Marx, il Capitale,
e gli infortuni sul lavoro

Gli infortuni e la questione sociale
dal 1820 al 2009
Marxismo e cristianesimo

di Claudio Simeoni

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Attualità e inattualità delle osservazioni marxiane
sulla sicurezza del lavoro

 

L'accento sulla questione degli infortuni sul lavoro è posta da Marx nel Capitale all'interno del capitolo "Economia nelle condizioni di lavoro a spese degli operai".

Se c'è una questione che può essere considerata assolutamente marxista, disgiunta dal comunismo cristiano che ha infangato le aspirazioni di libertà dei popoli, questa è la questione degli infortuni sul lavoro.

Il discorso di Marx appare semplice: il lavoro serve per vivere, sia all'imprenditore che ha come fine l'accumulo di capitale, sia per l'operaio che comprende la "quota lavoro" come parte della sua "quota di vita". Dal momento che l'operaio lavora per vivere e non vive per lavorare, le pessime condizioni di lavoro o gli infortuni non si limitano a danneggiare il lavoratore nella sua relazione con il lavoro, ma vanno a danneggiare il lavoratore in tutta la sua vita incidendo in quella quota di vita che non è dedicata al lavoro, ma alle sue relazioni con il mondo.

Marx scrive:

"Miniere di carbone. Trascuranza delle spese più necessarie. "Data la concorrenza che domina fra i proprietari di miniere di carbone, non si provvede a nulla più che alle spese strettamente indispensabili per superare le più evidenti difficoltà d'ordine fisico; e, data la concorrenza fra gli operai delle miniere, d'ordinario disponibili in sovrannumero, Costoro si espongono volentieri a notevoli rischi e alle più dannose influenze per un salario soltanto di poco più elevato rispetto a quello dei vicini braccianti agricoli, e ciò perché il lavoro in miniera permette in pari tempo di utilizzare con profitto i loro bambini. Questa doppia concorrenza è ben sufficiente ... a far sì che la maggior parte delle miniere si trovino con installazioni di prosciugamento e di ventilazione assolutamente insufficienti. Con pozzi mal costruiti, con tubature cattive, con macchinisti incapaci, con gallerie e binari mal collocati e mal costruiti; il che è causa di mutilazioni, di distruzione di vite e di salute in misura tale che la statistica darebbe una rappresentazione terrificante" (First Report on Children's Employment in Mines and Colleries ecc. 21 aprile 1829, p. 102).

Nelle miniere di carbone inglesi verso il 1860 si ammazzavano in media 15 uomini per settimana. Secondo la relazione sui Coal Mines Accidents (6 febb. 1862) nel decennio 1852-1861 si ebbero complessivamente 8466 morti. Questo numero è però di gran lunga inferiore a quello effettivo, come dichiara la stessa relazione, giacché nei primi anni in cui gli ispettori furono nominati, allorché distretti di competenza erano troppo vasti, una gran massa di infortuni e di incidenti mortali non venne affatto denunciata. Proprio la circostanza che il numero degli infortuni – pur permanendo ancora l'ecatombe a cifre elevate – sia notevolmente diminuito a partire dall'istituzione dei sistemi ispettivi nonostante il numero insufficiente e le limitate facoltà degli ispettori, rivela la naturale tendenza dello sfruttamento capitalistico. Questi sacrifici umani erano in gran parte dovuti alla sordida avarizia dei proprietari delle miniere, che ad es. facevano sovente scavare un solo pozzo, cosicché non soltanto veniva a mancare un'efficace ventilazione, ma era pure negata ogni via di scampo qualora quell'unica fosse bloccata."

Come si evidenzia, Marx stesso parla di sacrifici umani nel lavoro di miniera e, più in generale, nel lavoro industriale. Nello stesso tempo Marx evidenzia come la società inizia a farsi carico del problema degli infortuni sul lavoro che non si limita a danneggiare il singolo lavoratore, ma l'intera società di cui quel lavoro è parte.

