FEDERAZIONE PAGANA

PRESENTA DAL LIBRO:

LA TEORIA DELLA FILOSOFIA APERTA



ARTHUR SCHOPENHAUER




LA REAZIONE ALL'IDEALISMO


1) Schopenhauer reagendo all'idealismo, nega l'identità tra realtà e razionalità, e sostiene che la realtà è un continuo processo irrazionale, privo di meta finale. La filosofia, poi, deve avere come punto di partenza l'esperienza.

2) Egli accusa l'idealismo di non aver compreso il vero significato e la fondamentale importanza della contrapposizione fra fenomeno e noumeno, tra apparenza e realtà, e di essere passato alla inconoscibilità del noumeno alla sua eliminazione e alla spiritualizzazione di tutta la realtà.



Se un filosofo desidera vedere tutta la realtà dal punto di vista "spirituale" per quel che mi riguarda non ho nulla da eccepire nella misura in sui egli, trasformatosi in Comando Sociale, non imponga la visione "spirituale" della realtà costringendomi ad aderire alla sua visione. D'altronde un Essere Umano non sempre può afferrare tutta la realtà nel suo insieme, spesso ci si illude di farlo, l'importante è che la visione venga divulgata, spiegata, entri a far parte delle contraddizioni dell'esistente, ma non venga imposta mediante l'uso delle armi se non come momento di liberazione da costrizioni effettive.


Appare evidente come Schopenhauer reagisca a uno stato di essere del pensiero del suo tempo, ciò nonostante è necessario confutare una serie di affermazioni in quanto la non confutazione equivale a lasciar girare un'affermazione come una mina in mezzo al mare.

Sottoscrivo la negazione dell'identità tra razionalità e realtà. Come già detto la razionalità è l'operazione della ragione di mettere ordine nel mondo circostante, razionalizzarne gli elementi, cercare di elencarli, mettere ordine nelle relazioni che la ragione stessa ha individuato. Non esiste identità non solo fra razionalità e realtà, ma nemmeno fra razionalità dell'individuo e realtà dell'individuo stesso. L'individuo è un processo in divenire, in trasformazione continua e alla sua ragione si aggiungono in continuazione dati, elementi, cose che la portano a modificarsi e a modificare il suo giudizio nei confronti del mondo circostante.

Ciò che non sottoscrivo è che la realtà sia un processo irrazionale privo di meta. Questo appare soltanto a chi non ha una meta, a colui che non si è trasformato guardando la realtà. La razionalità di un individuo è un processo in formazione e quando l'individuo esce dalla sua razionalità si trova immerso nel caos. La prima reazione dell'individuo è quella di mettere ordine in quel caos, non quella di diventare caos. Il tentativo di mettere ordine nel caos (che in pratica equivale ad elencare tutti gli elementi del caos e tutte le relazioni del caos stesso) portano l'individuo ad una forma di pazzia e di schizofrenia. La razionalità di un individuo può contenere una certa quantità di dati, non può mettere ordine nella totalità dell'esistente. Questi sono i limiti della ragione. Quando l'Essere Umano travalica i limiti della ragione e si trova a dover affrontare il caos, non deve mettere ordine nel caos ma deve limitarsi a respirarlo, a guardarlo, a udirlo senza emettere giudizi. Soltanto in questo modo l'Essere Umano può affrontare la realtà intesa come relazione fra noumeni. Se l'Essere Umano tenta di mettere ordine in quanto vede ottiene l'unico scopo di smarrirsi. La ragione deve essere ampliata e modificata, ma attraverso un lento processo che, partendo dal momento in cui l'Essere Umano decide di forzarne i margini, cambi direzione aggiungendo nuovi dati. Ma lentamente, fagocitando dato dopo dato, nozione dopo nozione, realtà dopo realtà. Solo così l'individuo può espandere la ragione, solo col silenzio della ragione l'Essere Umano può affrontare la realtà noumenica. La realtà noumenica non è un processo irrazionale, obbedisce alla razionalità propria dei noumeni della realtà. Il fatto che l'Essere Umano possegga una razionalità questa non è dio, non è il derivato di un creato ma è il divenuto delle trasformazioni della specie dell'Essere Umano. La razionalità dell'Essere Umano è la razionalità dell'Essere Umano non è la razionalità dei noumeni della realtà. Non sempre le razionalità si incontrano e interagiscono, spesso l'interazione all'interno della razionalità avviene attraverso dei fenomeni più o meno descrivibili da parte della razionalità stessa. La relazione fra noumeni non trova quasi mai un riscontro all'interno della ragione (o della razionalità) se non come elencazione fenomenologica dove il numero dei fenomeni descritti da parte della ragione è legato all'ampiezza della ragione del singolo individuo. La realtà segue il proprio fine ed è lo stesso fine dell'Essere Umano: tende ad espandersi nell'esistente. Il sistema che usa per espandersi è funzionale alla realtà e alla "razionalità" dei singoli noumeni. La negazione di questo può avvenire soltanto se l'Essere Umano si ritiene Essere perfetto creato da un dio perfetto.

L'inconoscibilità o la conoscibilità del noumeno come oggetto dipende dalle capacità di trasformazione del singolo individuo, dal suo forzare i limiti della ragione, dalla sua capacità di sospendere il giudizio e, ancora, non si può avere la certezza di comprendere il noumeno fintanto che l'Essere Umano non riesce a vedere il mondo attraverso gli occhi del noumeno.



IL MONDO COME RAPPRESENTAZIONE


1) il mondo come si mostra alla conoscenza è fenomeno , "non esiste se non come rappresentazione, cioè sempre e soltanto in rapporto ad un altro, a chi lo rappresenta, che è l'uomo stesso".

2) Esso è rappresentazione soggettiva di un oggetto: "tutto ciò che esiste per la conoscenza, cioè tutto questo mondo, è soltanto oggetto in rapporto al soggetto, intuizione di chi intuisce: in una parola rappresentazione".



Non è che il mondo si mostra alla conoscenza sia fenomeno, ma è la conoscenza (io preferisco Coscienza) dell'individuo che non è in grado di relazionarsi col mondo se non attraverso i fenomeni che ella individua attribuendoli al mondo stesso. Il mondo esiste in sé! La relazione del soggetto col mondo è opinabile non tanto per la mancanza della presenza dei noumeni (del soggetto e del mondo) sulla scena della relazione, ma dagli impedimenti posti dalla Coscienza nell'afferrare l'oggettività, dai suoi limiti, dal suo divenuto, dai suoi interessi, dai suoi bisogni, dalle sue necessità! La rappresentazione che il soggetto ha del mondo non è la rappresentazione, ma una rappresentazione o funzionale al soggetto o imposta al soggetto. Oltre a quella rappresentazione esistono altre rappresentazioni e, anche se non è dimostrabile con certezza, con certezza, spesso assistiamo a dei fasci di fenomeni non corrispondenti alla razionalità individuale: folli! Tali comunque da permetterci di ipotizzare altre forme di ragione (o ragioni tanto diverse da ritenersi estranee) anche se probabilmente meno funzionali al divenire umano.

Appare evidente come non potendo relazionarsi con l'universo in sé ci si relaziona con quella parte di fenomeni descrivibili e funzionali all'essere stesso che chiamiamo ragione. Per il soggetto il mondo è un insieme di fenomeni, almeno fin quando il soggetto viene educato a rapportarsi col mondo come fino ad oggi è avvenuto, ma il mondo non è rappresentazione, il mondo è realtà. Come realtà ha il proprio fine, le proprie trasformazioni e il proprio divenire. Proprio le trasformazioni e il fine della realtà possono comprendere e relazionarsi col divenire e il fine dell'Essere Umano che soltanto così può realizzare il proprio divenire e il proprio fine.



LE FORME A PRIORI DELL'INTELLETTO.



1) Nell'intelletto, che è una funzione intuitiva e immediata, grazie alle forme a priori dello spazio, del tempo e della causalità, "si presenta il mondo oggettivo e reale, che riempie lo spazio in tre dimensioni, il mondo che muta nel tempo, secondo la stessa legge di casualità e si muove nello spazio"

2) Dall'unione di spazio e tempo risulta la materia, cioè la possibilità dell'esistenza simultanea e della durata.

3) La materia reca l'impronta dello spazio e del tempo, perché ha la sua essenza nella loro unione.

4) Ma la forma dell'intelletto più generale e più essenziale è la legge di casualità, secondo la quale alla causa tiene dietro l'effetto.


L'intelletto, come usato da Schopenhauer, è la capacità dell'Essere Umano di leggere la realtà: elencarla. L'ampiezza intellettuale di un Essere Umano si misura soltanto dalla quantità di fenomeni attraverso i quali egli costruisce il giudizio. Non è una capacità intuitiva. L'Essere Umano intuisce la realtà del circostante attraverso tutto sé stesso, non attraverso questo o quell'elemento dell'Essere. Inoltre l'Essere si relaziona, attraverso la sua noumenia, con la noumenia dell'esistente, ma alla ragione emergono relazione fra fenomeni. Fenomeni attraverso i quali la ragione cerca la causa. A mano a mano che la ragione amplia i suoi confini le cause per cui nascono i fenomeni sono diverse e maggiori. L'intuizione della realtà avviene attraverso l'Essere, soltanto la parte fenomenologica che entra a far parte della ragione viene pensata attraverso l'intelletto.


