FEDERAZIONE PAGANA
PRESENTA DAL LIBRO:
LA TEORIA DELLA FILOSOFIA APERTA
JEREMY BENTHAM
IL PRINCIPIO DI UTILITA'
1) Secondo Bentham l'uomo nelle sue azioni deve seguire la logica dell'utilità, che consiste nel calcolare il piacere e il dolore arrecato da un atto.
2) Infatti Poiché "la natura ha posto il genere umano sotto la guida di due padroni sovrani, piacere e dolore", l'individuo ha come suo unico oggetto il ricercare il piacere e l'evitare il dolore".
3) Quindi il principio di utilità esprime la tendenza a ricercare il bene, che è piacere o causa del piacere, e a evitare il male, che "è dolore o causa del dolore"; è "il principio che approva o disapprova ogni qualsiasi azione" a seconda che promuovi od ostacoli la felicità degli individui.
4) La virtù stessa è un bene soltanto in rapporto al piacere che procura, così come il vizio è un male, sempre in rapporto al dolore che genera.
5) Bentham sostiene che vi è un metodo scientifico per non ingannarsi nella valutazione delle azioni, una "aritmetica morale" che misura il piacere e il dolore in base a certe qualità, come l'intensità, la durata, la certezza, la vicinanza, la fecondità e la purezza (la fecondità è la probabilità che il piacere o il dolore hanno di essere seguiti da sensazioni dello stesso tipo", la purezza è "la profondità che il piacere e il dolore hanno da non essere seguiti da sensazioni di tipo opposto).
6) In conclusione, "è conforme all'utilità o all'interesse di un individuo tutto ciò che tende ad accrescere la somma totale del suo benessere.
La dualità proposta da Bentham è tale da risolvere le prerogative morali ma lascia il vuoto che trova. Parlare di piacere e di dolore è semplice, ma l'uno e l'altro vengono soddisfatti attraverso dei mezzi e questi mezzi, attraverso cui si soddisfano, sono determinanti nel produrre piacere e dolore. Inoltre il termine piacere e dolore è relativo all'individuo forgiato dal Condizionamento educazionale così che il suo piacere e il suo dolore sono quelli che il proprio Condizionamento educazionale ha costruito. Essi non costruiscono il proprio piacere e il proprio dolore, ma la sensazione attraverso la quale si costruisce piacere e dolore è una sensazione innestata dal Comando Sociale. Questo è vero in buona parte specialmente se teniamo conto che nella costituzione degli Stati Uniti di America il principio della ricchezza come sinonimo della felicità è uno dei principii base. Dunque, per la Costituzione degli USA, è il denaro a costruire il piacere e, con esso, la felicità. Ma il denaro è un'imposizione sociale, è una convenzione, non è l'elemento attraverso il quale l'individuo costruisce sé stesso.
Prima di determinare il piacere, il dolore e i mezzi attraverso i quali questi si procurano e si evitano dobbiamo discutere dell'Essere, dell'individuo, del soggetto, del quale il piacere e il dolore è relativo.
Quest'Essere è il prodotto del Sistema Sociale in cui vive e questo Sistema Sociale ha costruito le condizioni e i mezzi attraverso i quali soddisfare il proprio piacere o imprimere dolore. Ma la sensazione di piacere (e di felicità) e quella di dolore sono sensazioni naturali, predisposizioni del soggetto nell'affrontare la vita, sulle quali è venuto stratificandosi ed organizzandosi il condizionamento educazionale dell'individuo. Pertanto ogni discorso relativo al piacere e al dolore devono o essere relativi al Sistema Sociale in cui l'Essere Umano vive o superare necessariamente l'Essere sociale per parlare di un Essere in sé che però non esiste se non come Essere fantasticato. Pertanto, non possiamo parlare di un Essere in sé, ma dobbiamo necessariamente parlare della relazione fra l'individuo in sé e il mondo nel quale l'individuo nasce e vive.
