Oggettività e soggettività delle Idee

Teoria delle idee - Prima parte

Platone (427 a.c. - 347 a.c.)

di Claudio Simeoni

La Teoria della Filosofia Aperta

Che cos'è l'Idea

Platone nel Parmenide mette in atto una delle più straordinarie trasformazioni del pensiero filosofico del suo tempo. L'oggetto di indagine di Platone non è la realtà in cui vive, ma è quello di piegare la realtà in cui vive per soddisfare il proprio desiderio che la realtà sia ciò che egli vuole che sia.

Il desiderio di dominio della realtà messo in atto da Platone è qualche cosa di assoluto e di straordinario. Per Platone gli uomini non sono soggetti che vivono nel mondo, ma involucri vuoti. Pure forme prive di storia e di desideri che aderiscono a ciò che un padrone vuole perché il padrone può ed agisce attraverso gli uomini.

L'oggetto della filosofia di Platone non sono gli uomini, ma gli strumenti con cui dominare gli uomini.

La Teoria delle Idee di Platone risponde a questa esigenza.

Le "Idee" nel pensiero di Platone sono i mezzi attraverso i quali il potere, il dittatore, il demiurgo, il tiranno, il re, l'imperatore, impongono agli uomini che devono, di fatto, aderire a questa idea e solo aderendo a questa idea possono continuare a vivere. Solo morendo per l'"Idea" del re, dell'imperatore, del dio padrone, del Demiurgo, dell'Artefice, di Platone, gli uomini sono legittimati a continuare a vivere.

E' l'idea di "salvezza". Gli uomini sono dannati e si salvano solo se aderiscono alle idee. Quali sono queste idee? Quelle che il salvatore di turno, Platone, Socrate o Gesù, vogliono che queste idee siano affinché l'uomo si conformi ad esse.

Questa è l'essenza della rivoluzione filosofica di Platone e la Teoria delle Idee di Platone altro non è che realizzazione della legittimazione del controllo degli uomini. Una legittimazione del possesso degli uomini che sarà ulteriormente sviluppata da chi, prendendo il platonismo, costruirà l'immagine di Gesù.

Per analizzare la Teoria delle Idee come esposta da Platone nel Parmenide e messa in bocca a Socrate, iniziamo da una premessa che è in sé un falso e un inganno dialettico.

Nel Parmenide di Platone, Socrate, per parlare delle Idee parte dalla teoria delle idee e non dall'uomo che quelle idee manifesta. Questo è il primo inganno. Quando Socrate, se non nella sua fantasia prodotta da un desiderio patologico, ha mai visto o assistito o sperimentato a delle idee distinte da un corpo che quelle idee manifestava?

Già nella premessa fatta da Socrate, sta l'inganno. Un inganno il cui scopo è rendere l'uomo schiavo delle Idee e una volta che si convince l'uomo ad essere schiavo di un qualche cosa, lo si convince ad essere schiavo di qualunque cosa. In particolare di colui che detiene la gestione di ciò che lo rende schiavo.

Scrive Platone nel Parmenide:

«Accetto la tua versione - disse Socrate - e credo che sia come tu affermi. Ma dimmi una cosa: non credi che ci sia un'Idea in sé distinta di somiglianza e un'altra, ad essa opposta, che è l'Idea di dissomiglianza? Che di queste, che sono due, partecipiamo io, tu e tutte quelle realtà che chiamiamo molte? Che quelle che partecipano della somiglianza divengono simili per il fatto di parteciparne e nella misura in cui ne partecipano, e inoltre che quelle che partecipano della dissomiglianza divengono dissimili, mentre quelle che partecipano di entrambe hanno entrambe le caratteristiche? Ma che cosa c'è di strano, se tutte le cose partecipano di entrambi gli opposti, che quelle stesse cose siano per questa doppia partecipazione insieme simili e dissimili? Se infatti qualcuno dimostrasse che quelle cose, che sono simili in sé, divengono dissimili, o che quelle dissimili divengono simili, questo sarebbe straordinario. Invece non mi sembra affatto strano, Zenone, se ciò che partecipa di entrambi si rivela affetto sia dalla somiglianza sia dalla dissomiglianza. Nemmeno mi stupirei se qualcuno dimostrasse che tutto è Uno, perché partecipa dell'unità, ed è anche molti, perché partecipa della pluralità. Se invece dimostrasse che ciò che è Uno, proprio questo stesso è molti, e che ciò che è molti è Uno, di questo mi meraviglierei davvero.

