Il significato etico,
morale e sociale
Dell’Enciclica Caritas in Veritate
LETTERA
ENCICLICA
CARITAS
IN VERITATE
DEL SOMMO
PONTEFICE
BENEDETTO
XVI
AI
VESCOVI
AI
PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE
PERSONE CONSACRATE
AI FEDELI
LAICI
E A TUTTI
GLI UOMINI
DI BUONA VOLONTÀ
SULLO
SVILUPPO UMANO INTEGRALE
NELLA
CARITÀ E NELLA VERITÀ
Commento
di Claudio Simeoni
Ratzinger
conclude l’Enciclica “Caritas in Veritate” con le
seguenti affermazioni:
“Al termine
dell'Anno Paolino mi piace esprimere questo auspicio con le parole
stesse dell'Apostolo nella sua Lettera ai Romani: “La carità non sia
ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con
affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (12,9-10). Che la
Vergine Maria, proclamata da Paolo VI Mater Ecclesiae e onorata dal popolo cristiano come
Speculum iustitiae e Regina pacis, ci protegga e ci ottenga, con la sua celeste
intercessione, la forza, la speranza e la gioia necessarie per continuare a
dedicarci con generosità all'impegno di realizzare lo « sviluppo di tutto
l'uomo e di tutti gli uomini ».”
Due cose
non devono sfuggire ai commentatori: la citazione di Paolo di Tarso e l’esaltazione
della monarchia assoluta nella figura di “Regina pacis”
che come “Speculum iustitiae” impone agli schiavi la
sottomissione alla chiesa cattolica che ha per madre la padrona.
Nella pratica
esoterica cattolica la citazione della Lettera ai Romani fatta da Ratzinger
delinea perfettamente l’etica sociale cristiana che Ratzinger vuole imporre.
Vale la
pena di citare due passi centrali nell’etica sociale cristiana e, in questo
caso cattolica, che Ratzinger vuole imporre mediante l’enciclica Caritas in Veritate:
“Doveri verso l’autorità – Ognuno sia
soggetto alle autorità superiori; poiché non c’è un’autorità che non venga da
dio, e quelle che esistono sono costituite da dio. Perciò chi si oppone
all’autorità resiste all’ordine stabilito da dio; e coloro che resistono
attirano la condanna sopra sé stessi. I magistrati non son di timore per le
buone azioni, ma per le cattive. Vuoi tu non aver paura dell’autorità? Diportati bene e riceverai la sua approvazione. Essa è
infatti ministra di dio per il tuo bene. Se invece agisci male, temi; non per
nulla essa porta la spada: è infatti ministra di dio, esecutrice di giustizia
contro chi fa il male. E’ necessario, quindi, che siate soggetti, non solo per
paura della punizione, ma anche per motivo di coscienza. Per questo dovete
anche pagare le imposte: perché sono pubblici funzionari di dio, addetti
interamente a tale ufficio. Rendete a tutti quanto è dovuto: a chi l’imposta,
l’imposta; a chi la gabella, la gabella; a chi la riverenza, la riverenza; a
chi l’onore, l’onore.” Paolo di Tarso, lettera ai Romani 13, 1-7
Che nei
rapporti di lavoro si traduce:
“Schiavi,
obbedite in ogni cosa ai vostri padroni secondo la carne, non solo quando vi
vedono, come per piacere agli uomini, ma con sincerità di cuore, per timore del
signore. tutto quello che fate, fatelo di cuore, come per il signore e non per
gli uomini, sapendo che riceverete in ricompensa l’eredità dalle mani stesse di
dio. E’ a cristo signore che voi servite. Chiunque, invece, commette
ingiustizia, commetterà secondo l’ingiustizia commessa: non vi sarà
accettazione di persone.” Paolo di Tarso, lettera ai Colossesi
3, 22-25 (vedi anche Paolo di Tarso nella lettera agli Efesini, Timoteo, Tito)
E ancora:
“Ma si deve
riconoscere che Dio è verace, mentre ogni uomo è menzognero, come sta scritto:
“Affinché tu sia riconosciuto giusto nelle tue parole e trionfi quando vieni
giudicato”. Ma se la nostra ingiustizia fa risaltare la giustizia di Dio, che
dedurremo? Dio è forse ingiusto quando scatena la sua ira? (parlo della maniera
umana). No, certo: altrimenti come potrebbe Dio giudicare il mondo? E se a
causa della mia menzogna, la veracità di Dio rifulge maggiormente a gloria sua,
perché io dovrei ancora essere giudicato un peccatore? Meglio, perché non
dovremmo metterci a fare il male, perché ne venga il bene? Così alcuni ci
accusano di affermare. La condanna di costoro è giusta.” Paolo di Tarso Romani, 3, 4-8.
