Le Dee Madri delle
Antiche religioni!
L’abitare il mondo degli
Antichi
Opposto al
Dominare il mondo dei
cristiani e dei monoteisti
(Le molte Dee Madri
della vita)
Vai all'indice su cosa distingue uno Stregone o una Strega da una persona qualsiasi.
Colpisce
molto gli studiosi la presenza, in tutte le antiche religioni, della figura di
“Dea Madre”. In alcune religioni antiche le Dee Madri sono più d’una. E’ stata
grande la tentazione di ridurla ad una sola Dea Madre con varie funzioni. La
Dea Madre con varie funzioni rientra in uno schema religioso monoteista. La
riduzione degli Dèi in un “Dio Padre” fu la riduzione che fecero gli ebrei a
Babilonia col risultato che, alla fine non ebbero più un “Dio Padre”, ma un
“dio padrone”.
Non
rientra nel pensiero monoteista il concetto secondo cui la germinazione degli
Esseri e delle Specie avviene col concorso di più cause e di più condizioni. Il
monoteismo semplifica la complessità della vita e dell’esistenza per poter
catalogare gli oggetti della realtà e controllarli.
Per
il monoteismo tutto DEVE essere semplice. Ridurre alla semplicità la realtà
perché, altrimenti, la mente del cristiano si smarrisce nella complessità.
Questo smarrimento del cristiano è dovuto alla sua necessità pulsionale di
controllare la realtà in cui vive anziché di vivere la realtà come parte di essa.
Il
mar Mediterraneo fu un crogiolo di culture. Culture manifestate da società che
nascevano e si trasformavano. L’amore per la vita veniva comunicato,
commerciato, trasfuso, in un continuo rimescolamento di significati, lingue,
simboli e scritture. Per oltre cinquemila anni il Mediterraneo ha assistito
alle trasformazioni degli Esseri Umani e, nonostante le distruzioni
sistematiche, ci ha lasciato un’enorme quantità di tracce sugli antichi.
Troppo
spesso gli Esseri Umani hanno guardato quelle tracce cercando, come insegnato
loro dal monoteismo, una “verità” antica mentre, invece, avrebbero dovuto,
prima di tutto, guardare sé stessi in relazione al mondo in cui vivevano. Ora
che il monoteismo è stato un po’ arginato nelle sue intrusioni nel pensiero
umano, possiamo iniziare a vedere la complessità e la complessività
dell’insieme in cui viviamo e comprendere come la vita non sia semplice, ma
come nel corso di miliardi di anni abbia messo in atto miliardi di adattamenti
soggettivi dando vita alla complessità della realtà in cui viviamo. Solo colui
che distrugge il presente, nel distruggerlo, lo semplifica.
La
vita è al centro delle Antiche Religioni. La vita che nasce; si sviluppa;
diviene.
Come
Omero scrivendo la “Guerra di Troia” altro non ha fatto che descrivere le
condizioni e le contraddizioni in cui gli Esseri Umani combattono la battaglia
della loro esistenza, così le storie degli Antichi non sono altro che le storie
con cui si tende a trasmettere la cultura della vita alle generazioni del loro
futuro. Gli Antichi, come Ulisse, tenevano stretto il timone della loro barca
per giungere ad Itaca; l’Itaca della loro vita. Il viaggio della vita era il
viaggio della loro conoscenza: la conoscenza della moltitudine di soggetti che
interagendo costruivano le condizioni dell’esistenza.
Le
condizioni erano Padri e Madri della vita!
La
vita necessita di molte madri per poter svilupparsi; una madre diversa e la
vita, come noi la conosciamo, sarebbe diversa.
Padri
e Madri! Come dicevano i Romani quando si rivolgevano agli Dèi: “Sia che tu sia
maschio, sia che tu sia femmina...”