Che cos'è un'idea per Platone?

Tutto ciò che un individuo è in grado di "pensare", e pertanto di parlare e trasmettere descrivendo, è un'Idea.

Per Platone l'Idea è l'oggetto di cui parliamo.

Quella che noi chiamiamo normalmente, la descrizione del mondo che viene fatta da un soggetto, per Platone era l'Idea di cui egli parlava.

Ciò che un individuo pensa il mondo, per Platone nel Parmenide è un'Idea del mondo.

La prima questione da tener presente e sulla quale noi concentriamo la nostra attenzione per poter ragionare della teoria delle Idee di Platone come esposta nel Parmenide è che l'Idea è tutto ciò che noi pensiamo.

Per parlare delle Idee Platone deve distinguere le Idee dal soggetto che manifesta quelle Idee.

Platone, ci può testimoniare l'esistenza di Idee distinte da un soggetto che le manifesta?

Platone ci può testimoniare che i contenuti di alcune Idee sono distinti dal soggetto che quelle Idee manifesta. Distinti, al punto tale che alcune di queste Idee sono degli oggetti in sé dei quali si può avere un'esperienza fisica? Lui non ha mai visto delle Idee al di fuori dei soggetti che le manifestano. L'Idea come soggetto che agisce in un mondo di oggetti quali sono i soggetti della Natura. Io, soggetto della Natura, penso il mondo in cui vivo. Pensando il mondo, io esprimo delle idee relative al mondo.

Io soggetto vivente, in quanto vivente, mi emoziono e in quell'emozione esprimo una relazione nel mondo. Questa relazione è la manifestazione dell'idea con cui vivo quella relazione.

Per Platone e la sua teoria delle Idee è, al contrario, l'Idea che abita me. E' l'idea che mi possiede e l'Idea è l'oggetto in sé che io riconosco.

Per questo motivo, nel discutere la teoria delle Idee di Platone dobbiamo stabilire se è il soggetto che manifesta l'Idea o se è l'Idea, come oggetto in sé che si manifesta nel soggetto. E' il soggetto che possiede l'Idea o è l'Idea che possiede il soggetto?

Da qui l'impossibilità di Platone di testimoniare un'idea distinguendola dal soggetto che tale Idea manifesta.

Pertanto, quando affrontiamo la questione delle Idee in Platone dobbiamo partire da una dimensione assolutamente arbitraria e in netto contrasto con la realtà vissuta.

Socrate nel Parmenide di Platone si chiede se il suo interlocutore non creda che ci sia delle idee simili e delle idee dissimili e che a queste idee partecipiamo "Io, tu e tutte quelle realtà che chiamiamo molte".

L'idea come oggetto esterno a cui "l'uomo" partecipa manifestando le caratteristiche proprie dell'Idea a cui partecipa.

Socrate nel Parmenide di Platone non trova nulla di strano se un individuo partecipa ad un'idea e all'idea opposta partecipando di fatto a tutte le caratteristiche. Le cose partecipano alle idee opposte e per questa ragione sono "insieme simili e dissimili". Sarebbe un fatto straordinario, afferma Platone per bocca di Socrate, se quelle simili in sé diventano dissimili e quelle dissimili, simili perché non ritiene strano se chi partecipa ad entrambe le idee, sia simili che dissimili, sia partecipe sia della somiglianza che della dissomiglianza.

Questo ragionamento conduce Socrate a dire nel Parmenide di Platone, che non si stupirebbe se qualcuno dimostrasse che il Tutto si può definire come Uno che è sia unità che partecipe di una molteplicità. Al contrario, dice Socrate nel Parmenide di Platone, si stupirebbe se qualcuno dimostrasse che ciò che è Uno in sé è nello stesso tempo molti in sé e che ciò che sono molti in sé siano anche Uno in sé.