Non è importante sapere se l'azione provoca dolore o felicità, è importante sapere se l'azione provoca sottomissione, asservimento e dipendenza o libertà. Ogni azione, messa in atto da un soggetto nel mondo in cui vive è un atto d'imperio, un atto di volontà, che modifica le relazioni all'interno del mondo. Tale azione provocherà felicità o dolore a seconda di come i soggetti che compongono l'oggettività si collocheranno rispetto all'azione. Solo all'interno di questo ha un senso parlare di azione che provoca dolore o azione che provoca piacere. Solo all'interno di un Sistema sociale in cui l'agire dei soggetti possono espanderlo o costringerlo, costruire libertà o sottomissione possiamo parlare dei mezzi attraverso i quali operare per provocare piacere o dolore.
Ciò che fa il soggetto per sé, come ricerca del piacere, non è fatto per un per sé estraneo dal Sistema Sociale in cui vive, ma è svolta all'interno di un insieme di soggetti che ricercano il piacere: che tentano di espandere sé stessi nel mondo in cui sono nati.
Il padrone mentre gestisce i suoi schiavi per soddisfare i propri bisogni prova piacere. I suoi bisogni sono soddisfatti attraverso l'uso dei suoi schiavi. Ma cosa prova lo schiavo? I suoi bisogni non sono soddisfatti da altri schiavi, ma dopo aver provveduto a soddisfare i bisogni del proprio padrone deve operare per soddisfare i proprio bisogni entro i limiti, le prerogative e le determinazioni impostegli dal padrone per soddisfarli. Qual è il punto di vista che assumiamo in base al piacere e al dolore? Lo schiavo ribelle provoca un grande dolore al padrone e ai suoi cani da guardia, ma provoca un sussulto di soddisfazione nello schiavo attraverso l'atto della ribellione. Quale punto di vista assumiamo? L'Essere Umano è posto sotto la guida di piacere e dolore, ma lui non ha la capacità di determinare il piacere o il dolore. Egli, come Essere sociale, subisce le determinazioni. E le subisce anche colui i cui bisogni vengono soddisfatti attraverso l'impiego degli schiavi. Le sue mani sono vuote ed egli senza più il potere di dare ordini è un individuo vuoto. Il bisogno di ordinare e comandare pervade sé stesso: egli svuoterà tutti gli individui che lo attorniano.
Un altro aspetto è da considerare. Che cos'è il piacere. Quando un Essere viene privato dell'indipendenza nella propria sopravvivenza e reso indipendente sia perché privato della conoscenza, sia perché costretto a lungo all'obbedienza di determinazioni soffocanti che cos'è per lui il piacere? A volte il piacere sono condizioni meno atroci all'interno delle quali obbedire. Non desidera più sottrarsi, fuggire, ribellarsi, costruire qualche cosa di nuovo, gli basta la garanzia fornitagli dal suo padrone e poterlo servire. Fino a che punto questo è piacere? Il padrone compiace il suo servo trattandolo con gentilezza fintanto ch'egli obbedirà agli ordini e alle determinazioni imposte. Qualora egli devierà sarà duramente bastonato. Ma bastonare il servo procura piacere al padrone e dolore al servo. Quale punto di vista assumiamo?
Ancora è da affermare che il vizio altro non è che la ricerca smodata di soddisfazione di un bisogno alterato, o condizionato, dal sistema di vita subito dall'individuo. Dunque negare il vizio in funzione di un bene non si comprende se chi pratica il vizio riceve piacere o dolore. Inoltre, chi è giudice che determina il vizio? E perché il vizio deve necessariamente generare dolore? O non può essere appagamento di bisogni soggettivi alterati e manipolati dalla coercizione educazionale che comunque chiedono di essere soddisfatti?