Come si
può notare, tutta l’etica proposta da Paolo di Tarso e ripresa da Ratzinger,
con la sua citazione finale alla lettera ai Romani, è offensiva nei confronti
della Costituzione della Repubblica. E’ offensiva nei confronti dei diritti
fondamentali della Costituzione e in quel principio Costituzionale che condanna
il dio padrone cristiano e chi, come funzionario delle Istituzioni, si
identifica in esso:
“I
funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente
responsabili, secondo le leggi penali, civili ed amministrative, degli atti
compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si
estende allo Stato e agli Enti Pubblici.”
Art. 28
Costituzione della Repubblica.
Da un
lato Ratzinger esalta la monarchia assoluta e dall’altro propone l’etica del
trafficante di schiavi da imporre alla società civile.
Precisazioni indotte
da francesco Bacone per COMPRENDERE IL SIGNIFICATO DELL’ENCICLICA “CARITAS IN
VERITATE”
Per commentare l’ultima
enciclica di Ratzinger è necessario affrontare, innanzi tutto, le conclusioni a
cui giunge l’enciclica. Le conclusioni sono gli intenti per i quali l’enciclica
è stata scritta.
L’enciclica non è un’analisi
che partendo da premesse giunge a delle conclusioni. Al contrario. Un’enciclica
cattolica esprime degli intenti. Intenti cattolici che devono essere imposti e
l’enciclica ha lo scopo di giustificare teologicamente o socialmente il diritto
di imporre quegli intenti che vengono pensati aprioristicamente nell’esposizione
e confermati nella conclusione dell’enciclica.
Quando si analizza un
testo è necessario comprendere quale metodo è stato usato per erigerlo.
Se si tratta di un testo
filosofico generale, il concetto affermato, anticipato dal filosofo, viene da
questi argomentato per sostenere il suo concetto. Quando gli argomenti non sono
sufficientemente logici, rispetto alla cultura del tempo, il filosofo modifica
il suo concetto.
Se si tratta di un
materialista dialettico; costui esporrà la sua tesi, solleciterà l’esposizione
delle antitesi e la conclusione consisterà nella sintesi delle diverse
posizioni.
Se si tratta di un
teologo, costui esporrà la sua verità che diventa concetto apriori
e conclusione del suo lavoro. Il teologo, data la verità, esporrà come quella
verità va applicata e le sue conclusioni ritorneranno alla verità annunciata
che è intento e conclusione del suo lavoro.
Il termine “verità”, usato
dai teologi, va tradotto col termine “sottomissione”.
Chiunque può entrare all’interno
di un lavoro del filosofo o del materialista dialettico. Al concetto, o alla
tesi annunciata, si oppongono argomentazioni o antitesi, sia a sostegno che a
critica. Quando, invece, si analizza il lavoro di un teologo è necessario
accedere ad una diversa “verità”. Il lavoro del teologo è “vero” o “falso” a
seconda che sia “vera” o “falsa” la verità annunciata. E per “vera” o “falsa”
non si intende oggettivamente “vera” o “falsa”
tale verità, ma si intende se tale verità coincide od ostacola i bisogni umani
e le necessità dell’uomo di trasformarsi nell’insieme sociale e culturale in
cui vive. Se, cioè, vanno nella direzione della libertà dell’uomo o nella
formazione di una schiavitù dell’uomo sia pure riproposta in termini culturali
diversi da quelli che hanno preceduto l’attuale presente.