Scrive Platone nel Parmenide:

«Lo stesso ragionamento vale per tutte le altre determinazioni. è giusto stupirsi se qualcuno dimostra che gli stessi generi e le Idee sono affetti in se stessi da queste opposte affezioni. Se invece dimostra che io sono uno e molti, e, per affermare la molteplicità sostiene che una cosa è il mio fianco destro, un'altra il sinistro, altro il davanti e altro il dietro, e così anche è diverso l'alto e il basso (infatti, credo di partecipare della molteplicità) e per affermare l'unità sostiene che tra noi sette io sono un singolo uomo, partecipe anche dell'unità (così ha dimostrato la verità di entrambe le affermazioni), allora che cosa c'è da stupirsi? Quando dunque qualcuno tenterà di dimostrare con questi esempi, pietre e legni e realtà simili, che le stesse cose sono molte e una, gli diremo che dimostra che ci sono le unità e le molteplicità, ma non che l'Uno è molteplice né che il molteplice è Uno, e che non dice nulla di straordinario, ma cose su cui tutti possiamo essere d'accordo.

Nel Parmenide di Platone, Socrate si stupisce se qualcuno dimostrasse che le idee sono affetti del soggetto, affetti in sé stessi e affezioni come razionalizzazione di insorgenze emotive proprie dell'individuo.

Nel Parmenide di Platone, Socrate si stupisce della realtà che può constatare perché, essendo tale realtà comune a tutti gli uomini (a noi sette), gli uomini devono aderire alla stessa realtà delle idee come il fianco destro, il fianco sinistro, l'avanti e il dietro partecipano all'unità dell'individuo. Uno, Socrate e molti, le sue parti fisiche. L'Uno, Socrate è pensante mentre, le parti fisiche, sono pensanti?

Quando qualcuno tenterà di dimostrare con gli insiemi che hanno delle qualità comuni "che le stesse cose sono molte e una" gli diremo che ha dimostrato solo che caratteri comuni sono espressi da più cose che necessariamente hanno un sostrato comune d'esistenza, ma non aderiscono a nessuna idea. La differenza e gli insiemi non dimostrano l'Uno, dimostrano solo gli insiemi di cose con caratteri comuni.

Per contro l'Uno non è un'idea. E non è nemmeno un oggetto al di fuori dell'uomo. L'immaginazione dell'Uno è un'idea, ma questa idea non è esterna all'uomo, ma è una proiezione soggettiva che fa Platone di sé stesso nell'Universo. Dal momento che ogni uomo pensa a sé stesso come unicità nell'Universo non può altro che pensare ad un Uno assoluto che è un sé stesso nell'Universo. L'Uno è tale perché l'uomo, il singolo individuo, si pensa come Uno. Poi, che per evitare il delirio soggettivo, Platone, attraverso il Parmenide, affermi che l'Uno è il Tutto dell'esistente, possiamo convenire di chiamare il Tutto, Uno, ma non possiamo negare che l'idea di Uno non è esterna a noi stessi, ma è un'affezione che noi facciamo nel mondo e che nasce da una proiezione di noi stessi.

L'idea dell'Uno nasce dal fatto che il singolo uomo pensa a sé stesso come un'unità, un Uno, e che tutto l'esistente venga fagocitato con la fantasia per essere annoverato in un Uno che altro non è che il soggetto che proietta sé stesso. Data questa premessa, quest'uomo sfugge all'accusa di delirio affermando che lui, col termine "Uno", intende il Tutto. Sta di fatto che lui, come singolo uomo, proietta il suo pensare il mondo che chiama "Idea", mentre l'Uno non pensa il mondo e non proietta nulla nei confronti del singolo uomo.

Scrive Platone nel Parmenide:

Qualora invece, come io dicevo prima, cominciasse a porre separatamente le Idee una per una, come la somiglianza, la dissomiglianza, il molteplice, l'Uno, la quiete, il movimento e tutte le altre Idee simili, e poi dimostrasse che in se stesse sono tali da mescolarsi e separarsi, allora sì, Zenone, sarei ammirato e stupito.

Platone fa dire a Socrate nel Parmenide che le Idee, elencate separatamente, una ad una, come simili, diverse e molteplici, il movimento e la stasi e dimostrasse che quelle Idee, in sé stesse, sono tali da mescolarsi e separarsi, creerebbe stupore e ammirazione.

Ma allora perché non elencare gli uomini che manifestano quelle idee simili, diverse e molteplici di movimento e di stasi e mescolare insieme quegli uomini in modo da costruire un insieme sociale che manifesti una diversità di intenti e di soluzioni di problemi sociali?

