Marx, il Capitale,
gli infortuni sul lavoro e
la questione Marxista
Attualità e inattualità delle osservazioni marxiane
Gli infortuni sul lavoro: la
questione sociale dal 1820 al 2009
Marxismo e cristianesimo
Claudio Simeoni
Vai all'indice generale della relazione cristianesimo e società.
L’accento
sulla questione degli infortuni sul lavoro è posta da Marx
nel Capitale all’interno del capitolo “Economia nelle condizioni di lavoro a
spese degli operai”.
Se c’è
una questione che può essere considerata assolutamente marxista, disgiunta dal
comunismo cristiano che ha infangato le aspirazioni di libertà dei popoli,
questa è la questione degli infortuni sul lavoro.
Il
discorso di Marx appare semplice: il lavoro serve per
vivere, sia all’imprenditore che ha come fine l’accumulo di capitale, sia per
l’operaio che comprende la “quota lavoro” come parte della sua “quota di vita”.
Dal momento che l’operaio lavora per vivere e non vive per lavorare, le pessime
condizioni di lavoro o gli infortuni non si limitano a danneggiare il
lavoratore nella sua relazione con il lavoro, ma vanno a danneggiare il
lavoratore in tutta la sua vita incidendo in quella quota di vita che non è
dedicata al lavoro, ma alle sue relazioni con il mondo.
Marx scrive:
“Miniere di
carbone. Trascuranza delle spese più necessarie. <<Data la concorrenza
che domina fra i proprietari di miniere di carbone, non si provvede a nulla più
che alle spese strettamente indispensabili
per
superare le più evidenti difficoltà d’ordine fisico; e, data la concorrenza fra
gli operai delle miniere, d’ordinario disponibili in sovrannumero, Costoro si
espongono volentieri a notevoli rischi e alle più dannose influenze per un
salario soltanto di poco più elevato rispetto a quello dei vicini braccianti
agricoli, e ciò perché il lavoro in miniera permette in pari tempo di
utilizzare con profitto i loro bambini. Questa doppia concorrenza è ben
sufficiente ... a far sì che la maggior parte delle miniere si trovino con
installazioni di prosciugamento e di ventilazione assolutamente insufficienti.
Con pozzi mal costruiti, con tubature cattive, con macchinisti incapaci, con
gallerie e binari mal collocati e mal costruiti; il che è causa di mutilazioni,
di distruzione di vite e di salute in misura tale che la statistica darebbe una
rappresentazione terrificante>> (First Report on Children’s
Employment in Mines and Colleries ecc. 21 aprile 1829, p. 102).
Nelle
miniere di carbone inglesi verso il 1860 si ammazzavano in media 15 uomini per
settimana. Secondo la relazione sui Coal Mines Accidents (6 febb. 1862) nel decennio 1852-1861 si ebbero
complessivamente 8466 morti. Questo numero è però di gran lunga inferiore a
quello effettivo, come dichiara la stessa relazione, giacché nei primi anni in
cui gli ispettori furono nominati, allorché distretti di competenza erano
troppo vasti, una gran massa di infortuni e di incidenti mortali non venne
affatto denunciata. Proprio la circostanza che il numero degli infortuni – pur
permanendo ancora l’ecatombe a cifre elevate – sia notevolmente diminuito a
partire dall’istituzione dei sistemi ispettivi nonostante il numero
insufficiente e le limitate facoltà degli ispettori, rivela la naturale
tendenza dello sfruttamento capitalistico. Questi sacrifici umani erano in gran
parte dovuti alla sordida avarizia dei proprietari delle miniere, che ad es.
facevano sovente scavare un solo pozzo, cosicché non soltanto veniva a mancare
un’ efficace ventilazione, ma era pure negata ogni via di scampo qualora
quell’unica fosse bloccata.”
Come si
evidenzia, Marx stesso parla di sacrifici umani nel
lavoro di miniera e, più in generale, nel lavoro industriale. Nello stesso
tempo Marx evidenzia come la società inizia a farsi
carico del problema degli infortuni sul lavoro che non si limita a danneggiare
il singolo lavoratore, ma l’intera società di cui quel lavoro è parte.