Così sappiamo che nel 1850 vengono istituiti in Inghilterra i primi Ispettori del Lavoro e veniamo a sapere che il lavoro in miniera era preferibile, dagli operai, a quello del bracciantato perché permetteva loro di "..di utilizzare con profitto i loro bambini.". L'idea cristiana dei bambini come oggetto di possesso da parte dei genitori che dovevano manipolarli mentalmente affinché interiorizzassero l'idea del dio padrone e da questa costruissero la loro dipendenza emotiva, si trasferiva nella società civile con un "valore aggiunto". Dal momento che i bambini erano un oggetto di possesso, tanto vale trarre profitto da tale oggetto: un po' come i preti cattolici con i bambini dai quali traggono il valore aggiunto sotto forma della violenza fisica e sessuale che esercitano nei loro confronti.

Il tributo di morti ed invalidi sul lavoro era alto allora, come è alto oggi.

Marx si stupisce di tutto questo e nel Capitale constata che:

"La produzione capitalistica, se si considera in particolare e se si astrae dal processo della circolazione e dagli eccessi della concorrenza, è estremamente parsimoniosa di lavoro materializzato, oggettivato in merci. Essa è invece, molto più di ogni altro modo di produzione, una dilapidatrice di uomini, di lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e di sangue ma pure di nervi e di cervelli. In realtà, è per mezzo del più mostruoso sacrificio dello sviluppo degli individui che soprattutto si assicura e realizza lo sviluppo dell'umanità in quest'epoca storica che immediatamente precede la cosciente ricostituzione dell'umana società. Poiché tutta l'economia, di cui si parla, trae origine dal carattere sociale del lavoro, così è in effetti proprio questa immediata natura sociale del lavoro che determina tale sperpero nella vita e nella salute degli operai. Caratteristica in proposito è già la questione sollevata dall'ispettore di fabbrica B. Baker: « Tutto il problema impone un serio esame su quale sia il mezzo migliore per eliminare questo sacrificio di vita infantile causato dal lavoro in massa (congregational labour) (Rep. of lnsp. of Faet. Oct. 1863, p. 157).

Fabbriche. Sotto questa voce va considerata la mancanza di ogni misura precauzionale per la sicurezza, comodità e salute degli operai anche nelle fabbriche propriamente dette. La maggior parte dei bollettini di guerra, che enumerano i feriti e i morti dell'esercito industriale (v. i rapporti annuali sulle fabbriche) ha ivi la sua fonte. Pure qui rientra la deficienza di spazio, di aereazione ecc."

Ciò che stupisce Marx è l'assoluta indifferenza del capitalista per il fattore umano. L'indifferenza del capitalista per lo sfruttamento del lavoro infantile. "dilapidatrici di uomini" li definisce Marx. Questo processo del capitalismo, degli imprenditori, dei colonialisti, della chiesa cattolica, che "mezzo del più mostruoso sacrificio dello sviluppo degli individui che soprattutto si assicura e realizza lo sviluppo dell'umanità" stupisce Marx per l'incongruenza fra fine del profitto e danneggiamento di chi, quel profitto assicura. Non solo in quanto produttore del profitto, ma in quanto consumatore di merci che assicurano al capitalista il mercato da cui trarre il profitto del lavoro. E' come se un capitalista producesse smalti per unghie femminili e ammazzasse tutte le donne che stanno sul mercato. E' incongruente, illogico.

Questa illogicità è data dai presupposti che Marx assume nella sua analisi. Per lui, il capitalista, è all'interno di una "logica di profitto". Per Marx le strategie del capitalista sono dettate da esigenze di profitto che deve ottenere sia fabbricando che vendendo merci che gli operai trasformano in prodotti. A Marx non passa nemmeno l'anticamera del cervello che il lavoro industriale, per il capitalista, ha un fine diverso dal profitto. Oppure, se vogliamo, il profitto non è il solo fine del capitalista.

Questo perché il capitalista non è un capitalista e basta. Non è solo un imprenditore. Non è solo il padrone della fabbrica. Ma è un individuo cresciuto nella società e portatore delle pulsioni che la sua educazione ha condizionato e che veicola nel suo essere diventato un capitalista. Il capitalista, prima di essere un capitalista. è un individuo che la società ha manipolato mentalmente e attraverso il suo essere capitalista; è un individuo che veicola le sue pulsioni. Il profitto è parte dei suoi intenti. Intenti che sono tali nella misura in cui gli danno piacere.