Perché è più facile per Platone trattare con un oggetto senza coscienza, un modello, come le Idee, che riempie del significato che nella sua testa ha quell'Idea, piuttosto che trattare con gli uomini che quelle idee manifestano e costruire degli insiemi sociali diversificati che affrontano da punti di vista diversi la realtà vissuta.

E' la differenza che c'è fra assolutismo e democrazia.

L'Idea come oggetto in sé che si impone uguale su tutti gli uomini e tutti gli uomini che hanno idee e che manifestano come soggetti viventi.

Scrive Platone nel Parmenide:

«1 tuoi argomenti, a mio avviso, sono trattati con molto vigore, ma, come ho detto, preferirei di gran lunga ammirare uno che sappia affrontare questa stessa aporia, che è innervata in modo multiforme nelle stesse Idee, anche per gli oggetti colti con la ragione così come tu hai fatto per la realtà sensibile».

Il passaggio è breve. Se l'oggetto che tratto è un'idea dell'oggetto che mi giunge, qualunque cosa io posso pensare è un'Idea che mi giunge. Se penso al tavolo, non è che io chiamo l'oggetto che mi rientra sotto i sensi "tavolo", ma è perché esiste l'Idea del Tavolo che giunge a me e che io adatto a quello specifico oggetto. L'idea è indipendente dall'oggetto e precede l'oggetto che non può esistere senza l'Idea che ne preceda la sostanza.

Con questo meccanismo, qualunque cosa io penso, deve essere reale perché altrimenti io con la penserei. L'Idea che mi giunge rappresenta un oggetto al di là che io lo verifichi con i sensi o lo argomenti con l'intelletto.

Si tratta degli elementi fondamentali dell'ontologia dove l'Uno non viene immaginato come reale, ma dal momento che io sono UNO e che nel mio essere Uno esiste l'idea dell'Uno e dal momento che io sono tutto me stesso, tale idea deve nascere a un modello che è l'Uno universale e che giustifico con il Tutto.

Solo che io rimango sempre io e l'Uno che immagino è parte del mio delirio di onnipotenza.

Scrive Platone nel Parmenide:

«Socrate, sei degno di essere ammirato per lo slancio che metti nei discorsi. Ma dimmi: tu davvero, per un tuo convincimento, le poni separate, come dici, da una parte le Idee in sé, dall'altra le cose che di esse partecipano? E ti sembra veramente che ci sia una somiglianza in sé separata da quella che è in noi, e che questo valga anche per l'unità, la molteplicità e per tutte quelle determinazioni che hai ascoltato or ora da Zenone?».
«A me sembra di sì» disse Socrate. «E anche per realtà come l'Idea in sé di giusto - chiese Parmenide - di bello, di buono e così via?».
«Sì» rispose.

Una dottrina, un sistema ideale, non comporta nessuna difficoltà se non quando i suoi presupposti e le sue conclusioni cozzano contro i dati di realtà. I dati di realtà sono i dati che appartengono alla vita delle persone, dei pensatori, e non quelli che sono le interpretazioni personali dei pensatori. La realtà è ciò che è, non ciò che voglio che sia. La mia interpretazione della realtà è il mio abitare quella realtà, non è l'oggetto realtà in sé. Io, come soggetto del reale, vivo una realtà, non determino la realtà. Per questo l'Idea di "giusto" è l'Idea che io proietto sulla realtà del mondo e non è la realtà del mondo che manifesta tale modello di "Idea" nei miei confronti.

Davvero, chiede Zenone a Socrate nel Parmenide di Platone, separi l'idea dell'oggetto dall'oggetto che la manifesta? E questo vale anche per le cose astratte? Come il brutto, il cattivo, l'ingiusto, l'abominio, il crudele? Si tratta di "Idee", l'idea di malvagio, l'idea di cattivo, l'idea di ingiustizia, l'idea di crudeltà, come i loro opposti, che secondo Socrate nel Parmenide di Platone, sono idee separate da noi.