Scrive
Christopher Dawson “L’età degli Dèi” editore Longanesi 1950
LA RELIGIONE DELLA DEA
MADRE NELL’ASIA OCCIDENTALE
Il dramma della morte e del
ritorno del consorte divino della Dea Madre, che è il principio della vita
della Natura, è comune a tutta l’Asia occidentale fin dall’alba della storia.
le forme che esso prende nelle varie regioni sono talmente simili, da
convincere che traggano origine da un centro unico. La cosa è vera perfino per l’Egitto,
nonostante la profonda differenza complessiva fra le religioni asiatiche e la
religione egiziana, la quale sembra appartenere ad un mondo più primitivo. Ma
la Dea Madre egiziana e il suo consorte, Iside ed Osiride, Asat e Asar, sono
del tutto estranei agli Dèi animali del pantheon egiziano primitivo. Sono
intrusi, venuti dal di fuori, da qualche regione asiatica di più alta cultura,
e trovano le prime sedi e centri di culto a Busiris e Perhebt, presso Damietta,
alla foce del Nilo, in quel regno del delta occidentale di cui abbiamo parlato
nel capitolo precedente. Persino il nome di Osiride (Asar) rassomiglia a quello
a quello del suo corrispondente sumerico Izir o Isir, forma originale di
Tammuz. Come questi, Osiride è, nello stesso tempo, un re morto e una
rappresentazione della vita vegetativa della natura; e in entrambi i paesi la
morte del dio è celebrata nelle cerimonie annuali, che commemorano il lamento
della Dea per il suo sposo e per il suo pellegrinaggio attraverso le terre in
cerca di lui. In Egitto, tuttavia, la morte del dio prende una forma
particolare. Essa è dovuta all’inimicizia del suo rivale Set, il dio dell’alto
Egitto, il quale sembra rappresentare il deserto e le forze distruttrici della
natura. Particolare dell’Egitto è anche
il grande sviluppo del culto di Osiride, signore della morte e sovrano
dell’immortalità. Nondimeno anche nella sua forma più tarda la legenda di
Osiride conserva tracce della sua origine asiatica, perché è nel palazzo reale
di Biblo, sulla costa della Siria, che Iside trova il corpo del suo signore
chiuso in un albero di erica. Ora Biblo era, fin dai primi tempi, un centro
importante per il culto dei dio fenicio della vegetazione, Eshmun o Adone; e fu
di là, che nel corso dei secoli, il suo culto passò a Cipro e finalmente nella
Grecia Europea. Il culto del dio che muore non era limitato a Biblo: Ezechiele
descrive il lamento delle donne per Tammuz nello stesso tempio di Gerusalemme
e, ancor oggi, il decimo mese dell’anno ebraico porta il suo nome. Inoltre il fondamento stesso della religione
siriaca sta nel culto di una Dea madre, Ashtart, la biblica Ashtoreth (o
Astarotte), e di un Baal a cui dipende la fertilità del terreno. A Hierapoli,
il santuario della Dea Madre Siriaca , questa era servita, come ad Erech, da
sacerdoti eunuchi. Qui erano in maggior onore che nella stessa Babilonia i lati
più oscuri della religione: il sacrificio al dio del bimbo primogenito e la
prostituzione di vergini e di spose nel santuario della Dea.
Ma la religione della Dea madre
conservò il suo carattere originario soprattutto in Asia minore, e dominava
quasi completamente la cultura della terra. Dovunque si era sviluppata una
cultura cittadina più progredita come nella stessa Mesopotamia, la religione
era maggiormente annebbiata da speculazioni teologiche e dalla moltiplicazione
delle divinità. Ma l’Asia minore fu sempre un paese di cultura agricola e
perciò la religione agricola si conservò intatta fino agli inizi dell’era
cristiana. E’ vero che la progredita cultura Ittita tendeva a dare origine ad
un Pantheon politeistico, quale si ritrova in Mesopotamia, ma allorché quella
cultura venne meno, si riaffermò la semplicità primitiva della religione
anatolica. La concezione originaria della divinità è manifestata appieno nella
famosa roccia scolpita di Ibriz nella cappadocia meridionale, che rappresenta
un re in atto di adorazione davanti alla colossale figura del dio del grano e
del vino. Il re è riccamente abbigliato, ma il dio indossa la tunica corta e
gli stivaloni dell’agricoltore, nude le braccia e le gambe. In Asia minore,
però, la posizione preminente spetta alla dea Madre, sotto il nome di Cibele o
Ma o Grande Dea, e la posizione subordinata del dio risulta dalla leggenda di
Atti, l’equivalente anatolico di Tammuz o Adone, la cui unione con la Dea può
avvenire solo mediante il sacrificio della sua viritilità. Nel III sec. a. c.
la morte e la resurrezione di Atti venivano celebrati a Roma dai sacerdoti
eunuchi di Cibele in una cerimonia annuale, di cui conosciamo molti particolari.