La ricerca del piacere è il fondamento della vita, come quel piacere viene veicolato nella società è la risposta soggettiva che l'individuo mette in atto nell'educazione che ha subito. L'intento fondamentale della vita è la ricerca del piacere.

Intenti che consistono nel veicolare le proprie pulsioni, prima fra tutte, come risposta all'educazione cristiana, quella di dominio e di possesso dei "propri" operai (se volete potete, indifferentemente, usare i termini "dipendenti", "servi", "schiavi", "collaboratori" o quelli che volete). Operai che sono SUOI. Roba sua! Non sono, per il capitalista, dei soggetti che hanno con lui un contratto, ma sono oggetti che il capitalista usa per i suoi fini e che non hanno diritto da rivendicare, situazioni di vita diversa da quelle che lui vuole concedere.

Come nessun individuo può rivendicare nulla nei confronti del dio padrone dei cristiani, così nessuno deve rivendicare nulla nei confronti del padrone capitalista. Al massimo può supplicare o chiedere con deferenza.

L'economia come fine e mezzo della società e l'economia come fine e mezzo nel quale viene veicolata e soddisfatta la condizione pulsionale del singolo individuo è la contraddizione che Marx non risolve. Come non è stata risolta nell'epoca di Marx, non viene risolta nemmeno oggi perché non è mai stata affrontata se non, pur nei diversi contesti giuridici e culturali, nella direzione di garantire al capitalista l'impunità per i danni che procura agli operai nel suo tentativo di veicolare le sue pulsioni di dominio su di essi.

Scrive Marx:

Quell'epoca gli industriali avevano costituito a Manchester una Trade Union per la resistenza contro la legislazione sulle fabbriche, la cosiddetta (National Association for the Amendment of the Factory Laws), la quale nel marzo 1855, per mezzo di contributi di 2 scellini per cavallo-vapore, raccolse una somma di 50.000 sterline con cui sostenere le spese dei soci nelle opposizioni alle azioni giudiziali promosse dagli Ispettori di fabbrica e condurre i processi per conto dell'Associazione. Si trattava in tali casi di dimostrare che « Killing is no murder>> (Uccidere non è assassinio) se avviene per amore del profitto.

Questo stupisce Marx che rileva:

L'ispettore di fabbrica per la Scozia, Sir John Kincaid racconta di un'azienda di Glasgow che, utilizzando vecchi residui di ferro, aveva munito di congegni protettori tutto il macchinario del suo stabilimento, con una spesa di 9 sterline e 1 scellino. Se l'azienda avesse aderito all' Associazione, avrebbe dovuto pagare, per i suoi 110 cavalli-vapore, 11 sterline, cioè un importo superiore al costo sostenuto per completo impianto di protezione. Ma, appunto, la National Association era stata fondata nel 1854 con l'espressa finalità di sfidare il legge che prescriveva siffatte installazioni protettive. Durante ‘intero periodo 1844-54 gli imprenditori non si erano data la minima cura per le nuove norme. Finchè, per ordine di Palmerston, gli ispettori di fabbrica ammonirono che da allora in poi si sarebbe fatto sul serio nell'applicazione della legge. Immediatamente gli imprenditori costituirono la loro Associazione, fra i cui membri più eminenti vennero a trovarsi molti degli stessi giudici di pace che, in tale veste, dovevano applicare quella legge medesima. Quando nell'aprile 1855 il nuovo Ministro dell'lnterno, sir Georg Grey, avanzo una proposta transattiva, secondo la quale il Governo si sarebbe accontentato di installazioni protettive quasi soltanto nominali, l'Associazione la respinse con sdegno. In diversi processi il celebre ingegnere, William Fairbairn si prestò a mettere a rischio la sua reputazione quale perito a favore dell'economia e della lesa libertà del capitale. Il capo degli ispettori di fabbrica, Leonard Horner, fu in ogni maniera perseguitato e diffamato dagli industriali.