Il mutamento nel tempo avviene e le cause lo producono, ma non dimentichiamo che le cause sono obbedienza a necessità. E' la necessità causa prima delle cause cui tutto l'esistente tende ad adeguarsi. Alla causa segue il fenomeno, in realtà alla causa segue la causa che precede, seguendo la causa. L'Esistente è causa. Tutti i fenomeni, nel momento in cui raggiungono il soggetto diventano causa atta a modificare il soggetto stesso. La causa è preceduta e seguita dalla causa. Diventa soggettiva la divisione in cause e fenomeni. L'unica cosa ammissibile è la relatività attraverso la quale percepiamo le cause e i loro fenomeni, di conseguenza, non riuscendo a giungere alla radice del complesso sistema di fenomeni cui siamo sottoposti, e del complesso di cause atte a produrre tali fenomeni, siamo costretti a produrre una divisione. Il pericolo nella divisione sta proprio nella divisione stessa.

Se io dico che una data causa produce quel fenomeno, circoscrivo il fenomeno alla causa quale origine prima del fenomeno. Tendo a chiudere la ricerca, attraverso il fenomeno alla causa prodotta. In realtà anche quella causa è fenomeno di altra causa e dunque la ricerca della causa va continuata. La causa è fenomeno e causa allo stesso tempo ed io non mi posso permettere il lusso di una distinzione pena il pericolo di fermare la ricerca delle catene causa-effetto. La causa è fenomeno della necessità e necessità è la forza attraverso la quale l'universo, e quanto in esso contenuto si trasforma. La causa è dunque fenomeno di necessità e a causa segue causa. Nel risalire la catena delle cause ogni tanto devo fermarmi a costruire il giudizio di necessità attraverso il quale poter vivere, ma il giudizio di necessità è un giudizio tattico, funzionale alla ragione nell'affrontare il proprio quotidiano, in realtà alla causa devo cercare la causa della causa prodotta dalla causa qualora decida di fondare il giudizio. Volendo potremmo dire che la causa è costituita dal continuo adattamento dell'esistente a quanto l'esistente incontra mentre l'incontrato tende ad adattarsi continuamente. L'universo è continuo adattamento e questo è causa atta a produrre cause sia nell'infinitamente piccolo che nell'infinitamente grande e complesso.

L'adattamento è causa e come tale è mutamento e, il mutamento, è scandito dal tempo. Il tempo dunque non esiste se non come misura umana di intervallare mutamenti predeterminati. In assoluto esiste soltanto il mutamento che avviene nello spazio. In qualunque spazio le condizioni del mutamento siano possibili.

La materia non risulta dallo spazio e dal tempo. La materia, come da Schopenhauer intesa esiste in sé all'interno dello spazio e subisce mutamenti misurabili in termini di tempo. Lo spazio viene percepito in quanto la materia all'interno di esso si è modificata e continua il processo di modificazioni. Lo spazio esiste in sé, vuoto e inconscio e la sua esistenza e la sua vuotezza hanno reso possibile l'esistenza della materia e le sue trasformazioni.

La materia reca l'impronta dei suoi mutamenti; e soltanto di essi!

La materia si trasforma in continuazione all'interno dello spazio; usa tutto lo spazio che le è necessario per le sue trasformazioni; usa tutti i mutamenti possibili ed immaginabili per effettuare le proprie trasformazioni. E' l'Essere Umano che guarda il mondo in cui vive e non lo spazio. Se io fossi Spazio e, come Spazio fossi Cosciente di Essere spazio, non sarei più spazio perché quello spazio sarebbe riempito dalla mia Coscienza. Io dunque non guardo me stesso in quanto spazio, ma guardo lo spazio in quanto Essere Umano in continuo mutamento, dunque non ho l'impronta dello spazio perché se non è riempito di Coscienza e Consapevolezza lo spazio non esiste, esiste soltanto quando una Coscienza e una Consapevolezza si muovono al suo interno e solo nello spazio in cui si muovono o intendono muoversi.

La forma umana dell'intelletto è la sua ragione. La possibilità di pensare i cambiamenti come fenomeni prodotti da cause. Ma la capacità umana di pensare i cambiamenti è una capacità molto relativa in quanto non tiene conto di quanti fenomeni, assolutamente ignoti o ignorati, dalla ragione giungono a condizionare il giudizio e il fare dell'Essere Umano. La legge della causalità è pura invenzione; si tratta della capacità dell'esistente di adattarsi diventando oggettività di soggettività e soggettività all'interno di oggettività. Tutto dipende da come la ragione intende mettere ordine e limitare l'arrivo di cause e fenomeni nel pensato di un soggetto.



LA RAGIONE SUFFICIENTE



1) "per questo carattere di necessità la legge di causalità mostra di essere un aspetto del principio di ragione sufficiente, che è la forma più generale dell'intera nostra facoltà conoscitiva" e costituisce, in ogni sua forma, "l'unico principio e l'unico portatore di ogni necessità".

2) Mentre l'intelletto, come funzione intuitiva immediata, è proprio anche degli animali, la ragione è solo dell'uomo.

3) Essa però formula ed elabora delle rappresentazioni astratte, i concetti, che sono "rappresentazioni di rappresentazioni", cioè rappresentazioni secondarie ricavate per astrazione da quelle vere.

4) Questi concetti hanno valore solo se rimandano alle rappresentazioni intuitive.



La ragione sufficiente è quella ragione in grado di esprimere il giudizio di necessità, quel giudizio attraverso il quale l'Essere Umano affronta il quotidiano della ragione pur non possedendo il perfetto controllo della noumenia del quotidiano stesso. Sono le necessità per sopravvivere nell'esistente, la necessità logica, quella fisica, quella matematica e quella morale. Ma la ragione restringe le necessità dell'individuo, pena la propria distruzione o il suo superamento. La ragione intende conservare la centralità dell'elaborazione del percepito dell'individuo, dunque la ragione nega all'Essere Umano la possibilità di uscire dal circoscritto della ragione in quanto essa si erge a guardiana dell'Essere Umano e delle sue elaborazioni. La ragione circoscrive le necessità dell'Essere e a quelle necessità circoscritte risponde ponendo la soluzione dei suoi bisogni. L'Essere Umano si perde nella ragion sufficiente in quanto questa assoggetta l'Essere Umano.

La possibilità dell'Essere Umano è il ritorno alla natura, il ritorno a prima della fondazione della ragione. Non che la ragione sia inutile, è fondamentale nel consentire la sopravvivenza dell'Essere Umano all'interno del pensato per fondare la propria relazione con l'oggettività, ma la ragione è un momento di passaggio dell'individuo verso la percezione noumenica del circostante. Gli Esseri Animali non hanno una funzione intuitiva immediata, come gli studi sul comportamento animale negli ultimi 10-15 anni hanno dimostrato. Al contrario hanno una capacità di elaborazione del percepito uguale a quella dell'Essere Umano anche se a differenza dell'Essere Umano non hanno la ragione e, di conseguenza, non hanno sviluppato la necessità di saccheggiare il mondo circostante. La ragione è propria dell'Essere Umano e tracce ne troviamo in alcuni mammiferi che hanno sviluppato la corteccia cerebrale. La ragione è la prigione nella quale l'Essere Umano si è rinchiuso e dovette farlo in quanto vi fu un momento in cui il buio era completo e la fondazione della ragione e del pensato fu per lui un grandissimo successo sulla strada della propria evoluzione e del proprio divenire. Il recupero della memoria e il recupero della capacità di relazionarsi con la noumenia dell'esistente superando i limiti della ragione costituisce un ulteriore passo nel proprio divenire.

Le rappresentazioni della ragione sono delle rappresentazioni secondarie, delle rappresentazioni ricavate dall'intuizione che ogni tanto la ragione permette. Allargare i limiti della ragione implica far entrare nel pensato della ragione delle rappresentazioni nuove, ma queste nuove rappresentazioni sono mediate dalla ragione stessa. Queste nuove rappresentazioni costituiscono degli adattamenti attraverso i quali la ragione accetta l'arrivo di nuove rappresentazioni attraverso le quali modificarsi adattandovisi. La ragione le accetta, ma vuole modificarle. Quanto le modifichi o le distorca dipende dal soggetto, dalla rappresentazione e dalla sua ragione. La volontà del soggetto, la violenza della rappresentazione, la radicalità o meno della ragione sono tutti fattori che, amalgamandosi, condizionano l'arrivo di nuove rappresentazioni atte a modificare la ragione dell'Essere Umano. Sono dunque rappresentazioni mediate, rappresentazioni di rappresentazioni, non è l'espansione dell'Essere, ma è l'espansione della ragione dell'Essere.

Questi concetti hanno valore soltanto se sono funzionali allo sviluppo della ragione, se ne amplia i confini, se libera il soggetto da costrizioni e da catene, da pregiudizi e da condizioni. altrimenti non hanno valore, sono rielaborazione dei limiti attraverso i quali la ragione chiude un soggetto entro sé stessa per non perderne il controllo. Sono la sconfitta dell'individuo all'interno della sua ragione.



LA VITA E’ SOGNO


1) Ma se ogni conoscenza è fenomenica, l'attività dell'uomo, come essere conoscente, non può avere oggettività.

2) Infatti il rapporto di causa è fra gli oggetti, e non tra il soggetto e l'oggetto: non è pertanto possibile che la realtà produca delle rappresentazioni nel soggetto né che il soggetto le produca nell'oggetto.