Prima di analizzare
quanto scrive Ratzinger è bene fare una precisazione di che cosa intende
Ratzinger col termine “uomo” e che cosa intende Ratzinger col termine “dio”
che, più correttamente va scritto come “dio padrone”. Il nome e la funzione per
distinguerlo dal nome e dalla funzione degli Dèi Pagani. Zeus è un “padre” e
non è mai un padrone. Zeus, infatti, non dice agli uomini che cosa devono o non
devono fare. Zeus non detta una morale agli uomini, né alimenta il terrorismo
per sottomettere gli uomini ad una morale estranea. Il concetto di giustizia,
Zeus lo applica a sé stesso. Al contrario, il dio dei cristiani è solo padrone
e mai padre: egli, al massimo, si vanta di “creare dal nulla” non di “generare”.
Zeus Genera la vita e la vita che genera appartiene al “vivere di Zeus”. Zeus è
partecipe della vita, non il padrone della vita. E così ogni altro Dio delle
Religioni Pagane. Al contrario, il dio dei cristiani è nascosto alla vita,
estraneo alla vita, trascendente la vita. Il cristiano stesso non costruisce i
rapporti col dio mediante il suo partecipare al vivere, ma attraverso la sua
patologia riversata in un’immaginazione di onnipotenza che lo identifica col
dio padrone. Il cristiano alimenta un rapporto personale e privato col dio
padrone. Il cristiano non costruisce le relazioni con gli Dèi quali espressione
degli oggetti e delle pulsioni nel mondo. Così, mentre Ercole per come affronta
le contraddizioni nella sua vita può affermare di essere “figlio di Zeus” in
quanto in ogni istante della sua esistenza ha veicolato i propri bisogni, le
proprie tensioni. In altre parole fu sé stesso. Il termine “figlio” nella
religione cristiana cattolica va tradotto in “schiavo sottomesso”. Diventi
figlio del dio padrone nella misura in cui fai la volontà del dio padrone, non
nella misura in cui fai la tua volontà. Per contro, il cristianesimo, e il
cattolicesimo nel nostro caso, non riconoscono la volontà dell’uomo. Per il
cattolico l’uomo non ha una volontà in sé (per questo i cristiani affermano che
l’uomo è incapace e impotente) e, quando non fa la volontà del dio padrone, fa
la volontà del “nemico del dio padrone”. Il demonio dei cristiani.
Per questo motivo il
termine di “figli” riferito al dio padrone, va tradotto in “schiavi”. Lo
schiavo è colui che è privato della volontà di sceglier e d’agire: come colui
che fa la volontà del dio padrone.
Proprio in questo sta
il significato sostanziale che Ratzinger attribuisce al termine “uomo” e, per
continuità, al termine “dio”. Quando Ratzinger parla del termine “uomo” non
intende “gli uomini” come specie e nemmeno gli “Esseri Umani”, come Esseri che
abitano il mondo, ma intende sé stesso come modello d’uomo. Egli parla di sé
stesso come modello d’uomo che la teologia eleva a livello di “dio fra gli
uomini”. Ratzinger, capo dei capi degli uomini, modello di riferimento degli
uomini in quanto vicario del dio padrone in terra e dio padrone egli stesso:
appunto, “servo dei servi”!
Così Ratzinger,
quando parla dell’“uomo che ha bisogno di dio”, sta parlando dell’incapacità di
Ratzinger, come individuo, di affrontare la propria quotidianità, la propria
vita, senza il delirio di onnipotenza nell’identificarsi col suo dio padrone. E’
come se Ratzinger riflettesse sul fatto che lui può affrontare la vita in
quanto rappresenta il dio padrone, ma chiunque non rappresenti il dio padrone
non può essere in grado di affrontare la vita. Solo il dio padrone affronta la
vita; gli altri soccombono nei forni crematori! Il dio padrone, che nell’enciclica
Cartas in Veritate, altri
non è che Ratzinger stesso onnipotente che guarda con disprezzo e sufficienza a
sé stesso, Ratzinger uomo. Se Ratzinger non fosse diventato il vicario del dio
in terra sarebbe rimasto quello che è: “una mer..da
umana”. Non si tratta di schizofrenia, ma di scissione della personalità
indotta dal cristianesimo nel suo gioco di trasformare gli Esseri Umani in
incubi e succubi nel divenire umano.