Nell'organizzazione sociale preposta alla giustizia Marx rileva come:

In tale opposizione alle accennate e ad altre norme di legge gli imprenditori furono validamente appoggiati dai giudici di pace non retribuiti – per lo più loro amici o essi stessi imprenditori – i quali dovevano decidere su siffatti casi. Di qual sorta fossero i verdetti di questi signori fu indicato dal giudice superiore Campbell nell'esame di una decisione impugnata. Con atto d'appello: "Questa non è un'interpretazione del provvedimento parlamentare, ne è semplicemente l'abrogazione» (l. C., p. 11). Nello stesso rapporto racconta Horner che in molte fabbriche il macchinario è messo in moto senza che gli operai ne siano preventivamente avvertiti. E poichè c' è sempre qualcosa da fare anche alle macchine in riposo e ci sono sempre mani e dita affaccendate in esse, quella semplice omissione li un segnale provoca continui infortuni (l. C., p. 44).

Marx rileva come scoppi una guerra fatta dagli imprenditori per garantirsi il diritto di far del male ai propri operai.

Scrive Marx concludendo le affermazioni che ci interessano:

Né i proprietari di fabbrica si calmarono, finché non ebbero ottenuto che una sentenza della Court of Queens Bench dichiarasse che la legge del 1844 non prescriveva misure protettive di sorta per gli alberi orizzontali che fossero applicati a più di 7 piedi dal suolo e finalmente nel 1856, per mezzo del bigotto Wilson Patten – una di quelle pie persone la cui ostentata religiosità si dimostra sempre pronta a rendere sordidi servizi a pro dei cavalieri della borsa –, riuscirono a far passare in Parlamento un provvedimento di cui, date le circostanze, potevano andar soddisfatti. Effettivamente il provvedimento ritolse agli operai ogni specifico mezzo protettivo, e per il risarcimento dei danni in caso di infortunio dipendente dal macchinario li rinviò ai tribunali ordinari (una vera beffa, data la gravosità delle spese processuali in Inghilterra); in pari tempo, con una disposizione molto sottilmente congegnata in merito alle perizie di rito, rese quasi impossibile che gli imprenditori avessero a soccombere in giudizio. Conseguenza: un rapido incremento degli infortuni. Nel semestre maggio-ottobre 1858 l'ispettore Baker constatava un aumento al riguardo del 21 % solo rispetto al precedente semestre. A suo parere il 36,70% del complesso degli incidenti avrebbe potuto essere evitato. Certo, nel 1858 e 1859, il numero degli infortuni si riduce notevolmente rispetto al 1845-46, precisamente del 29% pur con un incremento del 20% nella massa degli operai dei rami industriali soggetti all'ispezione. Ma quale ne fu la causa? Nella misura in cui il punto in discussione ha trovato finora (1865) soluzione, questa va fondamentalmente attribuita all'introduzione di nuovo macchinario cui i congegni protettivi sono già in anticipo applicati, sicché i medesimi, non implicando spese supplementari, incontrano il consenso dell'imprenditore, Inoltre taluni operai sono riusciti ad ottenere elevati indennizzi giudiziali per la perdita delle braccia e a far confermare le sentenze favorevoli fin nel dibattito di ultima istanza (Rep. Of lnsp. Of Fact. 30 April 1861, p. 31, idem ApriI 1862, p. 17 [18]).

C'era (e c'è) una volontà dell'imprenditore di far del male agli operai. Questa volontà, e questo sfugge all'analisi di Marx, è generata proprio dalla religione cristiana. Attraverso il "far del male" si riafferma sull'operaio il diritto dell'imprenditore a possederlo. Lo si priva dei suoi diritti di cittadino. Lo si riduce a carne da lavoro privato del diritto di rivendicare il rispetto delle regole da parte del dio padrone.