Il tavolo ricade sotto i miei sensi ed io formulo l'idea del tavolo. Proietto l'idea del tavolo e immagino che tutto quanto io manifesto nel mondo sia rappresentato da un modello oggettivo come un tavolo perché lo esprimo mediante un insieme di parole che riassumono una mia immagine che, nell'immaginario del mio interlocutore, giunge come un'idea. Nel momento stesso in cui il mio interlocutore poggia il suo bicchiere sul "tavolo" e io dico "questo è un tavolo" nel mio interlocutore cessa di agitarsi l'immagine che io gli ho trasmesso mediante le mie parole con cui definivo il "tavolo" per integrarsi e sostituirsi con la sua esperienza di "tavolo". Tutto ciò che io vivo come azioni nel mondo viene interpretato mediante la mia esperienza e la mia cultura e viene definito mediante parole che giungono al mio interlocutore sotto forma di "una mia idea di…". Un'idea che fuori di me costruisce il modello di rappresentazione per la mia azione, per ciò che penso, per il mondo che descrivo. Un mondo che ho descritto, dopo averlo emotivamente vissuto, ma che al mio interlocutore appare come una descrizione che ha diretto le mie emozioni che hanno vissuto il mondo.

La mia descrizione del mondo, le mie "Idee" del mondo, prodotte dal mio vivere emotivamente il mondo, nel mio interlocutore appaiono come il soggetto che ha diretto le mie emozioni. Il mondo che io ho vissuto viene capovolto nel mio interlocutore perché dall'orizzonte del mio interlocutore è sparita la mia esperienza con cui io ho vissuto il mondo. Sono sparite le mie emozioni e sono sparite le modificazioni che le mie emozioni hanno prodotto dentro di me. Al mio interlocutore è giunto solo il riassunto verbale della mia trasformazione e quel riassunto viene inteso dal mio interlocutore come se questo fosse il riassunto delle mie "idee" del mondo. Il mio interlocutore, trovando delle assonanze in sé stesso della mia descrizione del mondo e annullando l'esperienza emotiva del suo divenuto nel mondo, individua un'impronta comune nella mia descrizione del mondo e afferma che quell'impronta comune è un "modello" di "Idea" che è entrata dentro di lui.

Il bello non è tale perché attiva la comune struttura libidica di ogni uomo, ma è un modello, un oggetto in sé, un'"idea" che entra e controlla l'uomo. Gli uomini non sono così perché da miliardi di anni desiderano, ma sono così perché aderiscono al modello di desiderio che è l'"Idea" a cui essi aderiscono. Per Socrate, nel Parmenide di Platone non è la struttura libidica dell'uomo che lo porta a definire "bello" o "giusto" la condizione incontrata, ma è la condizione incontrata che agisce come un modello esterno a cui l'uomo aderisce.

Scrive Platone nel Parmenide:

«E che, anche l'Idea di uomo separata da noi e da tutti quanti noi siamo, l'Idea in sé di uomo o di fuoco o di acqua?».
«Spesso mi sono trovato in difficoltà - rispose - a proposito di questi dati, se bisogna considerarli come quelli precedenti o no».

Se sono le idee i modelli della realtà in cui viviamo, tutto deve essere ricondotto a quei modelli. C'è un modello di uomo? C'è un'idea di fuoco? C'è un'idea di acqua? Ma se noi non vivessimo, avremmo l'idea di noi stessi che non vivono? Se noi non avessimo mai conosciuto l'acqua, avremmo un'idea di acqua? Se noi non avessimo mai avuto l'esperienza del fuoco, avremmo avuto l'esperienza del fuoco?

Non serve essere bruciati per avere l'esperienza del fuoco e non è necessario annegare per avere l'esperienza dell'acqua. Quelle esperienze sono collettive e comunicate di generazione in generazione, non esiste un'idea dell'acqua o un'idea del fuoco. Esiste un'esperienza, diretta o indiretta, dell'acqua o del fuoco che viene trasmessa di generazione in generazione. Io mi faccio un'idea dell'acqua o del fuoco, non esiste un'idea oggettiva, ma esiste un oggetto in sé che mi si presenta mediante i suoi fenomeni.

Scrive Platone nel Parmenide:

«E allora, Socrate, sei incerto anche a proposito di quelle realtà che sembrano ridicole, come capelli, fango, sporcizia o altro privo di importanza e valore, se cioè bisogna o non bisogna ammettere per ognuna di queste un'Idea separata, diversa da quanto noi trattiamo con le mani?».
«No! - ribatté Socrate -. Io credo Invece che quelle cose che vediamo esistano così come le vediamo mentre mi sembra un po' assurdo credere che vi sia una qualche Idea di queste. In verità a volte mi ha turbato il pensiero se questo discorso non fosse applicabile a tutte le realtà. Quando però mi soffermo su questa opinione, subito me ne allontano per il timore di vedermi cadendo in un abisso senza fondo di chiacchiere. Allora, rifugiatomi tra le realtà di cui prima dicevamo esistere le Idee, lavoro impegnandomi su queste».