Un’altro significato
che deve essere puntualizzato nel linguaggio cristiano e cattolico in
particolare, è il significato di “amore” che, nell’ideologia religiosa
cattolica viene assimilato al concetto di “carità”. Nell’ideologia cattolica l’amore
è il sentimento del dio padrone per l’uomo. E l’uomo, per l’ideologia
cattolica, deve rispondere con obbedienza all’amore di dio in quanto dio è il
padrone dell’uomo. Se l’uomo non risponde al volere di dio che Ratzinger chiama
amore, il dio padrone di Ratzinger esprime il suo amore ammazzando l’uomo o
ordinando di ammazzarlo fra “pianti e stridor di
denti”. “Voi
siete miei amici se fare quello che vi comando” (Giov. 15, 14) Non
esiste nell’ideologia cristiana il concetto di amore reciproco: non siamo
davanti ad Afrodite. Afrodite, Apollo, Ares, Efesto,
amano l’altro e dall’altro desiderano essere amati. Il dio padrone cristiano
non desidera essere amato, ma vuole essere obbedito. L’obbedienza, la
sottomissione, il dio padrone dei cristiani, lo chiama “rispondere all’amore di
dio”. Voi, dice il padrone Gesù, non contate nulla: “Non
siete voi che avete eletto me, ma io ho eletto voi e vi ho destinati affinché
andiate e portiate frutto, un frutto duraturo e qualunque cosa chiedete al dio
padrone in nome mio, egli ve la conceda.” (Giov. 15, 16)
Si tratta di
stuprare, non di amare. Come la sessualità di rapina e imposta mediante la
violenza si chiama stupro, così si chiama stupro imporre allo schiavo la deferenza
per il padrone violentandone la libertà.
Per questo motivo,
per non creare equivoci, il termine “amore” va corretto col termine “stupro”.
Il dio dei cristiani,
e con lui Ratzinger che si considera il vicario dei vicari, non “ama” gli
uomini, ma li “stupra” in funzione della sua morale e del suo dominio.
Da puntualizzare, inoltre, il
concetto di “carità”. Nella religione cristiana, cattolica nel nostro caso, il
termine “carità” e “amore” vengono associati. Questo perché la “carità” è l’atto
d’ “amore” dell’individuo socialmente o gerarchicamente più forte alla quale il
più debole si deve sottomettere esprimendo gratitudine. Dal momento che il
cattolicesimo nega il diritto dell’individuo di chiedere giustizia nei
confronti delle azioni fatte dal “dio padrone”, e per estensione dei suoi vicari,
ne consegue che l’atto di “carità” è l’azione con cui il più forte impone agli individui
socialmente “deboli” di rinunciare ai loro diritti Costituzionali riconoscendo
il diritto di onnipotenza del dio padrone e dei suoi vicari. L’atto di carità è
dunque un atto di violenza con il quale le persone vengono private dei diritti
di cittadini per essere trasformate in sudditi sottomessi al dio padrone. Come in Proverbi 25, 21-22, così: ““Se è possibile, per
quanto sta da voi, vivete in pace con tutti. Non vi vendicate, carissimi, ma
cedete il posto all’ira divina: poiché sta scritto: “A me la vendetta, io darò
ciò che spetta”, dice il Signore. Anzi, “se il tuo nemico ha fame, dagli da
mangiare; se ha sete, dagli da bere; facendo così ammasserai carboni accesi sul
suo capo”.” Paolo di
Tarso lettera ai Romani 12, 18-20
Anche il termine “carità”
va sostituito, col termine “prevaricazione”
Una volta precisato
questo, proviamo a leggere il significato del Paragrafo 78 dell’enciclica Caritas
in Veritate.
Scrive Ratzinger,
debitamente puntualizzato ed eticamente parafrasato:
78. Senza
il Dio padrone l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi
egli sia. Di fronte agli enormi problemi dello sviluppo dei popoli che quasi ci
spingono allo sconforto e alla resa, ci viene in aiuto la parola del Padrone
Gesù Cristo che ci fa consapevoli: « Senza di me non potete far nulla » (Gv 15,5) e c'incoraggia: « Io sono con voi tutti i
giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). Di fronte alla vastità
del lavoro da compiere, siamo sostenuti dalla fede nella presenza del Dio
padrone accanto a coloro che si uniscono nel suo nome e lavorano per la volontà
del Dio padrone. Paolo VI ci ha ricordato nella Populorum progressio che l'uomo non è in grado di gestire da solo
il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo. Solo se
pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte
della famiglia del Dio padrone come suoi chiavi, saremo anche capaci di
produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie al servizio di un vero
umanesimo integrale. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un
umanesimo cristiano, che ravvivi la prevaricazione e si faccia guidare dalla
sottomissione, accogliendo l'una e l'altra come dono permanente del Dio padrone.