Ciò che la legge non riesce ad imporre all'industriale, lo impone al costruttore. Un altro capitalista. Un altro padrone davanti al quale il padrone che utilizza quei sistemi si adegua. Perché, adeguandosi, non perde il controllo della sua massa di operai: dei suoi schiavi. Non ha ceduto alle rivendicazioni degli schiavi, ma si è adattato a condizioni che un altro "dio come lui" ha imposto. Mentre l'imprenditore combatte contro la politica che gli impone il rispetto delle regole, le stesse regole è disposto ad accettarle quando gli vengono imposte da un altro "padrone" come lui. Il dio padrone si adegua se quelle regole non sono imposte dai suoi schiavi.

L'imprenditore esercita il suo dominio sugli operai imponendo loro di violare le norme scritte a loro tutela. Il suo trionfo avviene quando, una volta imposto l'obbligo all'operaio di ignorare le norme a sua tutela, l'operaio si infortuna e l'imprenditore può proclamare che l'operaio si è infortunato perché non ha rispettato gli obblighi a sua tutela.

E' un meccanismo perverso di origine pulsionale. Un meccanismo che si cala nell'economia e che viene sempre trattato come un problema economico quando, invece, il problema è di ordine educazionale (nei casi più gravi va trattato in maniera psichiatrica).

Quella pulsione, veicolata nel piacere di far del male alle persone come riaffermazione del proprio dominio e della propria impunibilità nell'esercizio del proprio assolutismo onnipotente, ha la sua origine nell'educazione cristiana. Ha la sua origine nella separazione che l'educazione cristiana impone al singolo individuo nei confronti della società nella quale vive. Un'estraneità psicologica fissata e sostituita, emotivamente, dalla relazione personale col dio padrone che l'individuo è costretto a far propria.

Egli diventa "altro" dalla società; egli ha un rapporto personale e privato con il dio padrone nel quale riversa la sofferenza psichica per i problemi che deve affrontare e col quale gioisce per i successi di prevaricazione che riesce ad ottenere.

Così l'individuo cristiano fa rivendicazioni sociali, quando socialmente è debole, chiedendo solidarietà. Ma la solidarietà che chiede non è per la società o per il genere umano, ma solo per sé stesso e partecipa di quella solidarietà fintanto che ne può trarre vantaggio. Non appena non ne trae più vantaggio l' "altro", il suo "compagno di lotta", diventa il nemico dal quale guardarsi e che può rivendicare diritti nei suoi confronti. E' il caso, ad esempio, degli imprenditori del Veneto. Spesso, molti imprenditori erano operai che rivendicavano migliori forme di lavoro e maggiori tutele. Quando poi, per varie traversie, sono diventati a loro volta "imprenditori", quelle rivendicazioni sulla sicurezza sul lavoro diventava ciò da cui dovevano guardarsi reprimendo ogni richiesta che proveniva dai loro operai. Ora erano loro i "padroni". Toccava a loro far del male agli altri!

La stessa cosa, sia pur a livello più vasto, l'abbiamo con gli ebrei. Finché i cristiani li perseguitavano erano socialisti e spingevano per le libertà sociali dei popoli; ora che sono loro che perseguono e chiudono nei campi di sterminio i Palestinesi, quelle libertà, per gli altri, non devono più avere un senso. Quando i Palestinesi rivendicano quelle stesse libertà, vengono ammazzati!

La dottrina cristiana viene veicolata nelle pulsioni emotive e diventa strumento razionale nel quale esprimere le tensioni psichiche all'interno delle relazioni sociali:

"Gli schiavi siano sottomessi ai loro padroni in tutto: cerchino di piacere a loro, non li contraddicano, non li frodino, ma si diportino sempre con perfetta fedeltà, per far onore in tutto alla dottrina di dio, nostro salvatore." Paolo di Tarso, Lettera a Tito 2, 9

"Con gli schiavi – Tutti coloro che sono sotto il giogo della schiavitù stimino i loro padroni degni di rispetto, affinché non si dica male del nome di dio né della sua dottrina. Quelli, invece, che hanno padroni cristiani, non pensino di poterli disprezzare col pretesto che sono fratelli, anzi, li servano con ancor maggior impegno, proprio perché sono credenti e cari a dio. Ecco le cose che devi insegnare e raccomandare." Paolo di Tarso, lettera a Timoteo 6, 1-2