Così
sappiamo che nel 1850 vengono istituiti in Inghilterra i primi Ispettori del
Lavoro e veniamo a sapere che il lavoro in miniera era preferibile, dagli
operai, a quello del bracciantato perché permetteva loro di “..di utilizzare
con profitto i loro bambini.”. L’idea cristiana dei bambini come oggetto di
possesso da parte dei genitori che dovevano manipolarli mentalmente affinché
interiorizzassero l’idea del dio padrone e da questa costruissero la loro
dipendenza emotiva, si trasferiva nella società civile con un “valore
aggiunto”. Dal momento che i bambini erano un oggetto di possesso, tanto vale
trarre profitto da tale oggetto: un po’ come i preti cattolici con i bambini
dai quali traggono il valore aggiunto
sotto forma della violenza fisica e sessuale che esercitano nei loro confronti.
Il
tributo di morti ed invalidi sul lavoro era alto allora, come è alto oggi.
Marx si stupisce di tutto questo e nel Capitale constata che:
“La
produzione capitalistica, se si considera in particolare e se si astrae dal processo
della circolazione e dagli eccessi della concorrenza, è estremamente
parsimoniosa di lavoro materializzato, oggettivato in merci. Essa è invece,
molto più di ogni altro modo di produzione, una dilapidatrice di uomini, di
lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e di sangue ma pure di
nervi e di cervelli. In realtà, è per mezzo del più mostruoso sacrificio dello
sviluppo degli individui che soprattutto si assicura e realizza lo sviluppo
dell’umanità in quest’epoca storica che immediatamente precede la cosciente
ricostituzione dell’umana società. Poiché tutta l’economia, di cui si parla,
trae origine dal carattere sociale del lavoro, così è in effetti proprio questa
immediata natura sociale del lavoro che determina tale sperpero nella vita e nella
salute degli operai. Caratteristica in proposito è già la questione sollevata
dall’ispettore di fabbrica B. Baker: « Tutto il problema impone un serio esame
su quale sia il mezzo migliore per eliminare questo sacrificio di vita
infantile causato dal lavoro in massa (congregational
labour) (Rep. of lnsp. of Faet.
Oct. 1863, p. 157).
Fabbriche.
Sotto questa voce va considerata la mancanza di ogni misura precauzionale per
la sicurezza, comodità e salute degli operai anche nelle fabbriche propriamente
dette. La maggior parte dei bollettini di guerra, che enumerano i feriti e i
morti dell’ esercito industriale (v. i rapporti annuali sulle fabbriche) ha ivi
la sua fonte. Pure qui rientra la deficienza di spazio, di aereazione ecc.”
Ciò che stupisce
Marx è l’assoluta indifferenza del capitalista per il
fattore umano. L’indifferenza del capitalista per lo sfruttamento del lavoro
infantile. “dilapidatrici di uomini” li definisce Marx.
Questo processo del capitalismo, degli imprenditori, dei colonialisti, della
chiesa cattolica, che “mezzo del più mostruoso sacrificio dello sviluppo degli
individui che soprattutto si assicura e realizza lo sviluppo dell’umanità”
stupisce Marx per l’incongruenza fra fine del
profitto e danneggiamento di chi, quel profitto assicura. Non solo in quanto
produttore del profitto, ma in quanto consumatore di merci che assicurano al
capitalista il mercato da cui trarre il profitto del lavoro. E’ come se un capitalista producesse smalti per unghie
femminili e ammazzasse tutte le donne che stanno sul mercato. E’ incongruente,
illogico.
Questa
illogicità è data dai presupposti che Marx assume
nella sua analisi. Per lui, il capitalista, è all’interno di una “logica di
profitto”. Per Marx le strategie del capitalista sono
dettate da esigenze di profitto che deve ottenere sia fabbricando che vendendo
merci che gli operai trasformano in prodotti. A Marx
non passa nemmeno l’anticamera del cervello che il lavoro industriale, per il
capitalista, ha un fine diverso dal profitto. Oppure, se vogliamo, il profitto
non è il solo fine del capitalista.
Questo
perché il capitalista non è un capitalista e basta. Non è solo un imprenditore.