La disponibilità verso il Dio padrone apre alla disponibilità verso gli schiavi
e verso una vita intesa come compito solidale e gioioso. Al contrario, la
chiusura ideologica al Dio padrone e l'ateismo dell'indifferenza, che
dimenticano il Creatore padrone e rischiano di dimenticare anche i valori
umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L'umanesimo
che esclude il Dio padrone è un umanesimo
disumano. Solo un umanesimo aperto all'Assoluto dio padrone può guidarci
nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile —
nell'ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell'ethos
— salvaguardandoci dal rischio di cadere prigionieri delle mode del momento. È
la consapevolezza dell’attività di stupro indistruttibile del Dio padrone che
ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo
dei popoli, tra successi ed insuccessi, nell'incessante perseguimento di retti
ordinamenti per le cose umane. La sottomissione imposta dal Dio padrone ci
chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di
operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se non si
realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e le
autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui
aneliamo. Il Dio padrone ci dà la forza di lottare e di soffrire per
sottomettere il bene comune, perché il Dio padrone è il nostro Tutto, la nostra
speranza più grande.
L’assunto
creazionista dal quale Ratzinger parte per fare le sue affermazioni nel 78
paragrafo hanno un fondamento CRIMINALE.
Perché criminale?
Perché Ratzinger nel
definire le possibilità o le impossibilità dell’uomo come presupposto delle
conclusioni che si appresta a tirare, omette il divenuto dell’uomo. Omette
tutti i processi di trasformazione dell’uomo. Omette gli effetti dell’educazione.
Omette la violenza con cui si sono bloccati nell’uomo gli strumenti con cui
affrontare lo sconosciuto che lo circonda. In altre parole, omette la realtà
dell’uomo per condannare l’uomo alla sottomissione al suo dio padrone.
Per Ratzinger l’uomo
è un impotente, un incapace. Senza i “doni” del proprio padrone, ottenuti
mediante la sua intercessione e di tutti i Ratzinger che lo hanno preceduto,
secondo Ratzinger “l’uomo non comprende nemmeno chi egli sia”.
Da qui la necessità
di Ratzinger di muovere “guerra” a tutti i respiri di libertà dell’uomo.
Ricordo che nell’enciclica
Spe Salvi Ratzinger ha affermato che il progresso
dell’uomo, dal suo punto di vista, è una trasformazione che va dalla fionda
alla superbomba. In realtà, il progresso dell’uomo è la liberazione dell’uomo
dal campo di sterminio che Ratzinger chiama “la città di dio”. Quel processo
sociale che ha portato l’uomo ad uscire dall’assolutismo cristiano e dall’ideologia
schiavista attraverso tutte le contraddizioni che la resistenza cristiana, nell’imporre
la schiavitù, ha costretto l’uomo.
Io sono il vostro
padrone, dice il dio padrone Ratzinger. Non potete uscire dal campo di
sterminio: non sapete nemmeno chi siete! Così Ratzinger si nutre della paura e
dell’angoscia di uomini che ha educato a temere la trasformazione il futuro.