Il 22 marzo il pino che simboleggiava il dio veniva tagliato a pezzi e
trasportato al tempio dal sacro collegio “portatori dell’Alba”. Il ventiquattro
era il “giorno del sangue”, in cui i sacerdoti e i devoti, al suono di cembali
e di flauti, si tagliuzzavano con i coltelli come i dervisci moderni e
spruzzavano l’albero col loro sangue. Giunta la notte, l’immagine del dio
veniva posta su una bara e compianta dagli adoratori che la circondavano. Infine veniva portato un
lume e i sacerdoti ungevano le facce dei piangenti dicendo: “Coraggio, o mystae, il Dio è salvo e anche per voi
c’è la salvezza dopo il travaglio”. Il giorno seguente era consacrato alla
gioia (il festival degli Ilaria); e il
ventisette si chiudevano le cerimonie con la processione della statua della Dea
e con la sua solenne purificazione nelle acque del fiume Almone, fuori delle
mura di Roma.
L’idea centrale di questi
riti appartiene indubbiamente al culto originario della religione agreste
anatolica, ma l’introduzione della speranza dell’immortalità per gli iniziati
appartiene probabilmente a un’epoca posteriore ed è comune alle altre religioni
misteriche del periodo romano. Probabilmente soltanto in Egitto il dio della vegetazione
fu concepito, fin dai tempi più antichi, come il donatore di immortalità.
Nell’Asia minore l’idea centrale della religione era i mistero della vita della
natura, da cui dipende l’esistenza fisica dell’uomo. Un’evoluzione analoga si
verificò in tempi più recenti nei misteri di Eleusi che, come le cerimonie
Sumere ed egiziane suddescritte, commemoravano il lutto della Dea madre per la
discesa della prole (in questo caso della figlia ) nel mondo sotterraneo, e il
suo penoso pellegrinaggio per rintracciarla.
In autunno si celebrava la
cerimonia della semina, e il primo legame era stabilito quindi con la morte
della natura; ma i misteri comprendevano anche un matrimonio sacro e l’annuncio
della nascita di un divino fanciullo (la resurrezione del seme a primavera). La
stessa Eleusi era di origine micenea, non vè dubbio che questi riti
rimontassero in parte alla civiltà preellenica. La Grecia preistorica rientra
infatti anch’essa nell’ambito di quell’antica religione della vegetazione che,
perfino nei tempi storici, sta alla base del culto ufficiale di stato del
pantheon olimpico. la dea madre si presenta sotto una molteplicità di forme e i
nomi, come il suo prototipo Babilonese, Isthar, che era ad un tempo Dea della
città e della guerra, dea dell’agricoltura e dea della natura non domata, dea
vergine e dea dell’amore sessuale. In Grecia abbiamo Athena, la grande Dea
della città e vergine guerriera; Artemide, la cacciatrice; Afrodite, la Dea
dell’amore; e un’infinità di altre figure semidimenticate, come Britomartide e
Dictynna, Arianna e Atlanta, Ino e Pasifae, che risalgono tutte alla Dea Madre.
La più importante era sempre
la Dea dell’agricoltura, tipo fondamentale della Dea Madre, che non aveva in
genere un nome preciso, ma soltanto titoli. Era la Madre, la Gran Madre, Gea
(la terra), Kore (la fanciulla), Despoina (la padrona), Temi (l’oracolo). Era
tesmoforo ( la domatrice di leggi), Carpoforo (la portatrice di frutti),
Pandora (l’elargitrice di tutto). Ma se i nomi erano greci come questi ultimi o
di origine non ellenica, come Atena e altri, è certo comunque che tutti questi
diversi tipi risalgono alla religione preistorica. Di solito è impossibile dire
quando queste figure siano originariamente greche e quanto derivino da Creta o
dall’Asia minore, dato che tutte e tre le regioni appartengono alla stessa zona
religiosa. L’importanza suprema della Dea Madre a Creta si deduce facilmente da
tutto ciò che si è scoperto sulla cultura Minoica. Anche qui, come in Asia, la
Dea era accompagnata da un giovane consorte, il cui simbolo, come quello di
Atti, sembra fosse l’albero sacro, così frequente nell’arte Minoica. Una gemma
mostra le scene della rottura dell’albero e della lamentazione della Dea:
figurazioni probabilmente di una cerimonia simile al mistero della morte del
dio della vegetazione in Asia minore e in Siria.
