
mondo in cui vive e vive e si adatta ai segnali del mondo che percepisce come
forme complesse alle quali dà delle risposte complesse.
La stessa
parola o la stessa situazione, vissuta da bambini diversi, provoca delle
diverse strategie adattative perché, quando un bambino affronta dei fenomeni
nel mondo, ha già un’esperienza emotiva che ha formato fin dal primo istante
nella pancia della madre. Ciò che provoca dolore in alcuni bambini, in altri
provoca indifferenza perché lo stesso fenomeno viene percepito ed elaborato
soggettivamente partendo da esperienze diverse. Da vissuti emotivi diversi.
2)
Lo studio,
effettuato su topi, mostra che questa ragnatela, detta rete perineurale,
si forma in età adulta, mentre nel cervello infantile è assente, cosicchè per quest'ultimo è più agevole cancellare i
ricordi traumatici.
La
trasformazione fisica, come la formazione di questa rete, si forma attraverso
le esperienze dell’individuo nei suoi processi di adattamento soggettivo alle
sollecitazioni che giungono dal mondo. Alle reazioni che il mondo fa,
trasformandoli in fenomeni, alle risposte adattative del bambino.
Una volta
diventato adulto, l’Essere Umano, si corazza contro quanto è in grado di
ferirlo fornendosi di strumenti che gli permettono di anticipare le situazioni
traumatiche. Ogni volta che si modifica sé stessi si guadagnano degli strumenti
attrezzandoci per affrontare delle situazioni, ma quell’attrezzatura diventa, a
sua volta, una zavorra che ci impedisce di espanderci nel mondo.
Il timore
di provare stati angosciosi o ansiosi porta a costruire delle difese. Queste
difese non si limitano ad allontanare, prevedendole, delle situazioni che
provocano ansia o angoscia. Allontanano l’individuo da tutta una serie di
fenomeni del mondo che, anche se non provocherebbero ansia o angoscia, possono,
con la loro percezione, esporre l’individuo a possibili situazioni di ansia o
di angoscia. Si ha anche paura della possibilità di provare ansia o angoscia e
si esorcizza questa possibilità costruendo delle barriere che separano le
emozioni soggettive dalle emozioni del mondo. Questo viene fatto da adulti in
quanto, l’adulto, ritiene di non dover più crescere. Cosa diversa per il
bambino che fa delle relazioni emotive motivo di crescita delle relazioni fra
sé e il mondo in cui viviamo.
Da
positivisti, i ricercatori scrivono:
1)
I brutti
ricordi, che paralizzano quando riaffiorano alla mente, sono resi indelebili da
una "ragnatela" molecolare attorcigliata intorno ai neuroni
dell'amigdala, il centro della paura.
Non sono i
brutti ricordi che paralizzano. Se ci sono dei ricordi, o, mediante la
psicoanalisi si fanno riaffiorare i ricordi, la loro capacità di incidere sulla
struttura emotiva dell’individuo è relativamente superficiale.
I
positivisti riducono tutto alla coscienza razionale e all’esperienza razionale.
Ma l’esperienza che può essere ricordata è solo una minima parte delle nostre
attività di elaborazione dei fenomeni del mondo e le risposte, che noi diamo, non
rientrano tutte in ambito razionale né, quasi tutte, sono razionalizzabili.
Quando un soggetto vive in un ambiente circoscritto, come un collegio, una
galera, un orfanotrofio, una famiglia chiusa, i cui genitori sono impegnati sul
lavoro o sono persone cattoliche; le esperienze vengono dimenticate, ma non la
sedimentazione delle risposte che vengono date alle situazioni dal soggetto
minuto per minuto durante tutta la sua quotidianità. Mettere l’accento sui
“brutti ricordi” significa mettere l’accento su un fatto assolutamente
episodico isolandolo dal contesto di tutta l’esperienza del vissuto di una
persona. Dire: “Questo brutto episodio ha provocato...”, serve solo a
soddisfare il bisogno di rassicurazione della ragione. Tutto ciò che noi
riduciamo come “rumore di fondo emotivo” delle nostre esperienze, sono quelle
che giorno dopo giorno producono la trasformazione della nostra struttura
fisica. Diverso è l’effetto dell’esperienza “devastante”, derivata da un
episodio, che può avere nella ragione.
La capacità di devastare la struttura emotiva, di una singola esperienza
all’interno del soggetto, non deriva dalla specifico episodio, ma dalla
sedimentazione, dall’accumulo, delle risposte emotive del soggetto nella
relazione con il mondo. Un episodio, inteso come brutto ricordo, può essere il
fattore scatenante di un salto qualitativo degli effetti di una devastazione
emotiva accumulata in anni di modificazione della struttura psico-fisica del
soggetto. La modificazione, in quella direzione, era molto lenta e permetteva al soggetto di bilanciare con
altre trasformazioni psico-fisiche la formazione della nuova condizione.
L’episodio singolo porta alla coscienza la trasformazione emotiva in atto.