Per questo Ratzinger
conclude l’enciclica Caritas in Veritate, debitamente
parafrasata nel suo reale significato etico:
79. Lo
sviluppo ha bisogno di schiavi con le braccia alzate verso il Dio padrone nel
gesto della supplica, schiavi mossi dalla consapevolezza che lo stupro pieno di
sottomissione prevaricazione nella sottomissione, [ caritas
in veritate], da cui procede l'autentico
sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Perciò anche nei momenti
più difficili e complessi, oltre a reagire con consapevolezza, dobbiamo soprattutto
riferirci all’attività di stupro. Lo sviluppo implica attenzione alla vita
spirituale, seria considerazione delle esperienze di sottomissione al Dio
padrone, di schiavitù spirituale nel padrone Cristo, di affidamento alla
volontà del padrone e alla Misericordia per gli schiavi del dio padrone, di
stupro e di sottomissione allo sturo, di rinuncia a se stessi, di accoglienza degli
schiavi, di giustizia nella volontà del dio padrone e di pace affinché nessuno
chieda giustizia nei confronti del dio padrone (e dei suoi vicari). Tutto ciò è
indispensabile per trasformare i « cuori di pietra » in « cuori di carne » (Ez 36,26), così da rendere « schiava del dio padrone
» e perciò più degna dell'uomo la vita sulla terra. Tutto questo è dell'uomo,
perché l'uomo è lo schiavo che permette l’esistenza del dio padrone nella
propria esistenza; ed insieme è di Dio padrone, perché il Dio padrone è
al principio e alla fine di tutto ciò che vale e redime: « Il mondo, la vita,
la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo il
padrone e Cristo è schiavo del Dio padrone » (1 Cor
3,22-23). L'anelito del cristiano è che tutti gli Esseri Umani, trasformati in
schiavi, possano invocare il Dio padrone come « Padre nostro! ». Insieme al padrone
Schiavo unigenito, possano tutti gli uomini imparare a sottomettersi al Dio
padrone e a chiedere al padrone, con le parole che il padrone Gesù stesso ha
insegnato agli schiavi sottomessi, di obbedirLo
santificandolo e vivendo secondo la volontà del padrone, e poi di supplicare
per avere il pane quotidiano necessario, supplicare la comprensione e elemosinare
la generosità verso i debitori, supplicare per non essere costretti ad
affrontare con la propria volontà la propria vita, prendersi nelle proprie mani
il proprio futuro, e di chiedere al dio padrone di non ricevere troppo male
(cfr Mt 6,9-13).
E’ Francesco Bacone
che ci mise in guardia sul significato delle parole.
Ratzinger usa le
parole con un significato schiavista e gioca sul fatto che i suoi schiavi
interpretino quella parole secondo i loro desideri.
Francesco Bacone mise
in guardia l’uomo dicendogli che uno degli “idoli” che blocca il suo sviluppo è
l’illusione che le parole suscitano in lui nel gioco dell’immagine e del
virtuale.
E’ come per il “non
uccidere” dei comandamenti cristiani: il dio padrone uccide gli esseri Umani,
ma i cristiani ne approvano l’attività stragista. Perché? Perché per i
cristiani i comandamenti si applicano agli schiavi, non al padrone. Così la
pace va imposta allo schiavo affinché continui ad essere schiavo e non si
ribelli al dio padrone.
L’etica proposta da
Ratzinger è un’offesa alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. L’enciclica
Caritas in Veritate è un’esaltazione del padrone
buono affinché continui ad essere un padrone. L’esaltazione autocompiaciuta
di Ratzinger affinché chiunque continui a mettersi in ginocchio davanti a Ratzinger
e garantire il diritto a Ratzinger di stuprare i popoli in nome e per conto del
dio padrone che egli rappresenta.
Per concludere, l’Enciclica
Caritas in Veritate è un’offesa alla società civile,
alla Costituzione della Repubblica, alla Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo e alla carta dei Diritti Fondamentali dei Cittadini Europei!
Per questo motivo, l’affermazione
finale di Ratzinger:
“...la
speranza e la gioia necessarie per continuare a dedicarci con generosità
all'impegno di realizzare lo « sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli
uomini ».”
Va interpretata come
la speranza di dedicarsi con impegno per realizzare la schiavitù di tutto l’uomo
e di tutti gli uomini nel principio secondo cui:
“... affinché
nel nome del padrone Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, in terra e negli
inferi e ogni lingua confessi che Gesù cristo è il padrone a gloria del dio
padrone che, pertanto, deve essere chiamato “padre”.” (se preferite, data l’attualità,
“papi”). Paolo di Tarso, lettera ai Filippesi 2, 10-11
La questione è molto
semplice.
Si tratta di
difendere l’etica e la morale della Costituzione della Repubblica che tanto
sangue è costata contro il terrore cattolico per impedire a Ratzinger di
ripristinare l’ideologia e l’etica schiavista nella società degli Esseri Umani.
Marghera, 08 luglio 2009
TORNA AI TESTI DI STREGONERIA PER IL FUTURO!