O la realtà è manifesta dalle idee, e allora devono esserci idee di ogni cosa che appare all'occhio umano, oppure l'occhio umano, l'individuo a cui l'occhio appartiene proietta le idee che costruisce sul mondo ed avendo dei caratteri comuni a tutti gli uomini (tutti gli uomini hanno la medesima, con poche varianti, capacità di guardare e definire la forma del mondo), tutti gli uomini interpretano, con qualche sfumatura diversa, i fenomeni che si presentano nell'oggettività. Dal momento che gli uomini sono corpi desideranti con due occhi, due gambe, ecc. che nel mondo agiscono in modo simile, simile è il loro modo di pensare e descrivere il mondo in cui vivono.

"Le cose che vediamo esistono come noi le vediamo", dice Socrate nel Parmenide di Platone. Il che significa, per coerenza, "le cose che non vediamo non esistono e nemmeno, non avendo dati, possiamo immaginarne l'esistenza".

L'abisso senza fondo di chiacchiere si ha quando si afferma una realtà oggettiva senza fenomeni concreti, visibili o che alimentino i nostri desideri. Per affermare qualche cosa che privi l'uomo delle sue determinazioni e dell'uso della sua volontà nel mondo.

E qui va detto, o il mondo è fatto da Idee o le Idee sono solo per alcuni contenuti e non per altri.

Scrive Platone nel Parmenide:

«Certo, Socrate, sei ancora giovane, - disse Parmenide - e la filosofia non ti ha ancora preso come, a mio avviso, ti prenderà il giorno in cui non disprezzerai più nessuna di queste realtà. Ora invece, a causa della tua età, tieni in considerazione le opinioni degli uomini».

Questo atteggiamento è criticato da Parmenide nel Parmenide di Platone che lo considera infantile perché Platone disprezza delle realtà non degne di essere rappresentate da idee.

Scrive Platone nel Parmenide:

Può l'Idea essere separata da sé o divisa in parti?
«Ma dunque, rispondimi. Ti sembra, come dici, che vi siano alcune Idee, di cui tutte le altre realtà partecipano e da cui traggono il nome, per cui, ad esempio, partecipando alla somiglianza divengono simili, alla grandezza grandi, alla giustizia ed alla bellezza giuste e belle?».
«Certo» disse Socrate.

Parmenide di Platone afferma l'esistenza di Idee alle quali tutte le realtà partecipano e da cui trarrebbero il nome. Se sono simili si chiamano "simili", e proprio perché si definiscono "simili" devono essere necessariamente simili in quanto si chiamano simili. L'Idea di simile dà il nome "simile" e il nome è tale perché nell'individuo l'"Idea" di "simile" ha costretto l'individuo ad aderirvi. Se partecipano all'idea di grandezza si chiamano "grandi" se partecipano alla bellezza si chiamano "belle", se partecipano alla giustizia si chiamano "giuste". La qualità diventa nome dell'"idea" che definisce l'oggetto finendo per essere il nome dell'oggetto che si rappresenta nella mia testa. Ciò che è "giusto" dell' "Idea", diventa giusto a prescindere. Ciò che è "grande" nell'"Idea" è grande a prescindere. Ciò che è "piccolo" nell' "Idea" è piccolo ap prescindere.

Il punto è che non sono giuste e pertanto partecipano formando la giustizia, e nemmeno coinvolgono il desiderio delle persone per essere definite "belle", non sono rispetto a cosa per essere definite "grandi" e non assomigliano a qualche cosa per essere definite "simili". "Grandi", "simili", "belle" in Platone non sono attributi, ma nomi propri di "Idee".

Sono "simili" per definizione, dunque, devono essere simili. Sono "belle" per definizione, e dunque devono essere belle. Sono giustizia per definizione e dunque devono essere "giuste". Sono belle, per definizione e dunque devono essere belle.