Lo stesso principio generale di utilità è un principio assurdo in quanto stabilisce l'assoggettamento dell'individuo al suo stato di essere in quel momento e in quella situazione. Il principio in sé stabilisce che l'individuo vive nel mondo migliore in cui potrebbe vivere e nessun altro è migliore non avendo nessuna speranza di fondare un mondo diverso. Dunque, il principio di utilità. Non potendo fondare nulla di diverso: arraffo. Ricerco il mio piacere in quanto essere condizionato dal Sistema Sociale e dedito a soddisfare i bisogni come quel Sistema Sociale mi ha imposto. Scalo i gradini sociali e non mi preoccupo se la mia azione impone dolore in altre persone, impone a sé piacere in quanto arraffando soddisfo un numero maggiore di bisogni; non importa quanto gli altri soffriranno.
Bentham che la somma del benessere di un soggetto è la relazione fra il proprio benessere soggettivo in relazione al benessere di ogni soggetto nel mondo con cui il soggetto si relaziona. Separare il soggetto dal mondo significa considerare un soggetto parte separata dall'universo dal quale è venuto in essere e pertanto considerare un individuo irreale che si presume creato ad immagine e somiglianza di un dio pazzo anziché un soggetto che è emerso da un insieme qual è il brodo primordiale dal quale l'intero Essere Natura è venuto manifestandosi.
L'ETICA SOCIALE
1) Bentham, avendo constatato la coincidenza tra la nostra felicità e la felicità altrui, estende alla società la definizione di ciò che è utile all'individuo: "è conforme all'utilità o all'interesse di una comunità tutto ciò che tende ad accrescere la forma totale del benessere degli individui che la compongono"
2) Quindi un'azione sociale è buona quando tende ad aumentare la felicità comune o a diminuire l'infelicità comune.
3) Perciò il Bentham, estendendo la concezione del Beccaria a principio di tutta la morale sostiene che le leggi devono essere tali da favorire "la massima felicità per il massimo numero di persone" (l'influsso di Bentham portò in Inghilterra una riforma carceraria, alla quale non erano estranei i principii del Beccaria).
4) Infatti "lo scopo generale che tutte le leggi hanno o devono avere in comune tra loro, è quello di aumentare la felicità della comunità; e quindi, in primo luogo, di rifiutare, fin dove è possibile, ogni cosa che tenda a togliere la felicità; in altre parole di escludere il male".
Estendere il principio di felicità ad una comunità non significa nulla. Il principio di felicità esteso da Bentham alla comunità cui appartiene esclude tutte le altre comunità cui Bentham non appartiene. Infatti l'Inghilterra utilizzava pesantemente nei suoi domini coloniali gli schiavi indigeni e usava lo schiavismo in modo pesante sia nelle scuole, sulle navi, nell'esercito ecc.. Dunque il termine di felicità evocato da Bentham e della sua applicazione fin là dove era possibile non è soltanto utopistico, ma fuorviante dalla vera natura del Sistema Sociale e della comunità. Ogni comunità è legata ad un'altra comunità e, all'interno della comunità una classe sociale è legata ad un'altra classe sociale. Soltanto la classe sociale più povera sostiene la comunità esattamente come lo sfruttamento degli schiavi nei paesi coloniali sostenevano la classe ricca della comunità inglese.
Bentham si guarda bene dall'uso di termini diversi della felicità, infatti la felicità è un sottoprodotto, un effetto quale risultato dell'azione umana. La ricerca della libertà, la liberazione dalla schiavitù dà molta felicità a chi la ottiene. Bentham mette a questo uno stop: "fin dove è possibile". Un Sistema Sociale che concepisce la vita soltanto attraverso la schiavitù il suo "fin dove è possibile" è molto lontano. Non è la ricerca della felicità del maggior numero di persone, ma al contrario la ricerca dell'impossibilità per il maggior numero di persone che non possono cercare la felicità per permettere ad un certo numero di persone di godere della felicità attraverso la sottrazione del lavoro dalle loro mani.