All’improvviso, tutta d’un colpo. E’ come per le esperienze di guerra in Viet-Nam o in Iraq dei soldati USA. Non sono gli episodi
che si verificano in guerra a riconsegnare agli USA i soldati malati devastati
da esperienze distruttive. E’ l’educazione che hanno subito in famiglia,
negli USA, che ha manipolato la loro struttura
emotiva imponendo una fragilità psichica. In un ambiente normale, quella
fragilità si sarebbe adattata e modificata cercando le proprie veicolazioni nella quotidianità. La guerra e gli episodi
drammatici non fanno altro che portare alla coscienza la trasformazione dell’ingabbiamento della loro struttura emotiva dell’individuo
che chiede, comunque, di esprimersi nelle azioni quotidiane. La distruttività
del veterano USA esplode nel conflitto, ma si è formata nell’educazione sociale
prima che partisse per il conflitto.
---
Ogni
azione ripetitiva o ogni emozione che entra in gioco nelle relazioni con il
mondo in cui viviamo, porta ad una trasformazione delle persone. Di tutta la
persona. Una volta che la persona è trasformata, con quella trasformazione,
vive la sua quotidianità.
“Secondo uno studio della Tufts University (Boston) il movimento fisico eccessivo, come le
droghe, può creare dipendenza: un’improvvisa astinenza dalle attività svolte in
palestra o all’aperto, ha dimostrato la ricerca americana , provoca “crisi”
simili a quelle dei tossicodipendenti. Gli scienziati americani che hanno
condotto l’esperimento su due gruppi di ratti (uno dei quali fatto allenare
all’estremo sulle ruote) hanno osservato come gli animali “sportivi” (trattati
con il famoso antagonista degli oppiacei) mostrassero sintomi da eroinomani una
volta interrotta improvvisamente la loro ormai abituale attività: tremavano, si
contorcevano e battevano i denti.
“L’esercizio fisico svolto ad oltranza, esattamente come l’abuso di droghe,
porta all’attivazione di neurotrasmettitori quali le endorfine e la dopamina,
che sono coinvolti nel sistema della ricompensa” ha affermato Robin Kanarek, uno degli autori dello studio.”
Venerdì di
Repubblica 04 settembre 2009
Quando si
arriva ad individuare le trasformazioni fisiche (rilascio di endorfine,
dopamina oppure formazione di strutture perineurali o
quant’altro), l’osservazione delle persone e del loro abitare il mondo già ci
indicava come, quello che noi facciamo, si fissa dentro di noi all’interno del
meccanismo delle possibilità. L’organismo si predispone. Il cervello si
predispone. La struttura emotiva si predispone. Il corpo si predispone in vista
di una continuazione dell’attività che noi facciamo, dei fenomeni che noi
percepiamo, delle strategie che noi mettiamo in atto nei confronti del mondo in
cui viviamo.
L’apertura
al mondo o la chiusura nei confronti del mondo dipende dall’intensità emotiva
delle nostre scelte e da come noi siamo in grado di calarle nella nostra
struttura emotiva modificando, in funzione delle scelte attuali e nella
prospettiva di scelte future, la nostra struttura fisica (e neuronale).
Tutte le
idee sul mondo che noi abbiamo.
Tutte le
nostre aperture o chiusure al mondo.
Tutte le
nostre predilezioni.
Tutto dipende
dalle scelte che noi abbiamo fatto in relazione alla domanda che dal mondo
proveniva: tutto dipende dalla modificazione fisica, psichica, neuronale, sinapsica, muscolare e quant’altro volete aggiungere, che
ci siamo imposti nel rispondere ad un mondo che pretendeva delle nostre
risposte. Le condizioni oggettive ci chiedono, ci impongono, delle risposte.
Noi variamo l’oggettività rispondendo. Sta a noi coinvolgere le nostre emozioni
nelle risposte e nella direzione in cui rispondiamo. Sta a noi scegliere e scartare i fenomeni che dal
mondo giungono a noi. Sta a noi chiederci, in ogni istante della nostra vita:
che cosa vogliamo? Cosa possiamo scegliere fra ciò che possiamo e ciò che
desideriamo? Il possiamo va nella direzione di ciò che desideriamo?
Nella
gabbia di Pavlov la nostra scelta è molto ristretta e
il gestore della gabbia impone, variando i fenomeni che ci giungono, i nostri
adattamenti. Noi scegliamo, ma fra quanto filtra nella gabbia.
Alla fine
di tutto questo, è la grande scoperta scientifica di Pavlov
che determina le nostre trasformazioni nel mondo.
Pavlov scopre il concetto di gabbia entro la quale ridurre
la percezione dei soggetti nel mondo. E’ la gabbia che manipola la struttura
fisica ed emotiva delle persone. La gabbia ha varie forme: l’oratorio per i
bambini, la famiglia cristiana o la ruota sulla quale vengono fatti correre i
ratti. La gabbia circoscrive e limita, selezionandoli preventivamente, i
fenomeni che giungo alle persone. La gabbia impone un numero di risposte
limitate in funzione di chi gestisce la gabbia. La gabbia impone quelle e solo
quelle risposte ingabbiando la veicolazione delle
emozioni individuali nei processi di adattamento soggettivi. La struttura
fisica risponde a quelle condizioni e si adatta come conseguenza favorendo le
risposte che quell’individuo può dare data la condizione oggettiva nella quale
quell’individuo si muove.
Marghera,
07 settembre 2009
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Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
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