Solo che non esiste l'idea del bello, del giusto, del simile e del grande come non esiste un'oggettività, chiamata "idea" del piccolo, del brutto, dell'ingiusto o del dissimile. Considerare "piccolo", come nome proprio, lo si può fare soltanto considerando "grande" come nome proprio.

Io, o Socrate, o Parmenide, o Platone, sono il metro di misura delle cose che penso più grandi di me o più piccole di me; giuste o ingiuste per me; belle o brutte per i miei bisogni; simili o dissimili rispetto a ciò con cui li paragono.

Scrive Platone nel Parmenide:

«Dunque, ciascuna realtà che partecipa, partecipa di tutta l'Idea o solo di una parte? O c'è un qualche altro modo di partecipare diverso da questi due?».
«E come potrebbe esserci?» rispose.
«L'intera Idea ti pare dunque presente in ciascuno dei molti, rimanendo una, o come altro?».
«In effetti, Parmenide, che cosa impedisce - disse Socrate - che sia una?».
«Sarà dunque una e identica nei molti, presente nella sua integrità nello stesso tempo in realtà molteplici e separate: ma così sarà separata da se stessa».
«Non è così - ribatté -. Basta che, come il giorno uno e identico è presente contemporaneamente in molti luoghi e non è affatto separato da sé, così anche ciascuna delle Idee sia una e identica nello stesso tempo in tutte le cose»,
«Socrate - riprese -, tu poni tranquillamente una stessa unità insieme in più luoghi, come se, avendo coperti con un velo molti uomini dicessi che è uno e intero sui molti: non è forse questo che volevi dire?».
«Può darsi» egli ammise.
«Il velo, dunque, sarà intero su ciascuno, o sarà una parte su uno e un'altra parte su un altro?».
«Una parte».
«Allora, Socrate, le Idee stesse sono divisibili e le cose che ne partecipano, partecipano di una parte, e in ogni oggetto non ci sarà più un'intera Idea, ma una parte».
«Così appare».

La stessa idea non è un oggetto in sé che si impone ai soggetti, ma si divide per i soggetti che l'idea coinvolge. Gli uomini che partecipano al giorno come idea, partecipano alla medesima idea di giorno ma ognuno con la sua parte.

Rimane la questione in sospeso: il giorno è lo stesso giorno per ognuno?

Gli elementi dell'oggettività per la cui manifestazione noi diciamo "giorno" sono elementi oggettivi per tutti gli uomini, o sono altrettante "Idee" che si impongono agli uomini ad ognuno con la sua parte?

Certamente il Sole è il medesimo soggetto per ognuno, ma ogni uomo vede più o meno luce di una realtà che anziché essere oggetto in essere viene trasformata in un'idea per cessare di essere una realtà e trasformarsi in un'astrazione, in un'idea. Solo che il giorno, per quanto poco, ricade sotto i miei sensi e lo stesso vale per un velo che copre molti uomini. Io sono coperto da una parte di velo, ma che il velo sia lo stesso per ogni uomo come oggetto in sé è opinabile quanto che gli uomini siano un solo uomo che viene diviso per tutti gli uomini.

L'idea di uomo è divisibile per tutti gli uomini? E l'idea dell'uomo con il naso storto, è divisibile per tutti gli uomini o solo per gli uomini con il naso storto e gli altri che non hanno il naso storto, sono uomini? Non partecipano all'idea di uomo?

Perché costruire l'idea di un insieme se l'insieme è costruito da un infinito numero di micro soggettività? Io costruisco un insieme e di quell'insieme definisco delle categorie. Quelle categorie sono idee solo nella misura in cui io le penso e le definisco. Ma se io non le penso e non le definisco non esistono nemmeno le idee, ma esistono gli oggetti che io voglio definire come idee.

Lo stesso vale per la malattia mentale: l'effetto è un'idea o è una manifestazione del soggetto che inserisce delle categorie mentali che appartengono a lui e solo a lui?

Perché accettare che l'idea sia divisibile anziché affermare l'esistenza di un numero infinito di categorie che costituirebbero un numero infinito di idee?