Non è solo il padrone della fabbrica. Ma è un individuo cresciuto nella società
e portatore delle pulsioni che la sua educazione ha condizionato e che veicola
nel suo essere diventato un capitalista. Il capitalista, prima di essere un
capitalista. È un individuo che la società ha manipolato mentalmente e attraverso
il suo essere capitalista; è un individuo che veicola le sue pulsioni. Il
profitto è parte dei suoi intenti. Intenti che sono tali nella misura in cui
gli danno piacere.
La
ricerca del piacere è il fondamento della vita, come quel piacere viene
veicolato nella società è la risposta soggettiva che l’individuo mette in atto
nell’educazione che ha subito. L’intento fondamentale della vita è la ricerca
del piacere.
Intenti
che consistono nel veicolare le proprie pulsioni, prima fra tutte, come
risposta all’educazione cristiana, quella di dominio e di possesso dei “propri”
operai (se volete potete, indifferentemente, usare i termini “dipendenti”, “servi”,
“schiavi”, “collaboratori” o quelli che volete). Operai che sono SUOI. Roba
sua! Non sono, per il capitalista, dei soggetti che hanno con lui un contratto,
ma sono oggetti che il capitalista usa per i suoi fini e che non hanno diritto
da rivendicare, situazioni di vita diversa da quelle che lui vuole concedere.
Come
nessun individuo può rivendicare nulla nei confronti del dio padrone dei
cristiani, così nessuno deve rivendicare nulla nei confronti del padrone
capitalista. Al massimo può supplicare o chiedere con deferenza.
L’economia
come fine e mezzo della società e l’economia come fine e mezzo nel quale viene
veicolata e soddisfatta la condizione pulsionale del singolo individuo è la
contraddizione che Marx non risolve. Come non è stata
risolta nell’epoca di Marx, non viene risolta nemmeno
oggi perché non è mai stata affrontata se non, pur nei diversi contesti
giuridici e culturali, nella direzione di garantire al capitalista l’impunità
per i danni che procura agli operai nel suo tentativo di veicolare le sue
pulsioni di dominio su di essi.
Scrive Marx:
Quell’ epoca li industriali avevano costituito
a Manchester una Trade Union
per la resistenza contro la legislazione sulle fabbriche, la cosiddetta
(National Association for
the Amendment of the Factory Laws), la quale nel marzo
1855, per mezzo di contributi di 2 scellini per cavallo-vapore, raccolse una
somma di 50.000 sterline con cui sostenere le spese dei soci nelle opposizioni
alle azioni giudiziali promosse dagli Ispettori di fabbrica e condurre i
processi per conto dell’Associazione. Si trattava in tali casi di dimostrare
che « Killing is no
murder>> (Uccidere non è assassinio) se avviene per amore del profitto.
Questo stupisce
Marx che rileva:
L’ispettore
di fabbrica per la Scozia, Sir John Kincaid racconta
di un’azienda di Glasgow che, utilizzando vecchi residui di ferro, aveva munito
di congegni protettori tutto il macchinario del suo stabilimento, con una spesa
di 9 sterline e 1 scellino. Se l’azienda avesse aderito all’ Associazione,
avrebbe dovuto pagare, per i suoi 110 cavalli-vapore, 11 sterline, cioè un
importo superiore al costo sostenuto per
completo impianto di protezione. Ma, appunto, la National Association era stata fondata nel 1854 con l’espressa
finalità di sfidare il legge che prescriveva siffatte installazioni protettive.
Durante ‘intero periodo 1844-54 gli imprenditori non si erano data la minima
cura per le nuove norme. Finchè, per ordine di Palmerston, gli ispettori di fabbrica ammonirono che da
allora in poi si sarebbe fatto sul serio nell’applicazione della legge. Immediatamente gli imprenditori costituirono
la loro Associazione, fra i cui membri più eminenti vennero a trovarsi molti
degli stessi giudici di pace che, in tale veste, dovevano applicare quella
legge medesima. Quando nell’aprile 1855 il nuovo Ministro dell’lnterno, sir Georg Grey, avanzo
una proposta transattiva, secondo la quale il Governo si sarebbe accontentato
di installazioni protettive quasi soltanto nominali, l’Associazione la respinse
con sdegno. In diversi processi il celebre ingegnere ,William Fairbairn si prestò a mettere a rischio la sua reputazione
quale perito a favore dell’economia e della lesa libertà del capitale. Il capo
degli ispettori di fabbrica, Leonard Horner, fu in
ogni maniera perseguitato e diffamato dagli industriali.