3) Perciò non esiste per l'intelletto la possibilità di un riferimento oggettivo al mondo esterno; dal punto di vista delle rappresentazioni, non vi è distinzione fra realtà e illusione, il mondo dei fenomeni è un'illusione: "la vita è sogno".



La conoscenza della ragione è una conoscenza fenomenologica nel senso che la ragione dal noumeno percepisce soltanto alcuni fenomeni che provvede ad elaborare, ma la relazione fra l'individuo e il mondo circostante è una relazione totale: una relazione fra noumeni. E non potrebbe essere altrimenti. Non è molto importante, nella realtà, quanto la ragione percepisce o ordina, è importante quanto il soggetto agisce e opera all'interno della realtà. Il contadino che falcia un campo non taglia dei fenomeni (piante) ma dei noumeni (Esseri Vegetali) incidendo sulla realtà. Il fatto che la sua ragione sia sorda alle voci delle piante, è una mancanza della sua ragione, non una forma nell'oggettività. Se l'Essere Umano ampia il percepito della sua ragione, o meglio mette da parte la ragione diventando uno con l'oggettività può percepire l'oggettività in sé. Il fatto che la sua ragione glielo impedisca trasformando la realtà in una serie di fenomeni elencabili è una mancanza del divenire dell'Essere Umano, non della realtà.

Il rapporto di causalità è rapporto di causalità e non importa se è fra oggetti o fra oggetti e soggetto. Il fare, l'azione, è sempre relazione fra oggetto e soggetto e non ha importanza se l'azione è dell'oggetto rivolta nei confronti del soggetto. In grammatica il soggetto è colui che compie l'azione, nella realtà mentre il soggetto agisce sull'oggettività l'oggettività agisce sul soggetto modificandolo e non solo l'azione dell'oggettività deriva dal volere e dalla volontà dell'oggettività stessa, ma anche come ritorno dall'azione subita dal soggetto. Come se il soggetto stimolasse l'oggettività ad agire nei suoi confronti per modificarsi. modificare gli oggetti e non solo la loro ragione, ma la loro noumenia, il loro essere, la linea del loro divenire, la loro volontà e le loro scelte.

Esiste per il soggetto il riferimento al mondo esterno. L'Essere Umano ha fondato la ragione per relazionarsi col mondo esterno. Quando egli comprende i limiti della ragione e forza questi limiti introducendo nuovi elementi atti a modificare la ragione stessa, quando il soggetto supera la ragione relazionandosi con l'esistente attraverso sé stesso anziché con il proprio pensato egli si relaziona con le noumenia dell'esistente superando di "fenomeni". Ed erra dicendo che la vita è sogno, in realtà il sogno è parte della vita stessa: è modificazione del soggetto. Il sogno è uno dei momenti attraverso i quali il soggetto supera la ragione, uno dei momenti attraverso i quali il soggetto può far giungere alla ragione nuovi fenomeni. E cose sono le illusioni, la capacità momentanea del soggetto di uscite dal pensato della ragione per cogliere l'aspetto sconosciuto dell'esistente. Sono illusioni o allucinazioni quando il soggetto non è disciplinato all'interno della ragione e nell'affrontare l'alterazione della sua percezione, sono nuovi elementi che giungono al pensato della ragione quando il soggetto è disciplinato e ha imparato a chiamare le cose col loro vero nome. Quando il soggetto vive chiedendosi il perché delle cose, e il perché del perché delle cose, e il perché del perché delle cose ecc.

L'illusione è tale solo per chi è educato ad illudersi nell'esistenza di un principio speranza atto a condurlo fuori dai meandri angusti della sua ragione. Sono illusioni, non esistono, tuona il Comando Sociale, e il suo scopo è tener ancorato l'individuo alla sua ragione.

Pensare che l'esistente sia sogno o pensare che l'esistente sia tutto quanto esiste in quanto pensato ed elencato dalla ragione sono due cose opposte eppure uguali: non consentono all'individuo di ampliare sé stesso.



Il MONDO COME VOLONTA'


1) Il passaggio dalla conoscenza del mondo fenomenico al noumeno, cioè alla cosa in sé, non potrebbe avvenire "se l'indagatore non fosse nient'altro che il puro soggetto conoscente".

2) Ma il conoscere avviene sempre mediante il corpo, le cui sensazioni sono i dati dai quali l'intelletto parte per la sua intuizione del mondo fenomenico.

3) E al soggetto della conoscenza il corpo è dato non solo come rappresentazione nell'intuizione dell'intelletto, ma anche come "quel qualcosa direttamente conosciuto" che è la volontà: l'atto volitivo e l'azione del corpo sono un tutto unico che si da in due modi diversi.



Il passaggio dalla conoscenza del mondo fenomenologico al noumeno non può avvenire nell'ambito della ragione. L'indagatore è il puro soggetto conoscente, ma come puro soggetto conoscente ha la capacità di diventare ogni oggetto attraverso il quale entra in relazione. Della relazione fra il soggetto e l'oggetto la ragione prende quanto gli serve o quanto è costretta a prendere modificandosi, ma il soggetto si relazione con l'oggetto con tutto se stesso. Dunque il conoscere avviene sempre attraverso il corpo. Solo che per corpo dobbiamo intendere la totalità del soggetto e delle sue emanazioni.

Il corpo non è dato soltanto come rappresentazione ma come intelletto e come elemento della relazione. Il corpo dell'Essere Umano è totalità dell'Essere Umano. La volontà, l'atto volitivo e l'azione sono corpo che entra in relazione col circostante e il corpo non può essere distinto dalla volontà. Soltanto in stadi diversi possiamo parlare di corpo fisico e di corpo energetico, ma la divisione, per quanto riguarda il divenire dell'Essere Umano e della sua relazione con l'oggettività esistente è puramente formale. La divisione fra i due corpi avviene soltanto quando uno dei due non è più in grado di percepire il mondo, ma sempre di corpo dell'Essere Umano stiamo trattando.

La volontà è il nucleo attorno al quale viene strutturandosi l'Essere della Natura. Il suo divenire. E' la volontà che trasforma dando forza a necessità permettono all'Essere di fondare la propria libertà costruendo se stesso. La volontà è il vero centro di formazione dell'Essere Umano: non la ragione. La ragione descrive l'esistente, la volontà costruisce l'Essere Umano e le sue relazioni con l'esistente. La ragione percepisce quei fenomeni che è il grado di percepire, formula il giudizio di necessità per permettere all'Essere Umano di esistere, la Volontà costruisce l'azione dell'Essere Umano scavalcando, quando è necessario, il giudizio di necessità. La volontà può essere considerata l'Essere Umano in sé in quanto essa rappresenta la forza attraverso la quale l'Essere Umano fonda il proprio divenire. L'Essere Umano può esistere e relazionarsi col mondo circostante senza ragione, ma non lo può fare senza volontà. La mancanza della volontà all'interno dell'Essere della Natura pone questo a disposizione di chiunque intende pasteggiare.

La volontà è l'Essere Umano. La volontà è l'Essere Animale della natura. La volontà è quanto consente alle Coscienze dell'universo di seguire necessità fondando la propria libertà attraverso il divenire.




LA VOLONTA’ E’ LA COSA IN SE’


1) Perciò la volontà "costituisce l'elemento immediato della nostra coscienza", e questa è "la chiave per la conoscenza dell'intima essenza dell'intera natura".

2) La volontà "è la cosa più esattamente conosciuta e non può pertanto essere spiegata con nessun'altra cosa, in quanto, al contrario, è proprio essa che spiega tutte le altre cose. La volontà è dunque la cosa in sé, nella misura in cui può essere colta dalla Conoscenza".

3) Questa volontà è "volontà inconscia, cieco e irresistibile impeto", forza vitale, impulso e bisogno tendente alla conservazione della vita, che, in gradi diversi, si oggettivizza in tutta la natura minerale, vegetale e animale, di cui costituisce l'antica essenza.

4) Essa diventa cosciente solo nell'uomo.




La volontà è il termine attraverso il quale si può definire la Coscienza di Sé. Senza volontà non c'è Coscienza di Sé. Questa appare quando la volontà entra in gioco modificando la Coscienza stessa. La volontà è lo strumento attraverso il quale la Coscienza riafferma sé stessa e il proprio diritto all'espansione. Volontà e Coscienza sono un tutt'uno. L'uno soggetto e l'altro strumento del soggetto senza il quale il soggetto non esiste. Solo la volontà garantisce la presenza del soggetto senza la volontà non c'è soggetto non c'è espansione, non c'è divenire.

Il referente della volontà nel mondo della ragione è il volere. Il volere è per la ragione quanto la volontà è per l'Essere in sé.

Da questo punto di vista, e solo da questo punto di vista possiamo affermare che la volontà è elemento immediato della nostra conoscenza. Noi conosciamo perché in noi esercita la volontà; noi conosciamo perché noi esercitiamo la volontà; noi ci relazioniamo in quanto esercitiamo la nostra volontà nelle relazioni e subiamo la volontà dell'oggetto e dell'oggettività con cui ci relazioniamo.

La ragione, elemento parziale dell'Essere non esercita la volontà; questa è esercitata dall'Essere in sé; dall'Essere attraverso tutto sé stesso. Nella ragione c'è il volere come risposta al desiderio e ai bisogni che la ragione elenca.

Se l'oggettività è l'essenza dell'esistenza degli Esseri, la volontà è essenza di ogni Essere della natura che la esercita attraverso le proprie specificità e le proprie peculiarità. Attraverso l'esercizio della volontà l'Essere immette nell'ambiente le proprie determinazioni e subisce le determinazioni dell'ambiente stesso.