"Schiavi obbedite ai vostri padroni di quaggiù con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come cristo, non soltanto quando siete sotto i loro occhi, come se doveste solo piacere a uomini, ma come servi di cristo, che fanno di buon cuore la volontà di dio." Paolo di Tarso Efesini 6, 5-6

"Servi siate sottomessi con ogni rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli che sono buoni o ragionevoli, ma anche a quelli di carattere intrattabile. Poiché piace a dio che si sopportino afflizioni per riguardo verso di lui, quando si soffre ingiustamente. Infatti che gloria vi è nel sopportare di essere battuti, quando si ha mancato? Ma se voi, pur avendo agito rettamente, sopportate sofferenze, questo è gradito davanti a dio. Anzi è appunto a questo che voi siete stati chiamati, perché Cristo pure ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme." Lettera di Pietro 2, 18-21

La costante che induce agli infortuni sul lavoro è sempre la stessa: la riaffermazione del possesso, da parte dell'imprenditore, dei dipendenti come merci sui quali esercitare, per volontà di dio, il suo arbitrio. Un arbitrio che raggiunge il suo trionfo nell'impunibilità una volta ferito o ucciso il dipendente.

La costante che rende uguale la situazione degli infortuni, trattata da Marx, alla situazione degli infortuni, come trattata oggi, è l'educazione cristiana e il delirio di onnipotenza che l'educazione cristiana impone alle persone.

Fintanto che non si rimuove il delirio imposto dall'educazione cristiana (e pertanto il metodo e i fini dell'educazione cristiana sui ragazzi) la società vivrà sempre la contraddizione fra il bisogno psichico e pulsionale di far del male al più debole (vale per il bullismo, per il banchiere, per il teppista; vale per molte veicolazioni distruttive nella società) e le necessità giuridiche della società civile di attribuire responsabilità a chi vorrebbe, ad imitazione del dio padrone, sottrarsi alla legge e alle norme sociali.

E' dell'08 luglio 2009 la notizia della sentenza della Corte di Cassazione:

Con una sentenza-decalogo sugli obblighi dei datori di lavoro in tema di sicurezza, la Cassazione ha confermato la condanna della Corte d'appello di Milano nei confronti del titolare di una società di opere stradali accusato di omicidio colposo per la morte di un operaio. I giudici della quarta sezione penale della Corte, con la sentenza 27819, sottolineano che non basta che vi sia un responsabile della sicurezza sui cantieri per cancellare tutte le colpe del datore di lavoro. La Cassazione spiega che se è senz'altro vero che il titolare della società può delegare ad altri i suoi doveri di "osservanza e sorveglianza" delle norme anti infortuni, tuttavia questa delega non può essere affidata a chiunque. Deve invece trattarsi di una "persona tecnicamente capace dotata - scrive la Corte - delle necessarie cognizioni tecniche e dei relativi poteri decisionali e di intervento". In sostanza, se il delegato alla sicurezza non possiede dei "requisiti minimi" la sua attività è come se non ci fosse e le colpe restano tutte del proprietario della ditta. Come non bastasse, la Cassazione aggiunge che se da un lato la delega deve andare a chi ha le capacità per affrontare il problema della sicurezza, d'altra parte si deve anche trattare di un documento chiaro, formalmente accettato dal destinatario. In altre parole, il trasferimento della responsabilità della sicurezza degli operai deve risultare da documenti aziendali e non si può basare su semplici accordi verbali. L'imprenditore condannato dai giudici milanesi era accusato di non aver adottato misure di sicurezza "sufficienti per la protezione della zona di lavoro dell'infortunio". (Fonte: http://www.laprovinciadicomo.it

Il tentativo di sottrarsi alle responsabilità è identificato col dio padrone dei cristiani che non si ritiene responsabile per i delitti commessi.

La stessa dottrina cristiana là dove dice "non uccidere", riafferma il diritto del padrone di uccidere ad imitazione dei massacri del suo dio e dei massacri delle istituzioni (Esodo 32, 27 è un classico citato dal catechismo).