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 3277862784
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
TORNA ALL'INDICE DEI TESTI DEL SITO
Affinché
chiunque possa verificare, allego la parte finale dell’Enciclica Caritas in Veritate come scaricata dal sito del Vaticano.
CONCLUSIONE
78. Senza
Dio l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia.
Di fronte agli enormi problemi dello sviluppo dei popoli che quasi ci spingono
allo sconforto e alla resa, ci viene in aiuto la parola del Signore Gesù Cristo
che ci fa consapevoli: « Senza di me non potete far nulla » (Gv 15,5) e c'incoraggia: « Io sono con voi tutti i
giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). Di fronte alla vastità
del lavoro da compiere, siamo sostenuti dalla fede nella presenza di Dio
accanto a coloro che si uniscono nel suo nome e lavorano per la giustizia. Paolo
VI ci ha ricordato nella Populorum
progressio che l'uomo non è in grado di gestire
da solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo.
Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a
far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di
produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero
umanesimo integrale. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un
umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità,
accogliendo l'una e l'altra come dono permanente di Dio. La disponibilità verso
Dio apre alla disponibilità verso i fratelli e verso una vita intesa come
compito solidale e gioioso. Al contrario, la chiusura ideologica a Dio e
l'ateismo dell'indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di
dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli
allo sviluppo. L'umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo
un umanesimo aperto all'Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione
di forme di vita sociale e civile — nell'ambito delle strutture, delle
istituzioni, della cultura, dell'ethos — salvaguardandoci dal rischio di
cadere prigionieri delle mode del momento. È la consapevolezza dell'Amore
indistruttibile di Dio che ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la
giustizia, per lo sviluppo dei popoli, tra successi ed insuccessi, nell'incessante
perseguimento di retti ordinamenti per le cose umane. L'amore di Dio ci
chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci dà il coraggio di
operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se non si
realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e le
autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui
aneliamo. Dio ci dà la forza di lottare e di soffrire per amore del bene
comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande.
79. Lo
sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto
della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l'amore pieno di
verità, caritas in veritate,
da cui procede l'autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato.
Perciò anche nei momenti più difficili e complessi, oltre a reagire con
consapevolezza, dobbiamo soprattutto riferirci al suo amore. Lo sviluppo
implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze
di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla
Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se
stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace. Tutto ciò è
indispensabile per trasformare i « cuori di pietra » in « cuori di carne » (Ez 36,26), così da rendere « divina » e perciò più
degna dell'uomo la vita sulla terra. Tutto questo è dell'uomo, perché
l'uomo è soggetto della propria esistenza; ed insieme è di Dio, perché
Dio è al principio e alla fine di tutto ciò che vale e redime: « Il mondo, la
vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo
e Cristo è di Dio » (1 Cor 3,22-23). L'anelito
del cristiano è che tutta la famiglia umana possa invocare Dio come « Padre
nostro! ». Insieme al Figlio unigenito, possano tutti gli uomini imparare a
pregare il Padre e a chiedere a Lui, con le parole che Gesù stesso ci ha
insegnato, di saperLo santificare vivendo secondo la
sua volontà, e poi di avere il pane quotidiano necessario, la comprensione e la
generosità verso i debitori, di non essere messi troppo alla prova e di essere
liberati dal male (cfr Mt 6,9-13).
Al
termine dell'Anno Paolino mi piace esprimere questo auspicio con le
parole stesse dell'Apostolo nella sua Lettera ai Romani: “La carità
non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli
altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (12,9-10).
Che la Vergine Maria, proclamata da Paolo VI Mater
Ecclesiae e onorata dal popolo cristiano come
Speculum iustitiae e Regina pacis, ci protegga e ci ottenga, con la sua celeste
intercessione, la forza, la speranza e la gioia necessarie per continuare a
dedicarci con generosità all'impegno di realizzare lo « sviluppo di tutto
l'uomo e di tutti gli uomini ».
Dato a
Roma, presso San Pietro, il 29 giugno, solennità dei SS. Apostoli Pietro e
Paolo, dell'anno 2009, quinto del mio Pontificato.
BENEDICTUS
PP. XVI
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Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 Marghera - Venezia
tel. 3277862784
e-mail: claudiosimeoni@libero.it
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