Nell’organizzazione
sociale preposta alla giustizia Marx rileva come:
In tale
opposizione alle accennate e ad altre norme di legge gli imprenditori furono
validamente appoggiati dai giudici di pace non retribuiti – per lo più loro
amici o essi stessi imprenditori – i quali dovevano decidere su siffatti casi.
Di qual sorta fossero i verdetti di questi signori fu indicato dal giudice
superiore Campbell nell’esame di una decisione impugnata. Con atto d’appello: «
Questa non è un’interpretazione del provvedimento parlamentare, ne è
semplicemente l’abrogazione» (l. C., p. 11). Nello stesso rapporto racconta Horner che in molte fabbriche il macchinario è messo in
moto senza che gli operai ne siano preventivamente avvertiti. E poichè c’ è sempre qualcosa da fare anche alle macchine in
riposo e ci sono sempre mani e dita affaccendate in esse, quella semplice
omissione li un segnale provoca continui infortuni (l. C., p. 44).
Marx rileva come scoppi una guerra fatta dagli imprenditori per
garantirsi il diritto di far del male ai propri operai.
Scrive Marx concludendo le affermazioni che ci interessano:
Né i
proprietari di fabbrica si calmarono, finché non ebbero ottenuto che una
sentenza della Court of Queens
Bench dichiarasse che la legge del 1844 non
prescriveva misure protettive di sorta per gli alberi orizzontali che fossero
applicati a più di 7 piedi dal suolo e finalmente nel 1856, per mezzo del bigotto
Wilson Patten – una di quelle pie persone la cui
ostentata religiosità si dimostra sempre pronta a rendere sordidi servizi a pro
dei cavalieri della borsa –, riuscirono a far passare in Parlamento un
provvedimento di cui, date le circostanze, potevano andar soddisfatti.
Effettivamente il provvedimento ritolse agli operai ogni specifico mezzo
protettivo, e per il risarcimento dei danni in caso di infortunio dipendente
dal macchinario li rinviò ai tribunali ordinari (una vera beffa, data la
gravosità delle spese processuali in Inghilterra); in pari tempo, con una
disposizione molto sottilmente congegnata in merito alle perizie di rito, rese
quasi impossibile che gli imprenditori avessero a soccombere in giudizio.
Conseguenza: un rapido incremento degli infortuni. Nel semestre maggio-ottobre
1858 l’ispettore Baker constatava un aumento al riguardo del 21 % solo rispetto
al precedente semestre. A suo parere il 36,70% del complesso degli incidenti
avrebbe potuto essere evitato. Certo, nel 1858 e 1859, il numero degli
infortuni si riduce notevolmente rispetto al 1845-46, precisamente del 29% pur
con un incremento del 20% nella massa degli operai dei rami industriali
soggetti all’ispezione. Ma quale ne fu la causa? Nella misura in cui il punto
in discussione ha trovato finora (1865) soluzione, questa va fondamentalmente
attribuita all’introduzione di nuovo macchinario cui i congegni protettivi sono
già in anticipo applicati, sicché i medesimi, non implicando spese
supplementari, incontrano il consenso dell’imprenditore, Inoltre taluni operai
sono riusciti ad ottenere elevati indennizzi giudiziali per la perdita delle
braccia e a far confermare le sentenze favorevoli fin nel dibattito di ultima
istanza (Rep. Of lnsp. Of Fact. 30 April
1861, p. 31, idem ApriI 1862, p. 17 [18]).
C’era (e
c’è) una volontà dell’imprenditore di far del male agli operai. Questa volontà,
e questo sfugge all’analisi di Marx, è generata
proprio dalla religione cristiana. Attraverso il “far del male” si riafferma
sull’operaio il diritto dell’imprenditore a possederlo. Lo si priva dei suoi
diritti di cittadino. Lo si riduce a carne da lavoro privato del diritto di
rivendicare il rispetto delle regole da parte del dio padrone.