Da pag. 114 – a pag. 122
Tratto
da: Christopher Dawson “L’età degli Dèi” editore Longanesi 1950
Come
si può notare, questo autore cristiano, ha il terrore della morte.
La
morte come terrore, un concetto squisitamente ebraico e cristiano, viene esteso
e messo a fondamento dell’uomo. Un concetto, educazionalmente imposto mediante
la violenza come la “paura della morte” viene spacciato come “naturale” dai
cristiani!
All’interno
di questo inganno i cristiani si apprestano a costruire delle identità e delle
continuità interpretative con la loro religione. I cristiani interpretano
l’antico concetto di “sorgere-ciclicamente” in “ri-sorgere” dopo il fallimento
esistenziale.
Nelle
antiche religioni la coscienza degli Esseri veniva in essere attraverso
esplosioni continue di modificazioni. Modificazioni che implicavano la morte
dello stato precedente e il venir in essere in un nuovo stato fisico e
consapevole. La Natura che si rinnovava era un esempio di questo, come un
esempio era la nascita dopo la gestazione.
Il
mistero di Eleusi è rappresentato dalla spiga di grano. La spiga di grano da
una consapevolezza è generatrice di molte consapevolezze che divengono e che a
loro volta sono il fondamento di altre consapevolezze. Inoltre, il grano viene
a maturazione in circa nove mesi. Esattamente il tempo della gestazione umana.
La grande magia. La grande magia che porta alla morte del feto e alla nascita,
del bambino come resurrezione della sua coscienza e della sua consapevolezza in
un mondo nuovo e in una nuova forma.
La
morte era, per gli antichi, il successo per la vita. Gli Esseri Umani, amati
dagli Dèi, ricevono la morte mentre sono in giovane età senza sopportare il
dolore e l’angoscia della vecchiaia. Lo stesso Zeus punisce Esculapio per aver
riportato alla vita fisica le persone morte. Viene punito per aver invertito il
ciclo della vita ed aver impedito a queste persone di trasformarsi in Dèi. Cosa
che con la sua morte, proprio Esculapio, riuscirà a fare.
La paura
e l’angoscia per la fine della vita è propria della minaccia del dio dei
monoteisti:
“Non seguite altri Dèi, quegli Dèi che sono adorati dai popoli che
vi circondano perché il vostro dio padrone, iddio vostro, che sta in mezzo a te
è un dio geloso. L’ira del tuo dio padrone, iddio tuo, si accenderebbe contro
di te e ti sterminerebbe dalla faccia della terra. Non tentare il tuo dio
padrone, iddio vostro, come lo provocaste a Massa.” Deuteronomio 6, 14-16
Non
esiste, per gli ebrei, un futuro oltre la morte, né esiste una vita che abbia
onore per chi la vive. Esiste solo una vita di sottomissione e deferenza al
loro dio padrone. Un concetto ripreso dai cristiani i quali aggiungono la
“resurrezione della carne”. Dal momento che il concetto di “resurrezione”
esiste negli antichi, essi vi aggiungono la resurrezione nella forma, unica
forma di esistenza che concepiscono. Così il loro dio-profeta risorge nella
carne e nella carne sale al cielo. Quella speranza illusoria che prima illude
Paolo di Tarso e poi lo disillude rendendolo desideroso della morte del corpo
fisico.
Nelle
religioni antiche la re-surrezione era concepita come trasformazione continua
del presente.
Così,
a questo autore cristiano, appare inconcepibile che il divino con cui l’uomo
interpreta la Natura è il divino stesso dell’uomo. Non si tratta della Natura
che ispira l’idea religiosa nell’uomo, ma è l’uomo da cui nasce la relazione
religiosa col mondo che interpreta il mondo attraverso i desideri della sua
libido che si dispiega nel mondo. Resurrezione come trasformazione della
coscienza; resurrezione come risultato delle sue relazioni libidiche col mondo
e sessuali nella società; resurrezione come trasformazione continua della
coscienza nelle relazioni con il mondo. Dal divenuto dell’uomo all’interpretazione
dell’uomo delle relazioni emotive col mondo in cui vive.