Si tratta di una veicolazione di pulsioni da delirio di onnipotenza che non si traduce nella "volontà di far del male a quella singola persona", ma si traduce nell'indifferenza per lo sconosciuto che potrebbe far del male a chi è costretto alla fatica o al pericolo per produrre profitto. Voi siate sottomessi e non rivendicate dei diritti nei confronti dei vostri padroni. E voi padroni non buttate i vostri schiavi sotto le automobili, però, se vi girate dall'altra parte, le automobili che li uccidono fanno la volontà di dio di cui voi siete i vicari sul lavoro.

Anche oggi noi assistiamo agli stessi problemi del 1850. Anche oggi i magistrati sono costretti a confrontarsi con imprenditori che trattano gli infortuni sul lavoro come un diritto all'omicidio nonostante l'articolo uno della Costituzione che dichiara il lavoro a fondamento della Repubblica Italiana. E' come se il giudizio dei magistrati italiani ponesse a fondamento della Repubblica Italiana il diritto all'omicidio delle persone ad opera degli imprenditori.

Il diritto alla salute è un dovere per le Istituzioni.

Si tratta di un diritto imposto dalla società agli imprenditori e questi lo violano per rispondere alla pulsione di onnipotenza che l'educazione cristiana ha imposto loro.

La questione trattata da Marx è una questione assolutamente attuale: non solo fu oggetto di migliaia di rivendicazioni della classe operaia che spesso i magistrati, per perseguitare il bisogno di giustizia dei cittadini, chiamarono terrorismo, ma oggi la questione viene trattata anche da quella stessa destra che picchiava gli operai perché non volevano morire sui posti di lavoro.

Il 24 giugno del 2009 registriamo la seguente dichiarazione, del fascista oggi convertito alla democrazia, almeno formale, riportata da un giornale On-line:

Roma, 24 giu. - "Purtroppo la geografia e la configurazione del nostro tessuto imprenditoriale registra talvolta gravi inadempienze e ritardi culturali". In sala della Lupa a Montecitorio, in occasione della presentazione del rapporto Inail, Gianfranco Fini lancia l'allarme sulla "drammatica rilevanza" che ha assunto nel paese il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro.

E punta l'indice sui ritardi gravi e sulle inadempienze del mondo imprenditoriale: "Mancata applicazione della normativa antinfortunistica, incapacità di assicurare - esemplifica il presidente della Camera - efficienti e aggiornati programmi formativi per la prevenzione degli incidenti, salari non sempre adeguati al costo della vita, sottovalutazione del ruolo di denuncia dei sindacati".

Fini riconosce al capo dello Stato il merito di una "costante azione" di sensibilizzazione e denuncia di questa "piaga" e afferma: "è sempre più urgente rimettere al centro del dibattito il concetto di 'tutela della salute nel lavorò così da rendere la 'cultura della sicurezza' un elemento inscindibile rispetto a ogni tipo di prestazione lavorativa".

Avverte Fini: "L'infortunio sul lavoro non può essere considerato come una fatalità che irrompe all'improvviso e quasi casualmente nella vita lavorativa, come, cioè, una calamità che sopravviene dall'esterno, bensì deve essere considerato come la conseguenza statisticamente prevedibile della condizione in cui si svolge e organizza il lavoro".

Dove la stessa chiesa cattolica, dopo aver organizzato il massacro di ogni forma di rivendicazione dei diritti sociali, vuole usare gli infortuni sul lavoro, assieme all'insicurezza sociale che la precarietà del lavoro oggi produce, per rivendicare un proprio potere decisionale nelle scelte etiche della società (vedi le "omelie" dei vari parroci o vescovi cattolici a cui la RAI da ampio spazio ogni volta che ci sono morti sul lavoro).

Si passa dalla rivendicazione della sicurezza sul lavoro come diritto fondamentale espresso nel sistema di pensiero Marxista, a "chiedere la sicurezza sul lavoro" come strumento nelle mani della chiesa cattolica per imporre l'ideologia del dio padrone: di colui che priva i cittadini dei diritti fondamentali ed è il fondamento ideologico-pulsionale degli incidenti sul lavoro.