Ciò che
la legge non riesce ad imporre all’industriale, lo impone al costruttore. Un
altro capitalista. Un altro padrone davanti al quale il padrone che utilizza
quei sistemi si adegua. Perché, adeguandosi, non perde il controllo della sua
massa di operai: dei suoi schiavi. Non ha ceduto alle rivendicazioni degli
schiavi, ma si è adattato a condizioni che un altro “dio come lui” ha imposto. Mentre
l’imprenditore combatte contro la politica che gli impone il rispetto delle
regole, le stesse regole è disposto ad accettarle quando gli vengono imposte da
un altro “padrone” come lui. Il dio padrone si adegua se quelle regole non sono
imposte dai suoi schiavi.
L’imprenditore
esercita il suo dominio sugli operai imponendo loro di violare le norme scritte
a loro tutela. Il suo trionfo avviene quando, una volta imposto l’obbligo
all’operaio di ignorare le norme a sua tutela, l’operaio si infortuna e l’imprenditore
può proclamare che l’operaio si è infortunato perché non ha rispettato gli
obblighi a sua tutela.
E’ un
meccanismo perverso di origine pulsionale. Un meccanismo che si cala
nell’economia e che viene sempre trattato come un problema economico quando,
invece, il problema è di ordine educazionale (nei casi più gravi va trattato in
maniera psichiatrica).
Quella
pulsione, veicolata nel piacere di far del male alle persone come
riaffermazione del proprio dominio e della propria impunibilità nell’esercizio
del proprio assolutismo onnipotente, ha la sua origine nell’educazione
cristiana. Ha la sua origine nella separazione che l’educazione cristiana
impone al singolo individuo nei confronti della società nella quale vive. Un’estraneità
psicologica fissata e sostituita, emotivamente, dalla relazione personale col
dio padrone che l’individuo è costretto a far propria.
Egli
diventa “altro” dalla società; egli ha un rapporto personale e privato con il
dio padrone nel quale riversa la sofferenza psichica per i problemi che deve
affrontare e col quale gioisce per i successi di prevaricazione che riesce ad
ottenere.
Così l’individuo
cristiano fa rivendicazioni sociali, quando socialmente è debole, chiedendo
solidarietà. Ma la solidarietà che chiede non è per la società o per il genere
umano, ma solo per sé stesso e partecipa di quella solidarietà fintanto che ne
può trarre vantaggio. Non appena non ne trae più vantaggio l’ “altro”, il suo “compagno
di lotta”, diventa il nemico dal quale guardarsi e che può rivendicare diritti
nei suoi confronti. E’ il caso, ad esempio, degli imprenditori del Veneto.
Spesso, molti imprenditori erano operai che rivendicavano migliori forme di
lavoro e maggiori tutele. Quando poi, per varie traversie, sono diventati a
loro volta “imprenditori”, quelle rivendicazioni sulla sicurezza sul lavoro
diventava ciò da cui dovevano guardarsi reprimendo ogni richiesta che proveniva
dai loro operai. Ora erano loro i “padroni”. Toccava a loro far del male agli
altri!
La stessa
cosa, sia pur a livello più vasto, l’abbiamo con gli ebrei. Finché i cristiani
li perseguitavano erano socialisti e spingevano per le libertà sociali dei
popoli; ora che sono loro che perseguono e chiudono nei campi di sterminio i
Palestinesi, quelle libertà, per gli altri, non devono più avere un senso. Quando
i Palestinesi rivendicano quelle stesse libertà, vengono ammazzati!
La
dottrina cristiana viene veicolata nelle pulsioni emotive e diventa strumento
razionale nel quale esprimere le tensioni psichiche all’interno delle relazioni
sociali:
"Gli schiavi siano sottomessi ai loro padroni
in tutto: cerchino di piacere a loro, non li contraddicano, non li frodino, ma
si diportino sempre con perfetta fedeltà, per far
onore in tutto alla dottrina di dio, nostro salvatore." Paolo di Tarso, Lettera
a Tito 2, 9
“Con gli
schiavi – Tutti coloro che sono sotto il giogo della schiavitù stimino i loro
padroni degni di rispetto, affinché non si dica male del nome di dio né della
sua dottrina. Quelli, invece, che hanno padroni cristiani, non pensino di
poterli disprezzare col pretesto che sono fratelli, anzi, li servano con ancor
maggior impegno, proprio perché sono credenti e cari a dio. Ecco le cose che
devi insegnare e raccomandare.” Paolo di Tarso, lettera a Timoteo 6, 1-2
"Schiavi obbedite ai vostri padroni di quaggiù
con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come cristo, non
soltanto quando siete sotto i loro occhi, come se doveste solo piacere a
uomini, ma come servi di cristo, che fanno di buon cuore la volontà di
dio."