Una comunità arricchisce sé stessa a discapito di un'altra comunità: rendendola schiava. Dopo di che vengono fatte delle leggi affinché nella comunità di schiavisti si elevino il livello di vita, cioè di felicità, dei suoi membri al fine di controllarli meglio e di poterli usare per il mantenimento degli schiavi dell'altra comunità. Alla faccia della felicità. In quest'ottica avviene la riforma nelle carceri inglesi. Non è l'illuminismo di Bentham a provocare la riforma ma l'utilitarismo di una comunità, o meglio di un Comando Sociale. Un'azione sociale è buona quando si liberano gli individui dalle costrizioni imposte. Il liberare gli individui dalle costrizioni imposte implica un modello sociale in cui cessi l'esistenza del sistema giuridico dei diritti. Serve un Sistema Sociale in cui le leggi IMPONGANO DOVERI alle gerarchie del Sistema Sociale. Non la classe sociale povera deve obbedire alle leggi, ma le Istituzioni di quel Sistema Sociale sono sottoposte alle leggi che devono obbedire. E' necessario il passaggio fra un sistema di diritti dei cittadini della comunità ad un sistema di doveri per le istituzioni di quella comunità.
Il concetto secondo cui le leggi devono favorire il massimo numero di persone è un concetto che lascia molto a desiderare. Il massimo numero di persone in una comunità è la parte più povera della comunità stessa, è quella parte che permette alla parte ricca della comunità di vivere alle sue spalle. Come è possibile favorire la parte più povera se non quando la parte più ricca della comunità ha trovato un altro sistema, un altro trucco, per portargli via il pane prodotto dalle loro mani? Che sia un trucco giuridico o emozionale poco importa: la parte ricca della comunità dà qualche cosa alla parte più povera soltanto quando ha escogitato un trucco attraverso il quale riappropriarsi di quanto ha finto di cedere. Oppure, cede un qualche cosa quindi essa è in pericolo. Ecco che le donne acquistano un ruolo sociale soltanto quando durante le guerre mondiali rimpiazzano gli uomini nelle fabbriche. Solo allora il Comando Sociale cede qualche cosa all'universo femminile sempre escluso e, mentre lo cede, cerca di costruire condizioni di vita mostruose, attraverso il doppio lavoro, per costringere quell'universo a rinunciare a quanto egli aveva ceduto.
Subito dopo le Istituzioni ritengono di aver ceduto un privilegio e già agiscono per rimuoverlo. Le Istituzioni non sono sottoposte alla legge; il poliziotto non viene arrestato quando afferma l'esistenza di una legge che qualche giorno prima era stata rimossa o depennata. Così la donna acquisisce il privilegio di lavorare, ma la chiesa cattolica e altre forze vogliono impedirne l'indipendenza sia economica che come persona: la chiesa cattolica e le altre forze non vengono arrestate e giudicate colpevoli di sovversione sociale! Loro non sono sottoposte alla legge. Così il diritto acquisito da parte della donna è fonte di ansia e di affanno quotidiano.
Il problema non è dunque la felicità, ma la libertà che può supportare la felicità. La felicità è la soddisfazione dei propri bisogni. La soddisfazione dei propri bisogni è prerogativa del Potere di Essere, della capacità degli individui di trasformare merci in prodotti e non è possibile fintanto che l'appropriazione di prodotti, da parte del Comando Sociale è così massiccia. Non è possibile fintanto che un Comando Sociale impone ad un altro Comando Sociale come cedere i propri prodotti, e quale livello di vita consentire alla propria comunità in funzione di un altro Comando Sociale. Non è possibile fintanto che un Comando Sociale è dipendente dalle sue necessità di esistenza. La questione è lo sviluppo del Potere di Essere e della libertà dell'individuo, senza quello sviluppo non c'è felicità, ma soltanto un appagamento attraverso le cose che il Comando Sociale distribuisce nella misura in cui vuole distribuirle. La libertà come divenire dell'individuo nel Sistema Sociale in cui vive; la libertà del Sistema Sociale nei confronti di ogni altro Sistema Sociale dove la relazione è di mutuo scambio e non di appropriazione e sottomissione attraverso il Potere di Avere.
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Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell'Anticristo
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