Come la volontà è espressione di ogni Coscienza della Natura, così la volontà è espressione della Natura in quanto Coscienza. Della Natura in quanto divenire e trasformazione. La volontà esercitata dalla natura diventa volontà dell'oggettività esercitata nei confronti del singolo Essere della Natura stessa. Dunque ogni Essere risponde alle esigenze e alle determinazioni della Natura in quanto Essere della Natura. La sua volontà è parte della volontà della Natura e le sue determinazioni sono parte delle determinazioni della Natura. L'Essere è volontà della Natura e la natura è volontà dell'Essere. Così le determinazioni del singolo Essere della Natura sono le determinazioni della Natura e le determinazioni della Natura sono le determinazioni del singolo Essere. Soltanto il condizionamento educazionale strutturato all'interno del Potere di Avere in funzione della capacità di controllo del Comando Sociale e della Pulsione di Morte estranea il volere dalla Volontà facendo si che l'esercizio del volere sia determinazione antagonista alla volontà della Natura. Attraverso questo l'Essere Umano diventa estraneo alla Natura stessa, è estraneo all'esercizio dello sua volontà è estraneo al mondo circostante e, per la sua sopravvivenza è costretto a diventare parte integrante del Comando Sociale dal quale dipende per la soddisfazione dei propri bisogni e dei propri desideri. Il volere radicato nella ragione prende il sopravvento sulla volontà dell'Essere Umano, lo distrugge ed estranea l'Essere Umano dalla Natura e dalla sua volontà.


Il problema da determinare è se la cosa più esattamente conosciuta sia la Volontà o sia il volere. Attraverso la ragione possiamo conoscere il volere, ma la ragione non può conoscere la volontà di cui essa è fenomeno. La volontà sviluppò la ragione per questioni di sopravvivenza dell'individuo, ma l'individuo si è radicato nella ragione per incapacità di superarla, da qui il radicamento dell'individuo nel volere della ragione estraneata dalla volontà. Il sentiero che dalla ragione porta alla volontà è appunto il volere. L'esercizio del volere in funzione dello sviluppo del Potere di Essere dell'individuo è il sentiero che dalla ragione può portare l'individuo alla volontà. Dal riflesso alla realtà. La volontà non può essere spiegata in quanto la volontà è l'individuo stesso, è il suo fare e il suo divenire. Quando l'individuo cessa di coltivare il proprio divenire, cessa di coltivare le proprie determinazioni nell'oggettività, cessa di manipolare le determinazioni che dall'oggettività giungono sino a lui egli ha cessato di esercitare la propria volontà e si appresta a cessare il percorso per diventare eterno. La volontà è quanto lega l'Essere Umano dallo stadio fetale allo stadio dell'Essere Luminoso. Cessa il corpo fisico ma rimane la volontà come continuum del suo divenire.


La conoscenza non può cogliere la volontà perché la conoscenza è quanto l'Essere Umano aggiunge al proprio Essere per arricchirsi, la volontà è quanto viene arricchito dalla Conoscenza. La conoscenza permette alla volontà di svilupparsi, mirare il proprio fare e relazionarsi col circostante, ma si tratta sempre di conoscenza estranea alla ragione, una conoscenza che, giungendo di tanto in tanto alla ragione, ne forza i limiti espandendola. Pertanto è una conoscenza non descrivibile in quanto estranea alla descrizione.


La volontà non è inconscia, è ben cosciente di sé, del proprio fare e del proprio divenire. E' la ragione che non è cosciente della volontà, del suo fare e delle sue determinazioni. Ogni tanto dalla volontà giunge qualche cosa alla ragione e questa si arricchisce. Mantenere una ragione mobile attraverso lo sviluppo del Potere di Essere permette l'afflusso alla ragione di elementi tali da modificarsi ed arricchirsi; questi elementi provengono dalla volontà, dal suo fare e dal suo interagire con l'oggettività.

L'Essere Umano conosce la volontà attraverso l'azione. L'azione è l'elemento più vicino alla volontà in quanto l'azione spesso chiude l'attimo del pensato permettendo alla volontà, per qualche istante, di prendere il controllo dell'Essere Umano. Il fare dell'Essere Umano è una porta allo sviluppo della volontà.


La volontà non è forza vitale, la volontà è lo strumento di cui la forza vitale si serve per imporre sé stessa all'oggettività. La volontà non è semplicemente conservare la vita ma è divenire e trasformazione della vita stessa.


Riconoscere che la volontà sia oggettivamente presente nella Natura (oggettivizzarsi), negli animali e nelle piante, significa riconoscere l'esistenza della Coscienza di Sé della Natura, degli Animali e delle Piante. Significa riconoscere l'esistenza in divenire di una Coscienza di Sé.

E questo è esatto!!!

Il mondo circostante è Cosciente di Sé come è cosciente della presenza di tutti i Sé, di tutte le volontà e di tutte le determinazioni espresse. A queste volontà e a queste determinazioni oppone la sua volontà e le sue determinazioni.

L'oggettività non pensa in quanto il pensato della ragione è prerogativa dell'Essere Umano, ma è necessario trovare un altro termine per definire l'oggettività mentre esercita le proprie scelte, mentre elabora le proprie strategie, mentre tende a svilupparsi accordandosi con altre specie e con altri Esseri della propria specie su cosa fare e su cosa non fare. In altre parole, le Coscienze di Sé del circostante pensano ed elaborano esattamente come l'Essere Umano pur senza usare parole per elaborare il proprio pensato e, proprio per non usare parole, senza bisogno di elencare il circoscritto all'interno di limiti ristretti come l'Essere Umano è stato educato a fare.


La volontà non diventa Cosciente soltanto nell'uomo. La volontà è Coscienza. Solo l'Essere Umano ha tentato di chiudersi nella ragione e attraverso questa definire la volontà. In realtà egli definiva il volere della ragione, il suo pensato attraverso il quale soddisfare i bisogni e le necessità della ragione. In altre parole di quanto gli è stato insegnato a percepire come bisogni e come necessità e solo nei modi e nei tempi in cui è stato educato a pensarli.


E' necessario distinguere attentamente fra ragione e volontà, come Schopenhauer usa distinguere fra fenomeno e cosa in sé, fra forma e noumeno.




IL PESSIMISMO


1) Ma la volontà, nella sua intima essenza, "è un tendere senza fine": per essa, "ogni meta raggiunta è a sua volta principio di un nuovo cammino". Essa è perciò sempre inappagata, perché il suo appagamento ne segnerebbe la fine.

2) Ne consegue il più assoluto pessimismo. "Il bisogno, la privazione , il dolore sono il dato positivo" e un universale della vita.

3) il piacere è un dato negativo, un momentaneo appagamento del bisogno e cessazione del dolore, "dopo il quale verrà un nuovo dolore".

4) E se per un po' "vengono a mancare oggetti del desiderio", allora subentrano "tremendo vuoto e noia", e la stessa vita diventa un peso intollerabile.

5) "La vita dell'uomo oscilla dunque, simile a un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che ne sono invero gli ultimi elementi costitutivi.



La volontà non è un tendere senza fine è un tendere allo sviluppo dell'Essere e della sua Coscienza. La volontà dello scorrere delle acque è quella di riempire ogni anfratto: alla fine giungerà al mare. Ma la volontà è obbedienza a necessità, all'esistenza stessa della vita e alla necessità del suo sviluppo. La volontà non è la meta che la Coscienza si pone, la volontà è lo strumento attraverso il quale la Coscienza di Sé giunge alla meta. La volontà non si pone questioni del tipo: "dove devo andare?". La volontà va, affronta l'esistente, adatta la Coscienza nella migliore posizione possibile per continuare il proprio sviluppo, ma non determina la direzione dello sviluppo. La volontà è azione non indirizzo all'azione. L'indirizzo all'azione è dato dallo sviluppo della Coscienza in relazione con l'oggettività. La volontà è l'azione della Coscienza nei confronti dell'oggettività. Il compito della volontà è continuare a sviluppare la Coscienza, cogliere ogni momento funzionale al suo sviluppo. Pertanto la volontà non cessa mai di esercitare la propria funzione esattamente come la ragione non cessa mai di procedere a descrivere il circoscritto per permettere, o imporre, all'Essere Umano di pensare. Ogni adattamento raggiunto dall'Essere attraverso la volontà è un gradino in più per il proprio sviluppo è un'espansione dell'Essere è fondazione del proprio divenire e, ogni raggiungimento è un punto di partenza per un nuovo sviluppo. Anche l'arretramento imposto dalla volontà dell'oggettività è un momento di sviluppo in quanto consente alla volontà di esercitare nuovi adattamenti, esprimere nuove determinazioni, manipolare in maniera diversa le manipolazioni provenienti dall'oggettività.


Il fine appartiene alla Coscienza di Sé . Pertanto la volontà non produce nessun pessimismo nella misura in cui viene esercitata nei confronti dell'oggettività. Il problema stà nell'esercizio del volere come espressione assoluta dell'Essere Umano all'interno della ragione. Sono i bisogni della ragione, appagati attraverso il volere che si ripetono in modo ossessivo all'interno della ragione stessa.