Paolo di Tarso Efesini 6, 5-6
“Servi siate sottomessi con ogni rispetto ai vostri
padroni, non solo a quelli che sono buoni o ragionevoli, ma anche a quelli di
carattere intrattabile. Poiché piace a dio che si sopportino afflizioni per
riguardo verso di lui, quando si soffre ingiustamente. Infatti che gloria vi è
nel sopportare di essere battuti, quando si ha mancato? Ma se voi, pur avendo
agito rettamente, sopportate sofferenze, questo è gradito davanti a dio. Anzi è
appunto a questo che voi siete stati chiamati, perché Cristo pure ha sofferto
per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme.” Lettera di Pietro 2,
18-21
La
costante che induce agli infortuni sul lavoro è sempre la stessa: la
riaffermazione del possesso, da parte dell’imprenditore, dei dipendenti come
merci sui quali esercitare, per volontà di dio, il suo arbitrio. Un arbitrio
che raggiunge il suo trionfo nell’impunibilità una volta ferito o ucciso il
dipendente.
La
costante che rende uguale la situazione degli infortuni, trattata da Marx, alla situazione degli infortuni, come trattata oggi,
è l’educazione cristiana e il delirio di onnipotenza che l’educazione cristiana
impone alle persone.
Fintanto
che non si rimuove il delirio imposto dall’educazione cristiana (e pertanto il
metodo e i fini dell’educazione cristiana sui ragazzi) la società vivrà sempre
la contraddizione fra il bisogno psichico e pulsionale di far del male al più
debole (vale per il bullismo, per il banchiere, per il teppista; vale per molte
veicolazioni distruttive nella società) e le
necessità giuridiche della società civile di attribuire responsabilità a chi
vorrebbe, ad imitazione del dio padrone, sottrarsi alla legge e alle norme
sociali.
E’ dell’08
luglio 2009 la notizia della sentenza della Corte di Cassazione:
Con una sentenza-decalogo
sugli obblighi dei datori di lavoro in tema di sicurezza, la Cassazione ha
confermato la condanna della Corte d'appello di Milano nei confronti del
titolare di una società di opere stradali accusato di omicidio colposo per la
morte di un operaio. I giudici della quarta sezione penale della Corte, con la
sentenza 27819, sottolineano che non basta che vi sia un responsabile della
sicurezza sui cantieri per cancellare tutte le colpe del datore di lavoro. La
Cassazione spiega che se è senz'altro vero che il titolare della società può
delegare ad altri i suoi doveri di "osservanza e sorveglianza" delle
norme anti infortuni, tuttavia questa delega non può essere affidata a
chiunque. Deve invece trattarsi di una "persona tecnicamente capace dotata
- scrive la Corte - delle necessarie cognizioni tecniche e dei relativi poteri
decisionali e di intervento". In sostanza, se il delegato alla sicurezza
non possiede dei "requisiti minimi" la sua attività è come se non ci
fosse e le colpe restano tutte del proprietario della ditta. Come non bastasse,
la Cassazione aggiunge che se da un lato la delega deve andare a chi ha le
capacità per affrontare il problema della sicurezza, d'altra parte si deve
anche trattare di un documento chiaro, formalmente accettato dal destinatario. In
altre parole, il trasferimento della responsabilità della sicurezza degli
operai deve risultare da documenti aziendali e non si può basare su semplici
accordi verbali. L'imprenditore condannato dai giudici milanesi era accusato di
non aver adottato misure di sicurezza "sufficienti per la protezione della
zona di lavoro dell'infortunio". (Fonte:
http://www.laprovinciadicomo.it
Il
tentativo di sottrarsi alle responsabilità è identificato col dio padrone dei
cristiani che non si ritiene responsabile per i delitti commessi.