Esattamente quello che è successo per la pedofilia: dalla rivendicazione della società come diritto di fondare il proprio futuro senza subire stupri ad opera della chiesa cattolica e delle religioni rivelate in generale, all'uso della "persecuzione dei pedofili" (perché di persecuzione si tratta, dal momento che non vengono messe in discussione le strutture educative che producono la veicolazione sessuale nella pedofilia) al fine di sottrarre la chiesa cattolica alle sue responsabilità e dargli uno strumento con cui disarticolare la società civile nei suoi tentativi di costruire un nuovo e diverso futuro.

Non è un caso che nell'enciclica di Ratzinger "Caritas in veritate", si parli della sicurezza in fantomatiche e indefinite trasformazioni sociali, sia pur in termini generici, come terreno su cui la chiesa cattolica può organizzarsi per aggredire la società civile:

Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell'uomo e per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale.

Assistiamo, dunque, alla distruzione della rivendicazione Marxista. Mentre Marx registra il fenomeno, del quale non conosce l'origine pulsionale, la sua incidenza nella società e le dinamiche sociali stupendosi per la stupidità del "capitalista", il cristianesimo usa tale pulsione per conchiuderla all'interno delle proprie contraddizioni e alimentare il proprio potere sociale.

Il conflitto sociale relativo agli "incidenti" sul lavoro sarà permanente. Da un lato vedrà l'azione educativa del cristianesimo che imporrà ai ragazzi il delirio di onnipotenza, li separa dalla società e li costringerà a veicolare tale delirio nella prevaricazione spesso oltre il confine giuridico del lecito. Dall'altro lato ci sono le necessità della società civile che si darà leggi e norme per impedire l'esercizio indiscriminato del delirio di onnipotenza perché questo danneggia le relazioni sociali.

In questa contrapposizione si inserisce la chiesa cattolica che, una volta imposto il delirio di onnipotenza con cui danneggiare la società civile, aggiungerà la "carità" che imporrà ai "miserabili" affinché non rivendichino i diritti violati. I miserabili siano comprensivi nei confronti del padrone che ha tagliato loro le gambe o le dita.

"Servi siate sottomessi con ogni rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli che sono buoni o ragionevoli, ma anche a quelli di carattere intrattabile. Poiché piace a dio che si sopportino afflizioni per riguardo verso di lui, quando si soffre ingiustamente. Infatti che gloria vi è nel sopportare di essere battuti, quando si ha mancato? Ma se voi, pur avendo agito rettamente, sopportate sofferenze, questo è gradito davanti a dio. Anzi è appunto a questo che voi siete stati chiamati, perché Cristo pure ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme." Prima lettera di Pietro 2, 18-21

La lotta fra il diritto del dio padrone di far del male alle persone e il diritto dell'uomo nei confronti del dio padrone; è l'eterna lotta fra il BENE e il MALE!

La lotta fra il diritto del dio padrone di far del male alle persone e il diritto dell'uomo nei confronti del dio padrone; è l'eterna lotta fra la SCHIAVITU' e la LIBERTA'!

La lotta fra il diritto del dio padrone di far del male alle persone e il diritto dell'uomo nei confronti del dio padrone; è l'eterna lotta fra il campo di sterminio della "città di dio" e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.

La lotta fra il diritto del dio padrone di far del male alle persone e il diritto dell'uomo nei confronti del dio padrone; è l'eterna lotta fra la Costituzione della Repubblica e l'ideologia cattolica.

Marghera, 09 luglio 2009

     

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Tel. 3277862784

e-mail: claudiosimeoni@libero.it

I fondamenti dell'ideologia nazista e della distruzione dell'uomo

L'ideologia nazista è la stessa idologia ebrea e cristiana volta alla conquista del mondo. Per rintracciare i fondamenti dell'ideologia nazista dobbiamo leggere l'ideologia ebrea e cristiana. Non è importante se davanti a voi trovate le bandiere dei crociati di cristo, le bandiere a sei punte ebree o la svastica hitleriana. Hanno gli stessi propositi: il genocidio e la violenza per imporre il dio padrone e impedire alle persone di essere dei soggetti di diritto Costituzionale.