La privazione, il dolore e il bisogno propri della volontà sono nemici feroci della volontà. Il bisogno proprio della volontà è l'Espansione della Coscienza di Sé nell'oggettività in cui tale Coscienza vive. Ogni altro bisogno non appartiene alla volontà, ma appartiene al pensato della ragione in quanto a questa la volontà ha ceduto i bisogni della sopravvivenza dell'individuo. L'individuo vive in relazione alla ragione. In relazione alla ragione si procura cibo e si relaziona con gli oggetti. Non esercita la volontà se non in modi e situazioni particolari. La privazione relativa alla volontà è la schiavitù: è la privazione della libertà (sotto qualsiasi forma ) dell'Essere cui la volontà è espressione. La schiavitù, o le condizioni, impongono alla volontà continui adattamenti e quando questi si restringono, anziché espandere l'Essere, esiste un momento in cui la volontà non può più riprendere il cammino dell'espansione. Il dolore nella volontà non esiste. Il dolore è proprio del volere e della ragione. La volontà adatta l'Essere a qualsiasi situazione incontrata. Quando la volontà incontra situazioni dalle quali non è in grado di salvaguardare lo sviluppo dell'Essere cui è espressione scatena la furia dell'Essere contro la contraddizione incontrata. La volontà esercita il proprio imperativo: espandere l'Essere.

Nel volere c'è il dolore come mancanza di soddisfazione del volere stesso. Nella volontà non c'è dolore, c'è determinazione in quanto volontà non è percezione ma soltanto azione della Coscienza. Il dolore è una costruzione della ragione e delle sue esigenze di sopravvivenza. Il dolore è costruito dalla ragione al fine di preservare sé stessa come centralità all'interno dell'Essere Umano.

Se il piacere non stimola il bisogno di controllo dell'Essere Umano da parte della ragione, stimola l'Essere Umano a esercitare la propria volontà e le proprie determinazioni. La volontà è più potente in un Essere Umano soddisfatto che in un Essere Umano malato nel quale la volontà è costretta ad agire onde garantire la sopravvivenza dell'Essere Umano stesso. Il piacere non stimola la ragione la quale ricerca quel piacere per rinnovarlo in continuazione per impedire all'Essere la ricerca di piaceri diversi. La ragione non accetta facilmente le diversità. Esaurito il piacere interviene il bisogno di ricreare quel piacere, la ragione deve ricreare sé stessa e la propria centralità dunque sviluppa l'insoddisfazione. Ma se l'Essere Umano coltiva lo sviluppo del Potere di Essere anziché quello del Potere di Avere il piacere serve a metterlo nelle migliori condizioni per sviluppare il proprio Potere di Essere e per sganciarsi dal Poter di Avere il cui scopo è soddisfare i bisogni (condizionati) dell'Essere attraverso strumenti di cui egli detiene il controllo.

La vita diventa un peso intollerabile e noiosa non quando vengono a mancare oggetti del desiderio, ma quando il desiderio e la vita stessa sono stati strutturati in funzione del Potere di Avere. Soltanto quando solo il Potere di Avere è in grado di fornire oggetti atti a soddisfare i bisogni dell'Essere Umano. Soltanto in quel momento. In realtà l'Essere Umano ha percorso un sentiero attraverso il quale ha costretto sé stesso all'interno del Potere di Avere e delle condizioni attraverso le quali soddisfa i suoi bisogni ristretti entro quell'ambito. Non è il soggetto soltanto a esprimere una tale scelta; è il Potere di Avere che per garantire la continuazione di sé stesso vi costringe i soggetti. Egli, attraverso il Condizionamento educazionale, costringe gli individui a restringere l'ambito di soddisfazione dei propri bisogni nell'ambito degli oggetti che egli, come Comando Sociale, è in grado di fornire. Nel far questo il Comando Sociale costringe gli Esseri Umani a non prestare attenzione alle voci del circostante, a non diventare circostante, a non concepire, neppure lontanamente la possibilità dell'Esistenza al di fuori del Comando Sociale. Un esempio della capacità del Comando Sociale di costringere il pensato degli Esseri Umani è stato, nella filosofia, l'incapacità degli Esseri Umani di costruire una struttura di pensiero filosofico che considerasse l'Esistente come base di costruzione dell'Essere Assolutamente necessario. E' stato tanto feroce e tanto profondo il condizionamento imposto che gli Esseri Umani, fra i più liberi all'interno dello sviluppo del pensiero non hanno mai osato tanto. Chi si è avvicinato a questo ha fatto gran brutte fini: Vanini insegna. Il Comando Sociale costringe l'Essere a chiudersi entro ambiti ristretti, a chiudervi i suoi bisogni, le sue speranze e i suoi desideri e, dopo che l'Essere Umano ha impiegato lunghi anni e molti sacrifici per riuscirvi, l'ambito nel quale è stato costretto a rinchiudere sé stesso diventa l'unico ambito possibile dell'esistente nel quale chiuderà i propri figli.

La noia appartiene al fare del Potere di Avere, non al fare del Potere di Essere. La noia appartiene all'esercizio del volere fino a scomparire tutto il volere che non sia quello gerarchicamente ammesso dal Comando Sociale. Non esiste noia attraverso l'esercizio della volontà. Attraverso la volontà l'Essere Umano si relaziona con tutto l'esistente in ogni momento e in ogni istante. Attraverso la volontà l'Essere Umano diventa l'esistente e guarda sé stesso attraverso gli occhi dell'esistente. La volontà consente all'Essere di espandere costantemente sé stesso e quando un processo di espansione è terminato la volontà trova l'aggancio attraverso il quale continuare l'espansione. Dunque non c'è noia nel processo di sviluppo del Potere di Essere attraverso l'esercizio della Volontà, c'è soltanto all'interno del Potere di Avere come adesione e accettazione passiva dell'esistente: si aspetta che il processo vitale abbia fine per porre fine alla propria noia.

La volontà è il mezzo attraverso il quale l'Essere Umano si relaziona con la noumenia esistente. Il dolore appartiene alla ragione e la noia è il risultato del restringimento dell'Essere Umano all'interno della ragione. Solo in questo modo si può leggere l'esistenza. Non c'è dolore nello sviluppo della Coscienza di Sé, solo tristezza per la dispersione delle possibilità degli Esseri della propria specie. Non c'è dolore per relazioni mancate, soltanto il vuoto di un riversamento e di un miglioramento non ottenuto. Non c'è noia nel Potere di Essere perché ogni istante è pieno dell'oggettività.




LA LIBERAZIONE DALLA VOLONTA'



1) la strada per la salvezza dal dolore dato dalla volontà di vivere è costituita dall'annientamento della volontà stessa.

2) Esso non si ottiene attraverso il suicidio, che, "ben lungi dall'essere una negazione della volontà, è invece un fenomeno di forte affermazione della volontà", bensì attraverso l'arte, la moralità e l'ascesi.



Il problema che Schophenhauer si pone è quello di rimuovere la volontà e non quello di espandere la volontà stessa. Questo pone problemi diversi. Innanzi tutto la volontà descritta da Schopenhauer è più volere ristretto nell'ambito della ragione che non volontà stessa. Egli riesce a vedere la volontà, ma non diventa volontà: non la comprende. Egli continua a piegare la sua visione in funzione di un volere sociale e determinato. Questo volere gli procura dolore e noia dal quale intende liberarsi. Non riuscendo a diventare volontà deve necessariamente dare una svolta al proprio volere costringendolo ad incanalarsi entro ambiti innocui. L'importante è che gli permettano di vivere bene e pacificamente. La volontà è un torrente in piena dentro il quale l'Essere Umano affronta l'esistente e, quel torrente in piena, non è ordinato ma Caos, per la ragione, vi regna sovrano. Questo caos per Schopenhauer è dolore, questo caos deve essere ordinato non espandendo la volontà ma restringendola e all'interno della ragione.

Il problema del suicidio che Schopenhauer affronta è fondamentale. Un Essere Umano all'interno del Potere di Avere si prosciuga lentamente. Il Potere di Avere lo fagocita, lo fa' proprio, lo colloca in una determinata casella il cui compito è quello di espandere sé stesso. Il suicidio dell'Essere Umano rappresenta l'ultima risorsa dell'Essere Umano stesso. Egli sottrae la propria Coscienza di Sé dal controllo del Comando Sociale e raccoglie le sue ultime energie per mantenere compatta la propria consapevolezza all'atto della morte del corpo fisico. Ha ragione Schopenhauer: il suicidio è l'ultimo atto di sfida dell'Essere Umano nei confronti del Comando Sociale, è l'ultimo tentativo che ha a disposizione per continuare a esistere come Essere luminoso. Il suicidio è un attimo di lucidità e di disperazione. Si comprende cosa si è e cosa si sta diventando e si intende fermare quel processo quando non si ha nessun altro mezzo per farlo. E i mezzi non sono mai oggettivi, ma sono sempre incapacità dell'Essere Umano di percepire quanto lo circonda in quanto le sue capacità di percezione gli sono state distrutte dal Comando Sociale.

La salvezza dal dolore (e del rattrappimento dell'Essere Umano all'interno del dolore) è costituita dallo sviluppo del Potere di Essere, dalla fondazione (qualora non le si è coltivate) delle relazioni fra l'Essere Umano e le Coscienze di Sé del circostante. L'insoddisfazione per la vita che si conduce, la noia, è l'allarme lanciato all'individuo dalla volontà: bisogna cambiare strada, bisogna esercitare le proprie determinazioni altrimenti la volontà muore e all'Essere Umano rimane soltanto l'attesa che la morte metta fine a tutte le sue amarezze.