La stessa
dottrina cristiana là dove dice “non uccidere”, riafferma il diritto del
padrone di uccidere ad imitazione dei massacri del suo dio e dei massacri delle
istituzioni (Esodo 32, 27 è un classico citato dal catechismo).
Si tratta
di una veicolazione di pulsioni da delirio di
onnipotenza che non si traduce nella “volontà di far del male a quella singola
persona”, ma si traduce nell’indifferenza per lo sconosciuto che potrebbe far
del male a chi è costretto alla fatica o al pericolo per produrre profitto. Voi
siate sottomessi e non rivendicate dei diritti nei confronti dei vostri
padroni. E voi padroni non buttate i vostri schiavi sotto le automobili, però,
se vi girate dall’altra parte, le automobili che li uccidono fanno la volontà
di dio di cui voi siete i vicari sul lavoro.
Anche
oggi noi assistiamo agli stessi problemi del 1850. Anche oggi i magistrati sono
costretti a confrontarsi con imprenditori che trattano gli infortuni sul lavoro
come un diritto all’omicidio nonostante l’articolo
uno della Costituzione che dichiara il lavoro a fondamento della Repubblica
Italiana. E’ come se il giudizio dei magistrati italiani ponesse a fondamento
della Repubblica Italiana il diritto all’omicidio delle persone ad opera degli
imprenditori.
Il
diritto alla salute è un dovere per le Istituzioni.
Si tratta
di un diritto imposto dalla società agli imprenditori e questi lo violano per
rispondere alla pulsione di onnipotenza che l’educazione cristiana ha imposto
loro.
La
questione trattata da Marx è una questione
assolutamente attuale: non solo fu oggetto di migliaia di rivendicazioni della
classe operaia che spesso i magistrati, per perseguitare il bisogno di
giustizia dei cittadini, chiamarono terrorismo, ma oggi la questione viene
trattata anche da quella stessa destra che picchiava gli operai perché non
volevano morire sui posti di lavoro.
Il 24
giugno del 2009 registriamo la seguente dichiarazione, del fascista oggi
convertito alla democrazia, almeno formale, riportata da un giornale On-line:
Roma, 24 giu. -
"Purtroppo la geografia e la configurazione del nostro tessuto
imprenditoriale registra talvolta gravi inadempienze e ritardi culturali".
In sala della Lupa a Montecitorio, in occasione della presentazione del
rapporto Inail, Gianfranco Fini lancia l'allarme sulla "drammatica
rilevanza" che ha assunto nel paese il tema della sicurezza nei luoghi di
lavoro.
E punta l'indice sui
ritardi gravi e sulle inadempienze del mondo imprenditoriale: "Mancata
applicazione della normativa antinfortunistica, incapacità di assicurare -
esemplifica il presidente della Camera - efficienti e aggiornati programmi
formativi per la prevenzione degli incidenti, salari non sempre adeguati al
costo della vita, sottovalutazione del ruolo di denuncia dei sindacati".
Fini riconosce al capo
dello Stato il merito di una "costante azione" di sensibilizzazione e
denuncia di questa "piaga" e afferma: "è sempre più urgente
rimettere al centro del dibattito il concetto di 'tutela della salute nel lavorò
così da rendere la 'cultura della sicurezza' un elemento inscindibile rispetto
a ogni tipo di prestazione lavorativa".
Avverte Fini:
"L'infortunio sul lavoro non può essere considerato come una fatalità che
irrompe all'improvviso e quasi casualmente nella vita lavorativa, come, cioè,
una calamità che sopravviene dall'esterno, bensì deve essere considerato come
la conseguenza statisticamente prevedibile della condizione in cui si svolge e
organizza il lavoro".
Dove la
stessa chiesa cattolica, dopo aver organizzato il massacro di ogni forma di
rivendicazione dei diritti sociali, vuole usare gli infortuni sul lavoro,
assieme all’insicurezza sociale che la precarietà del lavoro oggi produce, per rivendicare un proprio potere decisionale
nelle scelte etiche della società (vedi le “omelie” dei vari parroci o vescovi
cattolici a cui la RAI da ampio spazio ogni volta che ci sono morti sul lavoro).