Scrive Platone nel Parmenide:

«Accetterai quindi, Socrate, di dire che l'Idea, che è una, sarà per noi veramente divisibile e che sarà tuttavia una?».
«Assolutamente no» rispose". «Osserva, infatti - disse- Se dividi la grandezza stessa in parti e se ciascuna delle molte cose grandi è grande per una parte di grandezza più piccola della grandezza in sé, allora tutto questo non apparirà assurdo?».
«Senz' altro» affermò.
«E allora ogni cosa, che riceva una parte piccola dell'uguaglianza, sarà uguale a qualcosa d'altro per il possesso di una parte che è minore della stessa uguaglianza»,
«Impossibile».
«Ma supponiamo che qualcuno di noi abbia una parte della piccolezza: questa, in quanto tale, sarà più grande della sua parte; così la piccolezza in sé sarà più grande. Inoltre, se questa parte tolta alla piccolezza la aggiungiamo a qualcosa, questo diverrà più piccolo e non più grande di prima».
«Questo non può avvenire» disse. «Allora, secondo te, Socrate, come partecipano delle Idee le altre realtà, se non possono partecipare né per una parte né per l'intero?».
«Per Zeus! - esclamò -. Non mi sembra facile definirlo in qualche modo».

Piccolezza o grandezza per Platone sono nomi che definiscono le cose, non metri con cui misurare e confrontare.

La difficoltà di Platone è il furto con destrezza.

Derubare i soggetti del mondo di parte dei soggetti del mondo attribuendo l'oggetto rubato ad una diversa proprietà comporta delle giustificazioni sempre inappropriate. Tutto diventa incerto. Le giustificazioni adottate da Platone si adattano ad alcuni oggetti del pensiero umano, ma non ad altri. Gli altri, a cui non si adattano, sono oggetti del reale dai quali nascono le astrazioni messe in atto dai soggetti nell'interpretazione personale del loro essere nel mondo.

In questo modo Platone si rende conto che quando egli definisce un'"Idea" questa è composta da un numero infinito di variabili che possono essere considerate a loro volta o singole "idee" o parte di un'"Idea" più ampia. Ma non prende in considerazione, dal punto di vista dell'assolutismo aristocratico che l'"Idea", presa in considerazione, altro non è che il minimo comune denominatore di quanto, sull'argomento che chiama "Idea", esprimono un numero infinito di uomini che con la loro soggettività qualificano di volta in volta questo o quell'aspetto di un medesimo insieme.

La difficoltà di Platone di voler oggettivare ciò che è soggettivo appare come ingiuriosa e offensiva.

Appunto, voler rubare la soggettività della vita con cui gli uomini abitano il mondo.

Le "altre realtà" sono a loro volta "Idee" o sono oggetti diversi dalle "Idee"?

L'uomo partecipa all'Idea di uomo o l'uomo per il fatto di vivere manifesta l'idea di uomo?

L'uomo esiste perché esiste l'idea o è l'idea che consente all'uomo di esistere?

L'uomo è divenuto come soggetto nel mondo o l'Idea di uomo ha portato l'uomo in essere nel mondo?

La dittatura e la democrazia hanno alla loro base questa discriminante.

Il dittatore, il dio padrone, il re, la monarchia, possiedono l'uomo in quanto l'uomo è l'oggetto manifestato dall' "Idea" dell'Artefice, del Demiurgo, del dio padrone; l'uomo manifesta le sue idee sull'esistenza divenendo, come soggetto in quanto uomo, mediante trasformazioni ed adattamento soggettivo ponendo le proprie basi per le trasformazioni future?

Le "idee" sono il mezzo razionale con cui l'uomo descrive la propria conoscenza del mondo o sono i modelli oggettivi a cui l'uomo deve aderire perché controllati da un potere esterno?

Marghera, 28 marzo 2017

NOTA: Le citazioni del Parmenide di Platone sono tratte da "Platone – tutti gli scritti" a cura di Giovanni Reale traduzione di Maurizio Migliori edito da Bompiani Editore edizione 2014

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La Teoria della Filosofia Aperta

Le idee si presentano alla ragione come dei lampi intuitivi. Illuminano per un attimo la ragione e poi tendono a sparire annullate da una ragione che tende a riprendere il controllo sull'individuo. Le idee sono un'emozione che insorge con violenza dentro di noi e modifica la nostra descrizione del mondo, una descrizione che la ragione tende a ripristinare ma che l'emozione ha definitivamente compromesso. Una nuova descrizione, una nuova filosofia emerge dentro di noi e noi, qualunque sia il nostro grado di cultura, dobbiamo comunque confrontarla con la cultura del mondo in cui viviamo.