L’ARTE


1) Nell'arte l'uomo dimentica la sua individualità, non permette che i concetti della ragione si impadroniscano della coscienza e rimane "puro soggetto della conoscenza, libero dalla volontà, dal dolore e dal tempo".

2) Egli giunge così a conoscere le idee, platonicamente intese come le eterne forme degli oggetti, sciolti dalle reciproche relazioni, come l'oggettivazione prima della volontà.

3) L'arte, l'opera del genio, "riproduce le idee eterne colte in pura contemplazione.... la sua unica origine è la conoscenza delle idee; il suo unico fine è la comunicazione di questa conoscenza".

4) Solo l'arte "considera le cose indipendentemente dal principio di ragione", mentre la scienza lo segue e ha come propria materia sempre il fenomeno, le sue leggi e i suoi rapporti.

5) la più elevata tra tutte le arti è la musica, "la quale oltrepassa le idee ed è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico". La musica non è affatto, come le altre arti, l'immagine delle idee, ma è invece "l'immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettività".

6) Ma il piacere estetico è un piacere passeggero, che non libera dalla vita ma ne rappresenta solo un momentaneo conforto.



Sublimare il concetto di arte in questo modo mi appare come un'esaltazione soggettiva, nonostante questo è da chiarire come Schopenhauer prenda un sonoro abbaglio.

Nell'arte l'Essere Umano non dimentica la sua individualità ma la esprima come tecnicamente è in grado di fare. Tutta l'arte espressa da un individuo rappresenta l'individuo stesso. L'Essere Umano non è in grado di estraniarsi da sé stesso, a meno che non sia fuso con l'oggettività. Allora la sua arte sarebbe assolutamente incompresa. Provate a pensare, se vi riuscite, ad un quadro dipinto dal punto di vista di un albero. Quanti Esseri Umani sono in grado di guardare il mondo con gli occhi di un albero? Sarebbe considerata pura spazzatura in quanto assolutamente incomprensibile, non adatta a coinvolgere altri Esseri Umani in questo lavoro e in queste impressioni.

Tutta l'arte che noi consideriamo tale è perché è in grado di coinvolgere un gran numero di Esseri Umani in quanto essa esprime. Non è considerata arte quanto allontana gli Esseri Umani in quanto incomprensibile. Non è arte quanto l'Essere Umano non comprende e l'Essere Umano comprende soltanto con la ragione. I concetti della ragione, e solo quelli, si esprimono nell'arte, il suo pensato e le sue idee. E solo le idee della ragione. C'è un solo tipo di artista che supera l'ambito della ragione per un solo attimo ed esercita la volontà nel mondo circostante riportando alla ragione alcuni sprazzi di volontà che non essendo completamente antagonisti alla ragione la ampliano. Tanto più l'artista porta dalla volontà alla ragione elementi comprensibili alla massa degli Esseri Umani tanto più grande è quest'artista. Ma l'arte è espressione e necessità della ragione. L'arte ha storicamente rappresentato un momento di silenzio interno per l'Essere Umano che la praticava, un momento nel quale l'Essere Umano esce dall'ambito della ragione e si relaziona, attraverso la volontà, col mondo circostante. Dal mondo circostante la conoscenza giunge a lui attraverso la relazione delle volontà, quanto egli sia in grado di trasferire nella descrizione della ragione dipende dal suo Potere di Essere e dalla malleabilità conservata dalla sua ragione. Tanto più l'artista è diventato elemento del Comando Sociale tanto più la sua ragione è rigida e impossibilitata ad aggiungere nuovi elementi presi dalla volontà.

Col silenzio della ragione e con l'esercizio della Volontà l'Essere Umano giunge a conoscere le idee. Idee che sono sempre risultato di relazioni che l'Essere Umano impone nell'oggettività in cui vive. Non è una relazione "platonica" è una relazione volitiva dove l'Energia Vitale dell'Essere Umano, attraverso la volontà si fonde con l'Energia Vitale delle Coscienze di Sé del circostante. Attraverso la volontà, e le sue mani, l'Essere Umano "palpa" il mondo circostante e da questo viene "palpato"; attraverso la volontà, e le sue mani, l'Essere Umano plasma il mondo circostante e viene da questo plasmato. Inoltre le idee e le relazioni non sono eterne e immobili, ma sono quanto scaturisce dalla relazione stessa. Gli oggetti perdono la forma per esprimersi mediante la volontà, la forza, il loro esistere. La forma e l'eternità immutabile dell'esistente sono categorie della ragione, non della volontà.

Si può considerare genio ogni Essere Umano capace di aggiungere qualcosa alla ragione della Specie Umana ampliandola. Si considera genio quell'Essere Umano che attraverso l'esercizio della propria volontà ha aggiunto sapere al sapere umano anche se spesso la maggior parte dei genii non li conosciamo in quanto conosciamo soltanto quelli ammessi dal Comando Sociale. Non è importante per il Comando Sociale quanto un individuo aggiunga al sapere umano, l'importante è che quanto aggiunga sia a sua gloria, lo rafforzi radicalizzando le sue capacità di controllo sul Sistema Sociale. Il genio non giunge alla conoscenza mediante la contemplazione, ma attraverso la trasformazione di sé stesso all'interno dell'oggettività in cui vive. Mentre egli trasforma sé stesso, trasforma anche l'oggettività che lo aiuta a trasformarsi!

La conoscenza delle idee ha come fine lo sviluppo del Potere di Essere e la comunicazione di quanto egli pesca attraverso la volontà è quella di costituirsi una base di partenza attraverso la quale allargare la possibilità di pescare attraverso la volontà idee e cose fuori della ragione introducendole all'interno del pensato per allargare i confini della ragione stessa. Il fine del fare dell'Essere Umano è la costruzione e il divenire dell'Essere Umano, non esiste un fare senza un fine; un bisogno che non sia espressione di una necessità; una necessità che non sia legata all'espansione dell'Essere che la esprime.

L'arte, solo nella misura in cui impone il silenzio del pensato della ragione, trasforma l'artista in alchimista, tende cioè a trasformare l'Essere Umano espandendolo nell'oggettività esistente. Ma in quel momento l'Essere Umano non contempla ma agisce sulla materia manipolandola e trasformandola. In quel momento l'Essere Umano trasforma una merce in prodotto atto a soddisfare dei bisogni umani, anche se manipolati dal Comando Sociale. Soltanto in quel momento l'artista può considerare il suo fare una via verso la conoscenza e la consapevolezza. L'artista non contempla, l'artista esercita la propria volontà nel mondo circostante e questo esercizio viene imposto alla ragione la quale avvolta nell'impeto della creatività o della costruzione viene travolta lasciando agire la volontà. La ragione viene sconfitta dal fare nel quale l'artista concentra la propria attenzione prima e tutto il propria essere poi. Ma questo non vale soltanto per l'arte riconosciuta in quanto tale, ma per ogni fare dell'Essere Umano in cui questi concentra la propria attenzione e vi riversa la propria energia.

Considerare la musica la più elevata delle arti è affermazione puramente soggettiva. La musica è descrizione. Descrizione di relazione, descrizione di sentimenti, descrizione di fare descrizione di storie e di stati di animo. Come descrizione appartiene in toto all'ambito della ragione. E' una forma di ragione nella quale l'individuo tende a chiudersi come ogni arte e ogni fare in cui viene concentrata l'attenzione tende a chiudere l'intero individuo diventando totalizzante per l'individuo stesso. La musica può servire per allargare i confini della ragione, ma sublimare la musica è eccessivo. Ogni fare umano tende a fare questo. Da alcuni fare l'Essere Umano trae piacere e, attraverso questo piacere, tende a coltivarli ampliandoli. Per altri fare l'Essere Umano non trae piacere e tende ad estraniarsi, ma ogni fare, nella misura in cui l'Essere Umano concentra la sua attenzione, ha la capacità di condurre l'Essere Umano ad ampliare l'ambito della sua ragione. Ogni fare conduce l'Essere Umano alo sviluppo del Potere di essere quando non è funzionale allo sviluppo del Potere di Avere imposto dal Comando Sociale. Il Comando Sociale impone all'Essere Umano un solo fare: l'appropriazione. Il Comando Sociale si appropria del fare dell'Essere Umano e quando fagocita individui per ampliare la sfera della sua azione pretende che questi si approprino del lavoro di altre mani, del prodotto di altri fare. Questo esaurisce l'Essere Umano in quando lo fossilizza, cortocircuitandolo, nell'ambito della ragione.

Il piacere estetico è un piacere relativo, ma è anche un piacere inesistente se non come prologo alla soddisfazione di altri piaceri. Il piacere estetico è pura invenzione. Il piacere è la soddisfazione dei bisogni Umani e soltanto chi amplia i limiti della ragione riceve dal piacere estetico soddisfazione. Lo spettatore, anche se abbagliato, può soltanto mostrare invidia e rammarico per quanto egli non è stato in grado di raggiungere o di esprimere. Non esistono momenti di conforto nell'ambito della ragione, soltanto illusioni!



LA MORALE


1) Nella morale l'uomo supera l'egoismo, che è affermazione della volontà e che rende l'uomo nemico dell'uomo.

2) Infatti l'uomo per mezzo dell'amore (carità) oltrepassa l'illusione del principio di individualità e, "sopprimendo la distinzione tra la sua individualità e l'altrui", riconosce come volontà degli altri la propria stessa volontà di vivere.