Si passa
dalla rivendicazione della sicurezza sul lavoro come diritto fondamentale
espresso nel sistema di pensiero Marxista, a “chiedere la sicurezza sul lavoro”
come strumento nelle mani della chiesa cattolica per imporre l’ideologia del
dio padrone: di colui che priva i cittadini dei diritti fondamentali ed è il
fondamento ideologico-pulsionale degli incidenti sul
lavoro.
Esattamente
quello che è successo per la pedofilia: dalla rivendicazione della società come
diritto di fondare il proprio futuro senza subire stupri ad opera della chiesa
cattolica e delle religioni rivelate in generale, all’uso della “persecuzione
dei pedofili” (perché di persecuzione si tratta, dal momento che non vengono
messe in discussione le strutture educative che producono la veicolazione sessuale nella pedofilia) al fine di sottrarre
la chiesa cattolica alle sue responsabilità e dargli uno strumento con cui
disarticolare la società civile nei suoi tentativi di costruire un nuovo e
diverso futuro.
Non è un
caso che nell’enciclica di Ratzinger “Caritas in veritate”,
si parli della sicurezza in fantomatiche e indefinite trasformazioni sociali,
sia pur in termini generici, come terreno su cui la chiesa cattolica può
organizzarsi per aggredire la società civile:
Questi processi hanno
comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della
ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave
pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell'uomo e
per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale.
Assistiamo,
dunque, alla distruzione della rivendicazione Marxista. Mentre Marx registra il fenomeno, del quale non conosce l’origine
pulsionale, la sua incidenza nella società e le dinamiche sociali stupendosi
per la stupidità del “capitalista”, il cristianesimo usa tale pulsione per
conchiuderla all’interno delle proprie contraddizioni e alimentare il proprio
potere sociale.
Il
conflitto sociale relativo agli “incidenti” sul lavoro sarà permanente. Da un
lato vedrà l’azione educativa del cristianesimo che imporrà ai ragazzi il
delirio di onnipotenza, li separa dalla società e li costringerà a veicolare
tale delirio nella prevaricazione spesso oltre il confine giuridico del lecito.
Dall’altro lato ci sono le necessità della società civile che si darà leggi e
norme per impedire l’esercizio indiscriminato del delirio di onnipotenza perché
questo danneggia le relazioni sociali.
In questa
contrapposizione si inserisce la chiesa cattolica che, una volta imposto il
delirio di onnipotenza con cui danneggiare la società civile, aggiungerà la “carità”
che imporrà ai “miserabili” affinché non rivendichino i diritti violati. I miserabili
siano comprensivi nei confronti del padrone che ha tagliato loro le gambe o le
dita.
“Servi siate sottomessi con ogni rispetto ai vostri
padroni, non solo a quelli che sono buoni o ragionevoli, ma anche a quelli di
carattere intrattabile. Poiché piace a dio che si sopportino afflizioni per
riguardo verso di lui, quando si soffre ingiustamente. Infatti che gloria vi è
nel sopportare di essere battuti, quando si ha mancato? Ma se voi, pur avendo
agito rettamente, sopportate sofferenze, questo è gradito davanti a dio. Anzi è
appunto a questo che voi siete stati chiamati, perché Cristo pure ha sofferto
per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme.” Prima
lettera di Pietro 2, 18-21
La lotta
fra il diritto del dio padrone di far del male alle persone e il diritto dell’uomo
nei confronti del dio padrone; è l’eterna lotta fra il BENE e il MALE!
La lotta
fra il diritto del dio padrone di far del male alle persone e il diritto dell’uomo
nei confronti del dio padrone; è l’eterna lotta fra la SCHIAVITU’ e la LIBERTA’!
La lotta
fra il diritto del dio padrone di far del male alle persone e il diritto dell’uomo
nei confronti del dio padrone; è l’eterna lotta fra il campo di sterminio della
“città di dio” e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
La lotta
fra il diritto del dio padrone di far del male alle persone e il diritto dell’uomo
nei confronti del dio padrone; è l’eterna lotta fra la Costituzione della
Repubblica e l’ideologia cattolica.
Marghera, 09 luglio 2009
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 041933185
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
TORNA ALL'INDICE DEI TESTI DEL SITO