Così,
questo scritto, non fa altro, nella sua contraddittorietà, che esprimere il
movimento religioso dell’uomo antico in contrapposizione al movimento
“religioso” del monoteista ebreo e cristiano. Mentre nelle Antiche Religioni
l’uomo partiva da sé stesso per interpretare il mondo (e così descriveva le
emozioni delle sue relazioni con il mondo in forma umana), nel monoteismo
l’uomo partiva dalla patologia che attribuiva al suo padrone per interpretare
sé stesso: la sua verità!
Lo
stesso concetto di “madre” veniva deturpato dal cristianesimo. Da un lato lo
aggiungeva all’ideologia ebrea e, dall’altro lato, lo rubava, stuprandolo,
dalle antiche religioni.
Per il
cristianesimo la “madre” era la prostituta che declama il magnificat in onore
del suo fruitore.
Non
ha nulla a che vedere con la vita.
Non è
Demetra che cerca Persefone; non è Latona che cerca il luogo in cui partorire
la bisessualità dei viventi; non è Temi che partorisce le relazioni fra gli
Esseri; non è Mnemosine che partorisce le vie affinché gli Esseri Umani
generino l’arte; non è Semele che partorisce le trasformazioni degli Esseri per
diventare Dèi; non è Hera che partorisce le condizioni della vita in sé stessa.
Maria
è la prostituta che recita il magnificat in funzione di chi trasforma il suo
utero in un oggetto d’uso. Un oggetto d’uso che diventerà dogma nell’intero
cristianesimo.
La
prostituzione sacra nelle antiche religioni era un inno alla vita dal momento
che non esisteva, in nessuna civiltà antica, il controllo delle persone
attraverso il loro sesso. Non esisteva il controllo delle persone attraverso la
razza. Non esisteva il controllo delle persone attraverso il sangue.
Per
capire l’orrore del concetto di prostituzione, inteso come rinuncia alla
propria personalità per trasformarsi in un corpo senza desiderio, passione e
intelligenza, introdotto dai cristiani leggiamo cosa racconta Allegro:
“La stella del mattino e della sera è, naturalmente Venere. Per
valutare l’influenza di questo astro sul fungo sacro dobbiamo cercare di
comprendere la posizione nel sistema astrale com’era conosciuto anticamente, e
il potere fecondativo che gli si attribuiva. Ogni mattina, prima che il Dio
Sole ritraesse il suo pene dalla guaina vaginale della Terra, un rivale del
padre celeste scivolava dalla camera nunziale e annunciava l’alba. Questa
stessa è seconda soltanto al Sole e alla Luna
per fulgidezza e usurpa un po’ della loro gloria illuminando l’oriente al
mattino e trattenendo il velo della notte fino al sorgere della Luna. Questa
stella è chiamata Venere, Giunone, Iside o Afrodite. Ecco come ne parla Plinio:
“...
prima che il sole volga, una grandissima stella chiamata Venus, che varia
alternativamente il suo corso e i cui diversi nomi indicano di per sé stessi la
sua rivalità con il sole e con la luna: - quando sorge precedendo l’alba prende
il nome di Lucifero, essendo un altro sole e portando la luce, mentre quando
brilla dopo il tramonto, è chiamata Vespero, perché prolunga la luce del giorno
e fa le veci della luna... – Inoltre, essa supera in grandezza tutte le stelle,
getta un’ombra dai suoi raggi. Di
conseguenza c’è una grande gara a darle un nome, avendola qualcuno
chiamata Giunone, altri Iside. Altri la
Madre degli Dèi.”
Come oggi siamo in grado di comprendere, i loro nomi per <<
stella >> dimostra che gli antichi raffiguravano questo astro come un
pene nel cielo, la sua luce era vista fantasiosamente come lo <<
scintillio >> della corona infuocata del glande. A tutta prima potrebbe
sembrare quindi strano che alla stella più potente fossero dati nomi femminili,
come Venere e Giunone. Il riferimento, comunque, è al suo potere procreativo.
Quando questo pene celestiale minore scivola via dalla dimora coniugale, prima
del suo maestro, gocciolava ancora degli umori del grembo celeste.”