3) Così l'uomo giunge ad amare gli altri come sé stesso, a vedere nel dolore altrui il proprio, cioè "al più disinteressato amore e al più generoso sacrificio di sé". "Ne consegue che il puro amore è per sua natura compassione", e la compassione è la base della vita etica.

4) L'azione positiva della compassione è la carità , quella negativa è la giustizia. Infatti gli uomini sono originariamente inclini all'ingiustizia e alla violenza, e il concetto di giustizia e di diritto, non è che la negazione dell'ingiustizia.

5) Proprio dalla necessità di diminuire il dolore causato dall'ingiustizia è nato il contratto sociale, ossia la legge.

6) Lo stato "è perciò reso necessario dalla riconosciuta ingiustizia del genere umano", e ha lo scopo di proteggere i cittadini contro ogni ingiustizia.



Ad essere generosi dovremmo dire che nella morale l'Essere Umano comprende la stupidità delle imposizioni e dell'arbitrarietà del Potere di Avere e tende a superarlo. In realtà non è quello che Schopenhauer vuole dire; egli comprende soltanto l'esistenza del Potere di Avere dal quale trae la sua forza e motivo della propria esistenza e ogni cosa che egli propone o vede è all'interno del Potere di avere. Per lui l'egoismo consiste nell'affermazione della volontà. Niente di più falso. L'egoismo consiste nella prassi degli Esseri Umani costituenti il Comando Sociale di appropriarsi del lavoro di altre mani. L'appropriazione non è determinazione di un atto di volontà, ma è determinazione del volere impositivo del Comando Sociale finalizzato alla propria sopravvivenza e alla propria perpetuazione contro le tensioni provenienti dal Sistema Sociale. La volontà appartiene agli Esseri ed è strumento con cui gli Esseri si relazionano col mondo circostante. Relazione è antagonista ad appropriazione. La relazione implica il mutuo scambio, l'appropriazione concede qualcosa soltanto per mantenere in essere la continuità della situazione attraverso la quale può avvenire l'appropriazione. Concede la sopravvivenza del soggetto da cui si appropria. La relazione è mutuo scambio in funzione di un reciproco sviluppo. La relazione può avvenire mediante la volontà, l'appropriazione, elemento fondamentale della pulsione di morte, avviene mediate eserciti e galere.

Schopenhauer vede nella volontà un elemento negativo, non scorge come la volontà sia il divenuto e la forza motrice del divenire dell'Essere Umano. Non vede la volontà come antagonista alla ragione. Egli considera gli elementi della ragione come elementi assoluti del proprio esistere e scambia la volontà con il volere e con i rapporti di forza sociali che attraverso l'imposizione militare del volere si ottiene. Partendo da questo egli estende il concetto all'esistente, come se tutto il mondo circostante fosse strutturato come il Sistema Sociale umano con un Comando Sociale come inteso all'interno del Sistema Sociale Umano. Egli non concepisce nessun uso della volontà se non come volere impositivo di rapporti di forza. Tutto si muove attraverso l'uso della galera. Ma l'uso della galere è un elemento necessario alla conservazione del Comando Sociale e del Potere di Avere, non al divenire dell'Essere Umano che viene invece distrutto proprio dal Potere di Avere e dal Comando Sociale.

Per risolvere la contraddizione in cui si è cacciato Schopenhauer deve ricorrere a termini come l'amore caritatevole. L'amore caritatevole è mera invenzione nella sua formulazione estetica ed è menzogna nella sua attuazione pratica. L'amore caritatevole consiste nell'elargizione da parte del Comando Sociale e del Potere di Avere di parte di sé per consentire agli Esseri Umani più deboli di ottenere qualche cosa in funzione della propria sopravvivenza. Gli Esseri Umani si sentono buoni e donano ai poveri. L'invenzione consiste che quanto il Potere di Avere elargisce ai poveri è un'infima parte di quanto ai poveri ha sottratto. La menzogna nella sua attuazione pratica consiste nel fine dell'elargizione che è quella di perpetrare la miseria dalla quale ottenere consenso per il Potere di Avere. Senza i poveri da derubare il Potere di Avere non ha di che vivere. Il Potere di Avere non trasforma l'esistente, se ne appropria in funzione della propria sopravvivenza dunque deve coltivare la miseria di chi è in grado di trasformare l'esistente onde poter sempre avere un qualche cosa da appropriarsi.

Chi pratica la carità cristianamente intesa non la pratica per superare l'egoismo, ma per soddisfare il proprio bisogno di contemplazione e alimentazione della miseria stessa. Il bisogno della pulsione di morte è quello di mantenere altri esseri in miseria evitando che il proseguo delle contraddizioni cui vanno incontro porti a uscire dalla miseria rifondando il proprio divenire. Pertanto chi pratica la carità, in modo particolare i missionari cristiani, non sopprimono la propria individualità considerando gli altri uguali a sé stessi, ma costringono gli altri, attraverso la distruzione della cultura, a diventare vuoti e incapaci davanti alle contraddizioni del mondo sottomettendovi e dipendendo dalle elargizioni dei missionari per sopravvivere. I missionari cristiani hanno paura che i poveri del terzo mondo trovino una via per costruire il proprio divenire e così importano la medicina occidentale in modo da farli crescere a dismisura in modo che le risorse alimentari non siano sufficienti. Importano la medicina per impedire l'adattamento degli Esseri Umani al loro ambiente, come importano diserbanti e fertilizzanti, colture estranee per impedire la fondazione della conoscenza dei popoli. Oltre a far questo si appropriano del Comando Sociale imponendo la propria morale, i propri costumi e le proprie leggi.

Chi pratica questo non solo non conosce la volontà, ma utilizza furbescamente il proprio volere per assoggettare gli Esseri Umani e, dopo aver strappato loro la conoscenza, la cultura, le determinazioni nell'oggettività in cui vivono e averli messi in ginocchio attraverso il genocidio (duecentomilioni di africani morti sulla via della tratta degli schiavi) dice, fingendo ingenuità, ma loro vogliono pregare dio.

Così il Comando Sociale giunge a piegare gli Esseri Umani ai propri bisogni, li sacrifica al suo dio, ne annienta la volontà attraverso la sottomissione al suo volere e usa la compassione come sinonimo di misericordia in funzione di un atteggiamento falsamente benevolo nei confronti degli schiavi cui ruba il pane dalle mani. Compassione è atto della volontà in quanto compassione significa letteralmente vivere con passione le tensioni e i bisogni altrui. Solo per sé il Comando Sociale chiede compassione agli schiavi: devi vivere con passione la parte del Potere di Avere in cui sei inserito. Devi godere dei successi del Potere di Avere in relazione ad altri Potere di Avere, non devi considerare tè stesso: senza il Potere di Avere tu non esisti. Non esisti senza il padrone, senza chi nasconde le leggi per fartele saltar fuori dal cappello onde derubarti: "a domanda risponde" scrive il magistrato per poter truffare, derubare e torturare impunemente l'imputato. Questo è cristianesimo!

La volontà conosce la Compassione in quanto ogni volontà nell'esistente esprime sé stessa e ogni volontà che entra in relazione con un'altra volontà ha un solo interesse: rafforzarsi. Per rafforzarsi deve contribuire a rafforzare anche la volontà con la quale si relaziona, dunque deve vivere con passione le spinte che da questa volontà sono espresse.

Giustizia in contrapposizione a carità. Assurdo. Giustizia non può esistere all'interno del Potere di Avere. All'interno del Potere di avere la relazione fra gli Esseri Umani avviene attraverso rapporti di forza. Questi rapporti di forza vengono sanciti mediante le leggi, ma appena il più debole ottiene un diritto il Comando Sociale agisce immediatamente perché la violazione di quel diritto non comporti nessuna condanna per il violatore, oppure una condanna molto blanda. Al contrario la violazione del diritto di uno degli elementi del Comando Sociale viene punito con ferocia inaudita. Basti pensare alla differenza di punizione fra l'omissione dei doveri della banca nei confronti del correntista e quella riservata al rapinatore. E' assurda! Specialmente in rapporto all'impossibilità di agire del correntista nei confronti delle violazioni da parte della banca.

La giustizia può esistere soltanto all'interno del Potere di Essere nella ricerca della libertà. All'interno del Potere di Avere è possibile immettere degli elementi di giustizia ma non è possibile sancire la giustizia in quanto chi governa la giustizia è parte integrante del Potere di Avere e ha interessi nel Potere di Avere e in quella specificità del Potere di Avere. L'ingiustizia non è negli Esseri Umani ma nelle costrizioni all'interno delle quali gli Esseri Umani sono costretti a vivere e divenire. Potrebbero far parte dell'esercito che vive di carità e questo piacerebbe moltissimo al Comando Sociale. Ma nel Sistema Sociale esiste un qualcosa chiamato diritto ed è qualche cosa che è stato conquistato e che si può ulteriormente conquistare. Questo diritto è in grado, anche se le possibilità sono remote, di fondare la libertà. di costruire uno spazio all'interno del quale l'Essere Umano sia in grado di fondare il proprio diritto. Schopenhauer chiede agli Esseri Umani di rinunciare ai loro diritti, chiede loro di rinunciare a fondare il futuro esaltando la carità.

Il Comando Sociale e il Potere di Avere sono ingiustizia in sé; dopo l'età dell'oro giustizia scomparve dal mondo degli uomini, ma questo non significa che gli Esseri Umani non possano riportarvela coltivando sua sorella Libertà.