Queste
sono le parole di John Allegro scritte nel 1970. Uno studioso di antichi Sumeri
che ne interpreta, sia pur a modo suo, il mito. Un’interpretazione, che piaccia
o meno, che ha il respiro della libertà. Se quella libertà cerchiamo di
comprenderla e confrontarla col desiderio di prostituzione e stupro delle
persone che sta alla base del cristianesimo, allo apriamo Filone di
Alessandria. Un anello di congiunzione fra Neoplatonismo, cristianesimo ed
ebraismo e da “Il mutamento dei nomi” al paragrafo XXXII leggiamo:
“Lo spirito attaccato al piacere, nutrito di queste speranze, non
si accontenta di adescare con gli allettamenti delle passioni i più giovani,
che da poco si stanno addestrando agli esercizi della temperanza, ma si ritiene
sconfitto se non riesce a depravare la razionalità più matura, nella quale la
furia delle passioni si è acquietata con il passare degli anni. Faraone,
spacciando dei danni per vantaggi, dice subito dopo. “Prendete vostro padre e
quanto vi appartiene e venite da me” (Gen. 45,18), ossia sulla terra d’Egitto e
dal suo terribile re, il quale si accaparra, deviandoli in direzione contraria,
i nostri beni paterni, che hanno una loro consistenza reale una volta che si
siano staccati dal corpo, perché per loro natura sono liberi, costringendoci a
rinchiuderli in un amarissimo carcere alla cui custodia ha preposto, come dice
il libro sacro, Putifarre, l’eunuco capocuciniere (Gen. 39,1). Questo è un eunuco
che manca di ogni bene, che è stato mutilato degli organi genitori dell’anima e
non è più capace di seminare e coltivare alcuna cosa che sfoci in una
disciplina educativa; inoltre, alla maniera di un cuoco, uccide degli esseri
viventi, li taglia a pezzi e li smembra e si muove in un groviglio di carcasse
prive di vita, non tanto in senso materiale quanto in quello spirituale; e con
i suoi imbandimenti voluttuari stimola e stuzzica gli impulsi di interminabili
passioni, che sarebbe invece ragionevole calmare e placare. Faraone dice
ancora: “Io vi darò tutte le cose buone dell’Egitto e voi mangerete quel che di
meglio produce questa terra” (Gen. 45,18). Ma questa sarà la nostra risposta:
noi che abbiamo visto i beni dell’anima non accettiamo alcun bene del corpo,
perché il desiderio ardente di quei beni, ormai radicato in noi, basta a farci
dimenticare tutto ciò che è caro alla carne.”
L’odio
per il corpo e per la sua sessualità che chiude a Filone di Alessandria, ai
cristiani, agli ebrei e ai neoplatonici, la possibilità di vivere abitando il
mondo col loro corpo, li costringe a coltivare l’illusione di uno spirito nelle
cui aspettative si riassumono le patologie psichiatriche di negazione della
vita. La negazione della sessualità che imporranno agli Esseri Umani devastando
le società civili li porterà a negare gli Dèi degli antichi. Negarli, al di là
di come le persone, educate in un ambiente cristiano, tenderanno ad
interpretarli e a pensarli. Ma gli Dèi sono là e chiamano i corpi dell’Essere
Natura alla vita.
Scrive
Umberto Galimberti ne “Il corpo” ed. Feltrinelli:
“Come apertura originaria sul mondo, il corpo è trascendenza. Non è
un oggetto raccolto nell’immanenza della sua inseità, ma è un immediato sbocco
sulle cose. In sé è solo un cadavere dove l’occhio che non vede, la gamba che
non cammina, il cuore che non batte, sono oggetti, cose che non hanno più
alcuna parentela con il corpo. Nel cadavere la mano rivela sé stessa, mentre
nel corpo rivela gli oggetti che tocca, la loro resistenza, l’avversità delle
cose; nel cadavere l’occhio non vede, è visto; da soggetto di sguardi distratti
o profondi , annoiati o intensi, diventa semplicemente oggetto d’osservazione.