La legge non è nata per diminuire il dolore causato dall'ingiustizia, ma la legge è nata come limitazione all'assoluto del Comando Sociale, anche se egli tenta in tutti i modi di aggirare quell'assoluto ogni volta che gli è possibile onde costringere gli Esseri Umani del Sistema Sociale di continuare a rivendicare gli stessi diritti che già avevano e che egli, furbescamente, tenta continuamente di sottrargli.

Lo stato non è reso necessario dall'ingiustizia; lo stato è l'ingiustizia e mediazione sociale all'interno dell'ingiustizia. Lo stato sancisce, attraverso il terrore militare, il dominio del Comando Sociale attraverso i Potere di Avere. Lo stato sancisce la sottrazione agli Esseri Umani il diritto alla relazione nell'esistente onde costruire sé stessi. Lo stato sancisce la possibilità di rubare il pane da altre mani. Attraverso questo sancire sancisce anche che la sottrazione deve perpetuarsi e che anche lo stato deve perpetuarsi dunque è costretto a mediare con le varie parti del corpo sociale onde poter sopravvivere. Lo stato non protegge i cittadini dall'ingiustizia, lo stato costruisce e manipola situazioni all'interno delle quali costruisce l'ingiustizia, ciò nonostante lo stato rappresenta il momento della relazione fra l'individuo e il suo esistente. Un Essere Umano che intenda sviluppare la propria volontà e il proprio divenire deve partire dall'esercizio della propria volontà e delle proprie determinazioni in opposizione allo stato esistente. Deve partire dallo stato esistente per allargare la propria libertà e quella degli Esseri Umani che gli stanno attorno; non può distruggere lo stato se non in funzione dello sviluppo di almeno un aspetto della libertà. Soprattutto lo stato non è un'entità in sé, ma è l'insieme di individui incapaci di relazionarsi col mondo circostante che attraverso il farsi stato sottraggono lavoro e benessere a chi è in grado di costruire quanto esiste e trasformarlo: lo stato è un insieme di Esseri Umani incapaci che hanno rinunciato a sviluppare la propria volontà in relazione con l'esistente e per questo sviluppano il proprio volere attraverso il terrore per appropriarsi del lavoro di altre mani.



L'ASCESI


1) La compassione non è ancora la completa liberazione dalla volontà di vivere. Questa si ottiene soltanto con l'ascesi.

2) Quando l'uomo giunge a considerare come suoi tutti gli infiniti dolori e tormenti degli altri, allora veramente "vede il tutto, ne comprende l'essenza e ritrova in essa solo un tendere vano e un perenne dolore".

3) Allora non può più affermare la vita con atti di volontà: "la volontà si distacca ormai dalla vita; ha in orrore i godimenti, nei quali riconosce l'affermazione della vita". L'uomo giunge così allo stato della rinuncia volontaria, della rassegnazione della vera calma e della totale negazione della sua volontà (noluntas).

4) L'annullamento della volontà di vivere è l'unica reale libertà. Quando ciò avviene, "nessuna rappresentazione, nessun mondo. Dinanzi a noi non resta in verità che il nulla... la pace che stà più in alto di ogni ragione, la totale quiete dell'animo, simile alla calma del mare, il profondo riposo, imperturbabile sicurezza e serenità... solo la conoscenza è rimasta, la volontà si è dissolta".



La necessità di liberarsi dalla volontà di vivere c'è soltanto quando si pensa alla volontà come volere all'interno della relazione fra Comando Sociale e Sistema Sociale. All'interno di questa relazione è necessario esercitare il proprio volere in ogni momento dell'esistenza perché se così non è altri voleri si impongono sul soggetto. Tutto questo può essere pesante quando il fine del volere non è lo sviluppo della volontà per coltivare la libertà. Allora l'Essere Umano si chiama fuori dal gioco. Egli si ritira, coltiva l'ascesi. Ma l'ascesi coltivata non sviluppa l'Essere, lo chiude su sé stesso. L'essere ha cercato di liberarsi dalle costrizioni del volere all'interno della relazione Sistema Sociale e Comando Sociale ma ne è stato travolto: si è arreso.

Egli non considera tutti i dolori dell'esistente, al contrario, proietta sull'esistente il proprio dolore, l'angoscia della propria sconfitta. C'è in realtà un momento in cui chi percorre un sentiero per lo sviluppo della Coscienza di Sé percepisce le tensioni dell'esistente e le fa proprie. Quando sviluppando la propria volontà si immerge nelle volontà dell'esistente. Allora egli percepisce la tensione verso il divenire dell'esistente, la sua gioia nel riuscire la costrizione nel ritirarsi, ma non c'è dolore, c'è tristezza, gioia e euforia. Chi prova veramente dolore difficilmente è in grado di immettere le proprie determinazioni nell'esistente e attraverso questo percepire l'esistente stesso. Non è il ritirarsi, ma è il chiamare le cose del mondo circostante col loro vero nome che porta a questo, è il chiedersi il perché del perché delle cose, è il forzare continuo dei limiti della ragione è espandere i propri sensi in tutte le direzioni affrontando le contraddizioni poste dall'oggettività trasformazioni in oggettività stessa.

L'intera vita diventa volontà. Pur tenendo presente il mondo della ragione l'Essere Umano è volontà. Egli è l'oggettività, vi aggiunge e determina la direzione in cui l'oggettività si muove. Non trova un tendere vano ma un percorso verso la libertà attraverso la rimozione ostacolo per ostacolo. Non trova in essa il dolore, ma la determinazione della trasformazione. L'ascesi è una fuga da tutto questo pur senza trasformarsi in Comando Sociale. Ma tutto continua. L'ascetico si è chiamato fuori dal gioco. Ma il gioco continua.

L'Essere Umano giunge alla rinuncia soltanto quando è sconfitto all'interno del mondo della ragione e non accetta di essere fagocitato dalla ragione. La calma che subentra è solo attesa della fine. Di ogni fine, di ogni tormento. Perché non essendo stato capace di trasformare l'esistenza in sfida, attraverso lo sviluppo della sua volontà e rinunciando ad occupare una posizione all'interno del Potere di Avere, attende che la morte, intesa come fine della vita Animale e dello sviluppo del corpo Luminoso, metta fine a tutte le sue traversie. L'opposto è il suicidio dell'Essere che rendendosi conto di essere sconfitto raccoglie le sue ultime forze e, incapace di scatenare la furia che giace in lui, le rivolge contro sé stesso nella speranza che il grado di Coscienza e Consapevolezza gli consenta di mantenere compatto il corpo luminoso per continuare in un altro modo lo sviluppo della Coscienza di Sé.

La rassegnazione è il sintomo della sconfitta. Soltanto Esseri perfetti possono mostrare rassegnazione mentre coltivano il futuro. Allora la rassegnazione e l'adattamento è solo esteriorità, estetica. In realtà essi agiscono per modificare il presente occultando il loro fare al presente. Sono rassegnati, sottomessi: sconfitti. Esattamente come piace al Comando Sociale. Oppure sono propositivi e consigliano, agendo gli Esseri Umani membri del Comando Sociale per forzarne le scelte e le decisioni nella direzione voluta. Ma questo genere di Esseri Umani non possono essere considerati in quanto non rappresentano la generalità dell'Umanità, ma singoli individui dei quali il divenire umano, comunque, non ne può far senza. Essi obbediscono a passioni, a predilezioni che pur legate alla Volontà mediano questa col mondo della ragione. Sono Esseri Umani che seminano il futuro facendosi carico del presente.

L'annullamento della volontà di vivere è l'unica possibilità di sottrarsi al volere imposto dal Comando Sociale. Il Comando Sociale si nutre di individui che percorrono i suoi sentieri onde migliorare la propria personale capacità di controllo sugli altri Esseri Umani. Attraverso questo fare il Comando Sociale si nutre e si adatta preservando sé stesso. L'unico modo per sottrarsi a questa logica è il rifiuto a scalare i gradini del Comando Sociale. Annullare il volere come determinazione della ragione. Ma se l'annullamento del volere all'interno della ragione non è legato allo sviluppo della volontà l'Essere Umano aspetta soltanto la fine della propria esistenza e trasformazione. Solo questo porta al nulla come percezione, il niente come annullamento della Coscienza e della Consapevolezza. La struttura che le supporta svanisce e, con esse anche e soprattutto la conoscenza che altro non è che l'accumulo delle cognizioni acquisite attraverso tutte le sfide del quotidiano.

La volontà si è dissolta e con essa l'Essere Umano mettendo fine alle trasformazioni. Qualche altra coscienza raccoglierà i frammenti dell'Energia Vitale dispersa, qualche verme pasteggerà con i resti del corpo sotto la terra. Svanito il ricordo della presenza dell'Essere fra coloro che lo conobbero, il ricordo svanisce anche dal flusso della vita. Per la Natura è un esperimento fallito, un aborto. L'unica consolazione è che costui si è rifiutato di diventare Comando Sociale rubando il pane da altre mani; l'unico pericolo è che il Comando Sociale lo indichi come esempio da seguire da parte di tutti quelli che intendono "annullare la volontà" convogliando su una prassi autodistruttiva i loro fare mantenendosi immune da coloro che cercano di sviluppare Coscienza e Consapevolezza, evitandogli cambiamenti di adattamento troppo veloci.


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Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell'Anticristo

Piaz.le Parmesan, 8

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