A differenza del cadavere raccolto nel suo in sé, il corpo è subito
fuori di sé, aperto al mondo proteso sulle cose. L’occhio non vede sé, ma le
cose del mondo, senza mondo non ci sarebbe una vista. D’altra parte la vista
non è determinata dall’esterno attraverso quel complicato itinerario di species impressae e species expressae così minutamente descritto da Tommaso d’Aquino e
dalle contese medioevali per la semplice ragione che nulla determina il mio
corpo dall’esterno, non perché nulla lo solleciti, ma perché da subito il mio
corpo è fuori di sé e aperto al mondo. L’itinerario della species si giustifica sulla base di un’esteriorità che invii
messaggi ad un’interiorità che li accoglie, ma questa non è la mia esperienza
del corpo, perché il corpo non dimora in sé ma fuori di sé, proteso nei suoi
atti, nelle relazioni con il mondo.
Dalle cose del mondo ho la consapevolezza della potenzialità del mio
corpo, perché le cose si riversano delle sue azioni. Ho la posizione degli
oggetti tramite quella del mio corpo, non per una deduzione logica, non come si
determina un’incognita tramite le sue relazioni oggettive con grandezze date,
ma per un’implicanza reale, perché il mio corpo, lungi dall’essere un oggetto
in sé, è pro-tensione verso il mondo, e il mondo è il punto d’appoggio del mio
corpo. Le relazioni che il mio corpo aperto al mondo dispiega fanno del mio
corpo l’origine di tutte le trascendenze, e da questa origine il corpo esprime
un logos più profondo di tutti i rapporti logico-oggettivi che un cogito
astratto può dispiegare. Per questo scrive Merleau-Ponty: “La prima verità è sì
‘io penso’, ma a condizione che con ciò si intenda: ‘io inerisco a me inerendo
al mondo’”
Ecco
perché gli uomini possono scrivere:
“In autunno si celebrava la cerimonia della semina, e il primo
legame era stabilito quindi con la morte della natura; ma i misteri comprendevano
anche un matrimonio sacro e l’annuncio della nascita di un divino fanciullo (la
resurrezione del seme a primavera). La stessa Eleusi era di origine micenea,
non vè dubbio che questi riti rimontassero in parte alla civiltà preellenica.
La Grecia preistorica rientra infatti anch’essa nell’ambito di quell’antica
religione della vegetazione che, perfino nei tempi storici, sta alla base del
culto ufficiale di stato del pantheon olimpico. la dea madre si presenta sotto
una molteplicità di forme e i nomi, come il suo prototipo Babilonese, Isthar,
che era ad un tempo Dea della città e della guerra, dea dell’agricoltura e dea
della natura non domata, dea vergine e dea dell’amore sessuale. In Grecia
abbiamo Athena, la grande Dea della città e vergine guerriera; Artemide, la
cacciatrice; Afrodite, la Dea dell’amore; e un’infinità di altre figure
semidimenticate, come Britomartide e Dictynna, Arianna e Atlanta, Ino e
Pasifae, che risalgono tutte alla Dea Madre.”
Non è
esattamente così, ma rispetto all’orrore della prostituzione cristiana imposta
alle persone affinché rinuncino al loro corpo e alle prerogative del loro corpo
come l’intelligenza, la volontà, il desiderio e l’autodeterminazioni, ben venga
anche questa lettura degli Antichi Dèi.
Tutto
ciò che libera l’uomo e ne dispiega le potenzialità nella realtà in cui vive si
chiama LIBERTA’. La Libertà non è mai uguale a sé stessa. La Libertà non è un
oggetto in sé, definito e fissato, ma è una tensione divina che si muove negli
Esseri di ogni Specie della Natura. E’ una forza, una tensione, un DIO, che
spinge affinché gli Esseri rimuovano gli ostacoli che impediscono loro di
costruire loro stessi.
Noi e
il mondo siamo una cosa “sola”. Senza il mondo noi non saremmo. Al mondo partecipiamo
col nostro corpo; col mondo costruiamo le relazioni attraverso gli Dèi che
formano il nostro corpo con quegli stessi Dèi in ogni corpo che si manifesta
nel mondo. Per questo può essere fatta nostra la frase di Marleau-Ponty
riportata da Galimberti: “La prima verità è sì ‘io penso’, ma a condizione che
con ciò si intenda: ‘io inerisco a me inerendo al mondo’”.
Marghera 15.09.2008
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